
L’autocoscienza nel femminismo: una pratica indispensabile per riconoscere e prendere consapevolezza del patriarcato, con il fine di lottare per la libertà.
Sin dalla prima ondata della storia del femminismo, l’autocoscienza è una pratica necessaria capace di sondare gli aspetti più profondi del nostro essere.
In primo luogo, il problema era quello di attivare un processo di decostruzione atto a individuare meccanismi sociali patriarcali interiorizzati dalle stesse donne. Con i gruppi di autocoscienza femminista, non solo le donne compivano un lungo e doloroso viaggio dentro sé stesse, ma si riconoscevano l’una dentro le storie dell’altra, condividevano esperienze di violenza cispatriarcale, stupri, aggressioni, molestie, e insieme gridavano a un mondo nuovo.
Autocoscienza è un termine specialmente filosofico e acquista in Hegel un valore sociale e politico, non è più soltanto l’io di una coscienza individuale, ma come scrive nella sua opera più importante, “Phänomenologie des Geistes”, è un io che è un noi e un noi che è un io. Hegel descrive il movimento del riconoscimento tra due coscienze singole: ciascuna riconosce l’altra come ciò che riconosce se stessa, le coscienze cioè si riconoscono come “reciprocamente riconoscentisi“. Nonostante l’opera del filosofo sia stata riconosciuta da Carla Lonzi come una fenomenologia dello spirito patriarcale, la questione del riconoscimento è un atto politico fondamentale per il transfemminismo (si veda l’opera “Sputiamo su Hegel“).
«Le assemblee migliori della mia vita sono state quelle in cui ho pianto con le mie sorelle, quelle in cui insieme ci siamo rese conto di quanto fossimo legate al patriarcato e di quanto quest’ultimo si insinuasse in noi come un’insidiosa malattia che arriva lenta e porta via tutto, difficile da eliminare. Sono rinata, non ero più io, io ero tutte loro, ero tutte quelle storie. Non sapevo di essere femminista, ma quando quei racconti hanno preso parte di me mi sono accorta che lo ero diventata e che avrei scelto ogni giorno di esserlo».(Giulia Iacotucci, attivista Nonunadimeno Napoli)
Ciò che è straordinario del riconoscimento è il suo non essere mera empatia o rappresentazione, ma vero e proprio atto politico. Le testimonianze del gruppo di donne che era solito riunirsi, spesso a casa di qualcuna o in luoghi pubblici, avevano una matrice comune e nascosta da tirar fuori: la dominazione patriarcale. La presa d’atto dell’esistenza e della validità di una situazione non apparteneva più alla singola donna, la legittimazione riguardava un gruppo, la questione non era più contingente e accidentale, ma universale. Riconoscersi nell’altrə è l’atto rivoluzionario per eccellenza. Quanto è importante raccontarci? Sentirci raccontare dalle nostre parole ed essere legatə da un filo, come il filo di Arianna, per poter segnare la strada percorsa all’interno delle nostre storie e quindi uscirne agevolmente e spezzare le catene simboliche e materiali dell’ordine patriarcale.
È un rito di guarigione, è il luogo della conversione; alle sedute di autocoscienza si rimarginavano ferite e si scopriva qualcosa di noi stessə: non eravamo più ma eravamo ancora, in modo diverso, eravamo femministe e lo avevamo scelto insieme. Bell Hooks, nel suo libro “Il femminismo è per tutti”, scrive: «Senza misurarsi con il sessismo interiorizzato, le donne che raccoglievano la bandiera femminista spesso tradivano la causa nella loro interazione con altre donne». Misurarsi con il proprio maschilismo è un punto nodale per la pratica dell’autocoscienza. L’abbandono del privilegio patriarcale, di cui hanno goduto e godono specialmente gli uomini, ha permesso alle donne di liberarsi e generare sé stesse, di rimettersi al mondo e costruire un mondo nuovo. Quanto è importante ad oggi questa pratica nei movimenti politici?
Siamo un prodotto culturale e dobbiamo attuare un lungo e tortuoso processo di decostruzione: mettere in dubbio le nostre credenze, noi stessi, e tutto ciò che ci viene tramandato in modo inorganico e inconscio. I nostri genitori sono l’oscuro presagio di noi stessi, ma è necessario che venga attuato un capovolgimento di valori perché, in quelle narrazioni, in quella cultura che ci viene tramandata, c’è qualcosa che ancora non va e non andrà mai, se smetteremo di ascoltarci. La pratica dell’autocoscienza viene spesso accantonata ed è come se si dimenticasse quanto sia terapeutica e rivoluzionaria. Abbiamo smesso di ascoltarci? Perché questa attività è passata in secondo piano?
Sembriamo annichiliti, sovrastimolati da miriadi di informazioni, camminiamo insieme ma non ci riconosciamo più. La società capitalista ci ha insegnato a produrre e a consumare e allora noi produciamo e consumiamo. Nei collettivi politici mettiamo in rassegna e discutiamo di questioni logistiche, produciamo mille idee e le consumiamo attuandole ai cortei. Abbiamo dimenticato qualcosa ed è urgente che ce ne ricordiamo, dobbiamo fermarci, dobbiamo guardarci negli occhi e ascoltarci, guarire insieme. Non è vero che non è più il tempo e che non c’è più tempo, questa società continua a macchiarsi di violenze e omicidi cispatriarcali e noi siamo ancora stanchə. L’autocoscienza è una pratica a cui non si può rinunciare se si vuole essere unitə nella lotta alla dominazione patriarcale.
Torna alla mente la famosa frase hegeliana ”L’io che è noi, il noi che è io”: forse dovremmo ricordarci che ascoltare e creare legami solidi è un atto politico, e chiederci perchè lo abbiamo dimenticato, organizzarci, integrare più persone possibili, aiutarci e aiutare. Ascoltiamoci e gridiamo il nostro dolore insieme perché, come dice la filosofa Simone De Beauvoir, «essere donna non è un dato naturale, ma il risultato di una storia. Non c’è un destino biologico e psicologico che definisce la donna in quanto tale. Tale destino è la conseguenza della storia della civiltà, e per ogni donna la storia della sua vita». Noi siamo le nostre storie e quelle di tuttə, non c’è un io che non sia un Noi e questo l’autocoscienza ce lo ricorda di continuo.
Lorenza Franzese
















































