
Il discorso sulla cura e sul corpo oggi affronta una decisiva fase di mutamento. Stiamo assistendo, infatti, a profonde metamorfosi interpretative attraverso l’affermazione di un approccio maggiormente trasversale, di stampo olistico ed ecologico. Dal punto di vista filosofico e antropologico, tale cambio di prospettiva ha dato origine a un modo nuovo di intendere la cura, un concetto che ingloba in sé la salute, la malattia, le diverse forme di medicina, i processi di istituzionalizzazione, la questione dell’efficacia, le relazioni. L’antropologia medica, particolarmente impegnata in tale dibattito, è una discipina caratterizzata dall’intenzione di indagare i processi per mezzo dei quali fenomeni biologici, politico-economici e socioculturali si determinano reciprocamente, con una prospettiva che consente di rintracciare quegli elementi che possono intaccare negativamente la nostra capacità di autodeterminazione. Questa riflessione vuole essere un tentativo di riprendere alcune tracce dell’ampio spettro di tematiche affrontate da questa disciplina, con un focus particolare sul concetto di cura nella biomedicina e sui rischi che ne compromettono la promozione.
Incorporazione
Parlare del corpo che sono o del corpo che ho? Questa è la prima ambiguità costitutiva della corporeità che l’antropologia medica tenta di decostruire nell’ambito dei processi di cura. In diverse riflessioni antropologiche è stata infatti operata una dicotomia tra esperienza e rappresentazione del corpo: da un lato, l’approccio fenomenologico dell’esperienza corporea (percezione), dall’altro, l’approccio cognitivo dell’esperienza mentale (cognizione). L’esperienza del corpo che sono corrisponderebbe al corpo vissuto del soggetto, la rappresentazione del corpo che ho farebbe invece riferimento al corpo così come viene oggettivato, e cioè razionalizzato e pensato nei diversi contesti culturali, compreso quello delle scienze biomediche. Nella vita reale, però, queste separazioni sono tutt’altro che nette e definite: in questo contesto sarebbe più giusto fare riferimento al concetto di incorporazione, un “processo del corpo” costante e dinamico che permette di dare nuova luce alla radice esperienziale e materica dell’esistenza umana, dove per esperenziale e materico s’intende l’incarnazione dell’essere umano in un corpo inserito in un ambiente che plasma e da cui è plasmato. Sarebbe dunque riduttivo riferirsi alla cura in termini unicamente biologici e individuali, escludendo la sfera socio-politica: il confine permeabile della nostra pelle è un simbolo somatico esplicito del nostro stato semiautonomo.
Biomedicina come costrutto culturale: ripensare la cura
Osservando il modo in cui la materialità del sociale si vivifica nella biografia di persone in carne e ossa, l’antropologia medica propone di ripensare le categorie biomediche del contesto occidentale come costrutti culturali che conducono a una particolare interpretazione della malattia e della cura. L’antropologia, infatti, parte sempre dal presupposto che ogni forma di conoscenza non possa che essere un prodotto socio-culturale che prende forma attraverso specifici assunti circa la natura dell’essere umano, della malattia, della realtà.
Adottando tale prospettiva, possiamo renderci conto di come la biomedicina affondi le sue radici in alcuni presupposti della tradizione filosofica occidentale (rappresentati però come indiscutibili e universali), come il dualismo mente/corpo e la conseguente opposizione natura/cultura. Quest’ultima, accompagnata all’idea di una sostanziale autonomia della natura dalla cultura e dalla società, porta a ritenere i fenomeni biologici in ambito biomedico come indipendenti dai contesti sociali, economici, politici e culturali. L’eziopatogenesi della sofferenza è di conseguenza rintracciata nel corpo o nella mente, sempre a livello individuale, e la cura viene perlopiù intesa come terapia, cioé come insieme di prescrizioni e di mezzi terapeutici diretti al singolo paziente per ristabilirne la salute.
Allo stesso modo, il dualismo salute/malattia è un costrutto che si autolegittima come dato oggettivo e che pertanto riflette i rapporti di potere che governano la vita sociale. L’antropologia medica invita dunque a riflettere sulla fluidità dei confini tra salute e malattia che variano nel tempo e nello spazio, a seconda dei differenti contesti, osservando così quanto di “sano” vi sia nella malattia e quanto di “malato” vi sia nella salute.
Bisogna poi fare i conti con alcune criticità che spesso condizionano il nostro modo di riflettere sul rapporto tra cultura, esperienza di malattia e processi di cura. Innanzitutto, va considerato il posizionamento equivoco in biomedicina che porta a considerare le variabili culturali solo quando si ha a che fare con pazienti stranieri. Si tratta di una visione essenzialista e relativista dei mondi culturali, che non tiene conto delle molteplici dimensioni attraverso cui si articolano le differenze, non solo tra mondi culturali ma anche entro i mondi culturali: differenze di genere, generazionali, socio-economiche e di status, di orientamento religioso e sessuale, ecc. A questo pregiudizio va aggiunta la convinzione secondo cui le variabili culturali emergerebbero come significative solo rispetto a problemi di salute mentale, immaginando quindi il terreno somatico come libero da tali condizionamenti. Il risultato è l’idea che le categorie diagnostico-terapeutiche della biomedicina siano libere da connotazioni culturali.
E invece, a caratterizzare culturalmente la biomedicina è una specifica visione della malattia nei termini di un’alterazione nella struttura e/o nel funzionamento dell’organismo bio-psichico individuale. Questa visione della malattia, emersa attraverso dinamiche storico-culturali che possono essere rintracciate nel corso degli ultimi ventiquattro secoli, ha senza dubbio permesso alla biomedicina di produrre elevatissimi livelli di efficacia. È proprio in virtù del suo concentrarsi principalmente sulle dimensioni anatomico-fisiologiche dell’organismo individuale, pensato in termini bio-psichici (mente/corpo), che la biomedicina ha potuto elaborare tecniche di intervento terapeutico capaci di produrre fondamentali trasformazioni su tali livelli di realtà.
L’intento non è quello di criticare la biomedicina per il suo orientamento riduzionista se ciò è proprio alla fonte della sua efficacia. Piuttosto, si tratta di prendere in considerazione un ulteriore punto di vista rispetto all’esperienza di cura, la quale non è solo da considerarsi come prestazione “finita” fornita al singolo e finalizzata al rispristino della salute rispetto alla malattia, ma come un processo fluido e costante che investe le relazioni umane e l’umanità delle relazioni.
Bisognerebbe allora porsi una domada: cos’altro viene prodotto dal riduzionismo biomedico oltre all’auspicabile efficacia terapeutica? Se siamo disposti ad ammettere la natura culturale delle categorie biomediche, allora potremo renderci anche conto di quanto il processo diagnostico rappresenti un’impresa innanzitutto interpretativa, perché volta a produrre un significato per l’esperienza di malattia dei pazienti. Ma nel considerare pertinenti le dimensioni fisiche individuali come unico ambito in cui si manifesta la realtà della sofferenza, si corre il rischio di non cogliere come rilevanti altre dimensioni di quella complessa realtà umana che non può essere ridotta alla definizione della patologia.
L’esperienza del dolore tra biomedicina e antropologia medica
Nella teoria biomedica il dolore è concepito come cambiamento materiale dell’organismo che coinvolge i meccanismi della trasmissione nervosa. L’insondabilità del dolore definito “cronico”, e cioé di quel dolore che, pur essendo fisicamente localizzabile, non è frutto di nessuna malattia o lesione fisica, viene tendenzialmente ricondotta a un disturbo di natura psicogena. Si tratta di una circostanza in cui appare evidente come il dualismo mente/corpo agisca nell’occhio di chi lo classifica come dolore fisico o dolore psicologico. Ma nell’esperienza e nella pratica biomedica, tale dicotomia rivela tutta la sua astrazione.
Negli ultimi anni, la biomedicina ha infatti sviluppato un interesse sempre maggiore nella riconsiderazione dell’esperienza di sofferenza, dimostrando una notevole eterogeneità nelle pratiche. La nascita della “medicina del dolore”, una particolare branca della medicina che si occupa del trattamento della sofferenza mediante procedure tecniche e della gestione quotidiana di esso attraverso un adattamento dei comportamenti delle persone sofferenti, evidenzia come non viga un unico punto di vista su tale aspetto. L’antropologia medica ha osservato come l’esperienza individuale e sociale della sofferenza, in quanto fenomeno che in molti casi sfugge a qualsiasi tentativo di misurazione quantitativa, spinga il medico a riflettere in modo critico sull’esercizio della biomedicina.
La sofferenza, infatti, non si manifesta esclusivamente al livello dell’organismo che abbiamo, ma anche del corpo che siamo, del corpo nel mondo. Possiamo parlare di una complicità ontologica fra soggetto e mondo, in virtù del fatto che interpretiamo la realtà attraverso i processi culturali della nostra plasmazione. Il corpo non è un “elemento” marginale in tale processo di costruzione della realtà e di occultamento del nostro ruolo generativo: è attraverso le loro iscrizioni sui corpi che il sapere e l’ordine sociale vengono naturalizzati.
Ma quando si vive il dolore si sperimenta una pura esperienza fisica di negazione, un’espressione sensoria immediata del “contro”. Anche se si manifesta dentro di sé, esso viene allo stesso tempo riconosciuto come “non sé”, come qualcosa di estraneo di cui sbarazzarsi subito. Elaine Scarry, durante una discussione sulla natura della sofferenza, sostiene che il dolore acuto resiste al linguaggio. Viene espresso attraverso grida e urla, in un linguaggio presimbolico, opponendosi all’ingresso nel mondo del significato. L’empatia non regge l’inesprimibilità di questo tipo di esperienza. Ciò non vuol dire, tuttavia, che la distanza che ci separa dall’altro che soffre non possa essere condivisa. Ogni vicinanza, infatti, è un modo di condividere la distanza attraverso una relazione intercorporea.
Se la crisi del corpo produce una crisi nel nostro stesso esserci nel mondo, minando le radici corporee della significazione, il rapporto tra medico e paziente nei processi di cura va pensato allora come contesto in cui operare una consapevole co-costruzione di significati. Ogni persona sofferente, a qualunque società ed epoca appartenga, difficilmente rinuncerà infatti a chiedersi il “perché” e il senso della propria sofferenza, elaborando il più delle volte rappresentazioni del proprio vissuto che sono anche rivelatrici delle relazioni sociali e dei processi sociopolitici in cui è immersa. Una collaborazione tra biomedicina e antropologia medica può rivelarsi decisiva nel ripensamento dei processi di cura in relazione alle dimensioni del valore, della significazione e delle relazioni, così come nella comprensione dell’eventuale pertinenza di fattori sociali, culturali e politici alla base della sofferenza.
Violenza strutturale e patologie del potere
L’antropologia medica, oltre a considerare le radici corporee dell’esperienza e della cultura, è infatti anche interessata a cogliere i rapporti che i fenomeni socioculturali hanno con la corporeità. Con questo intento, Paul Farmer, antropologo e medico, ha avanzato una proposta teorica basata sul concetto di violenza strutturale, e cioè quella particolare forma di violenza processuale e indiretta che si materializza nella limitazione della capacità di azione dei soggetti che occupano le posizioni più marginali all’interno di contesti segnati da profonde disuguaglianze sociali. Parlare di violenza strutturale significa fare riferimento alle disuguaglianze, tanto locali, quanto nazionali e internazionali, responsabili di creare ineguali speranze di vita per i soggetti in base alla loro posizione sociale.
Nel parlare di tale fenomeno, Farmer fa riferimento alla sua esperienza di ricerca ad Haiti, dove forze politiche ed economiche hanno strutturato il rischio di esposizione all’AIDS e alla tubercolosi, come del resto a molte altre malattie infettive e parassitarie. Tali forze sociali hanno prodotto allo stesso modo il rischio di esposizione a molte altre forme di sofferenza estrema: dalla fame, alla tortura, alle violenze sessuali. Queste, per Farmer, sono a tutti gli effetti patologie del potere, forme di sofferenza strutturate da forze e processi storicamente dati che agiscono localmente e globalmente. L’attenzione al ruolo che i fattori materiali giocano nell’esposizione di determinati individui a specifici rischi (genere, etnicità, stato socio-economico) rivela come sia l’impossibilità di negoziare i termini della propria esistenza a costituire il principale nucleo delle disuguaglianze sociali che vengono incorporate come eventi biologici. Se dunque la malattia è in molti casi legata alla violazione dei diritti fondamentali, allora il primo passo per dar vita a una terapia adeguata è innanzitutto la promozione di quei diritti e della giustizia sociale, superando qualsiasi relativismo culturale ed etico.
La cura come arte di toccare
Le profonde asimmetrie del sistema mondo e le ferite mai sanate del colonialismo hanno reso necessario un ripensamento del ruolo della cultura all’interno del sistema sanitario e nei processi di cura. La globalizzazione, le medicine “altre” e le considerevoli differenze all’interno della stessa medicina occidentale hanno reso prioritario il tema del pluralismo medico. Allo stesso modo, la diffusione internazionale della biomedicina ha richiesto una comprensione dettagliata dei saperi e dei sistemi medici locali, senza la quale i progetti di intervento rischiano di dimostrarsi fallimentari. Il contatto e la fiducia sono elementi costitutivi dell’avere cura.
L’antropologia medica osserva come il nostro sistema sanitario investa ancora poco sulla costruzione e sulla valorizzazione della relazione terapeutica, la cui scadente qualità pregiudica molto l’efficacia del processo di cura. La cura intesa come azione definita e conclusa mirata a limitare un male individualizzabile a cui attribuire la colpa della sofferenza non favorisce la costruzione di una prassi dialogica e trasformativa. Non si tratta di un controllo emotivo, che si tradurrebbe in un rapporto di subordinazione, ma in “un’arte del toccare”, dove il tocco simboleggia l’intreccio non separabile tra un aspetto tecnico e una dimensione emozionale. Il gesto di cura non è un’azione esclusivamente utilitaristica, ma è un contatto emozionale che supera i limiti della prossimità per diventare intimità. Questo con-tatto nella biomedicina è evidente nelle cure infermieristiche, impegnate a gestire quegli spazi liminali al confine delle classificazioni formali dei ruoli instituzionali, poiché il loro compito ha a che vedere innanzitutto con gli aspetti più essenziali dell’aver cura dei corpi altrui.
È chiaro allora come i concetti di cura e assistenza siano molto più estesi di quelli di terapia e trattamento. La cura è un esercizio relazionale che si estende bene al di là della dimensione della salute: prendersi cura di sé o di un altro non implica necessariamente una condizione di malattia, piuttosto implica una costante pratica di attenzione, una tecnica dell’ascolto e del dialogo che si muove tra prossimità e distanza, fra parola e silenzio, tra comunicazione corporea e dimensione politica ed emozionale che tale legame comporta.
Mena Trotta
















































