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Chi non conosce Alessia Pifferi? Il caso ha sconvolto tutta la nazione, suscitando grande interesse pubblico. Il processo è stato trasmesso in diretta e, numerose volte, la donna è stata ospite di programmi televisivi. Un’attenzione di massa per una vicenda che ha tutti gli elementi per interessare: una madre abbandona la figlia per il proprio piacere personale, l’atrocità del gesto compiuto, una piccola bimba che muore. Subito la demonizzazione: è fuori dall’ordinario vedere una madre lasciar morire di stenti sua figlia che, per natura, deve amare.

Alessia Pifferi, 37 anni, originaria di Crotone, residente nella periferia est di Milano, ha lasciato morire di stenti sua figlia per trascorrere qualche giorno a Leffe, nella casa del compagno, dal 14 al 20 luglio 2021. La bimba, Diana, viene lasciata sola con «due biberon di latte, due bottiglie d’acqua e una di “teuccio”». I giornali hanno descritto il caso come il reato più grave del quale si possa essere accusati.

Se uccidere un figlio è il reato più grave per una donna, lo stesso non vale per gli uomini: Roberto Russo, 47 anni, ha ucciso le due figlie minorenni a coltellate per un “raptus improvviso” – così si legge sulle principali testate d’informazione. Lorenzo Bernasconi, ricercatore del centro studi politici e strategici “Machiavelli”, scrive in un articolo intitolato “Oltre la narrazione della mascolinità tossica” che il male non ha genere. Perché i criminali violenti sono soprattutto uomini? La sua risposta indaga nella psicologia evoluzionistica. Il caso di Alessia Pifferi mette in crisi una simile narrativa.https://www.centromachiavelli.com/2022/07/26/mascolinita-tossica-critica-alessia-pifferi/

La vicenda è illuminante: la madre che uccide la bambina è ingiustificata, mentre un uomo che uccide le sue figlie ha avuto un raptus. Strumentalizzare le atrocità commesse da una donna è un grande privilegio, tutto maschile, per ricordare che il diavolo veste donna. La Medea del 2021, la donna serpente del Medioevo. Non risulta che sia stata data la necessaria attenzione a fenomeni come la depressione post partum, di cui soffre un numero di donne compreso tra il 10 e il 15% (dati ANSA), mentre, invece, la maternità viene considerata una dote innata e non un percorso.

Prendere le distanze dalla logica che associa alla donna un macchinario riproduttivo o la naturale capacità di accudimento è più che mai necessario. Se Alessia Pifferi fosse stato un uomo, il suo caso avrebbe avuto meno rilevanza. Un genitore sessualizzato al maschile può abbandonare la sua prole, non amarla o praticare violenza e restare nell’ordinario. Ma una madre non può non amare suo figlio, non può abbandonarlo: ella è presenza e dedizione.  

Alessia Pifferi ha evidenti problemi psicologici e finanziari ma questa non sarà un’attenuante, qualsiasi sia la sentenza. In Italia avere un figlio costa quasi un terzo del reddito, 1 donna su 5 abbandona il lavoro dopo il primo figlio, 1 su 2 al secondo figlio – secondo Save The Children (dati 2024). Il caso di Alessia Pifferi apre a numerose riflessioni sul tema della maternità e per affrontarle non abbiamo bisogno di demonizzazioni maschili, strumentalizzazioni e odio. 

Per troppo tempo gli uomini hanno speculato sul rapporto madre-figliə. La maternità ha bisogno di uno sguardo diverso, femminile e di genere. 

Lorenza Franzese

Lorenza Franzese
Passo la maggior parte delle giornate a immaginare un mondo diverso. Coltivo sogni utopici. Il significato etimologico di utopia è “in nessun luogo” ma per me un luogo l’utopia ce l’ha, ed è esattamente la mia mente. Io credo nel cambiamento. Studio Filosofia e non ho ancora capito cosa significa vivere. Femminista, anticapitalista, la frase che ripeto più spesso è: “sembra distopico, è tutto sbagliato”.

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