rebecca cheptegei, femminicidio
fonte: wikimedia commons

La maratoneta ugandese Rebecca Cheptegei, 33 anni, è deceduta il 5 settembre scorso dopo aver lottato contro la morte per giorni nell’ospedale di Eldoret, in Kenya. La sua morte, provocata dall’ex compagno Dickson Ndiema che l’ha brutalmente aggredita dandole fuoco, ha riacceso i riflettori sul drammatico problema della violenza di genere e dei femminicidi in Africa.

Chi era Rebecca Cheptegei?

Rebecca Cheptegei era una mezzofondista e maratoneta nata nel 1991 in Uganda. La sua carriera sportiva inizia nel 2010 quando si classifica al 15esimo posto nei Mondiali di Cross a Bydgoszcz (Polonia) e, nello stesso evento, vince la sua prima medaglia di bronzo nella corsa a squadre. Un anno dopo vince la sua seconda medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Rio de Janeiro nella 5000 metri piani. Nel 2021, invece, aveva vinto il primo Mondiale di corsa in montagna e trail running. Solo un mese prima del suo femminicidio, Cheptegei aveva partecipato alla maratona conclusiva dei Giochi Olimpici di Parigi, classificandosi al 44esimo posto.

La brutale aggressione nella sua casa

Il 1° settembre Dickson Ndiema, ex compagno dell’atleta, si è introdotto nella sua abitazione e ha aspettato che lei rientrasse. Una volta rientrata l’ha cosparsa di benzina ed ha appiccato il fuoco causandole ustioni gravissime sull’80% del corpo. Secondo le ricostruzioni della polizia, sono stati i vicini ad aver chiamato i soccorsi dopo aver visto Rebecca rotolarsi sul prato nel tentativo di spegnere le fiamme. Il motivo di un gesto così crudele? Le autorità hanno dichiarato che le motivazioni sarebbero riconducibili ai frequenti litigi legati alla proprietà del terreno su cui si trovava la casa della maratoneta. Nonostante gli sforzi del personale medico del “Moi Teaching and Referral Hospital”, le condizioni di Cheptegei erano troppo gravi. Il 5 settembre, dopo quattro giorni di agonia, i medici hanno dichiarato il suo decesso a causa del cedimento di tutti gli organi interni.

Una piaga sociale: l’epidemia di femminicidi

La tragica morte di Cheptegei non è un caso isolato, rientra in un fenomeno allarmante che ha ormai assunto i contorni di quella che varie ONG africane definiscono “un’epidemia di femminicidi”. La violenza di genere, infatti, è una realtà con cui moltissime donne africane devono fare i conti quotidianamente. Secondo i dati dell’ONU, nel 2022 l’Africa ha registrato il maggior numero di donne uccise da partner intimi o familiari, con ben 20.000 vittime su un totale di 48.000 casi globali. In Kenya, il quadro è altrettanto preoccupante: il 41% delle donne sposate ha dichiarato di aver subito violenza fisica, un dato allarmante se confrontato con il 20% delle donne non sposate.

Rebecca Cheptegei e la maledizione delle atlete keniote

Il femminicidio di Rebecca Cheptegei rientra nel tragico epilogo di una storia purtroppo molto ricorrente in Kenya. Come nel caso della maratoneta keniota Agnes Tirop, 25 anni, uccisa dal marito nell’ottobre del 2021. Quello stesso giorno di ottobre, a poche ore di distanza, anche l’atleta Edith Muthoni, 27 anni, è stata uccisa da suo marito dopo una lite violenta.

Purtroppo, la cultura patriarcale riesce ad infiltrarsi in ogni sfaccettatura della società, sport compreso. Sarah Ochwada, avvocato keniota specializzato in diritto sportivo spiega come: «Purtroppo è comune per le atlete subire abusi fisici e finanziari da parte dei loro partner». Tuttavia, la cosa che più spaventa e fa rabbia allo stesso tempo riguarda il sempre crescente numero di uomini che, seppur inesperti in materia atletica, scelgono di seguire la carriera atletica delle loro partner diventando i loro allenatori e gestendo i loro conti correnti o le negoziazioni dei contratti di gara.

Concludendo, la dinamica di fondo sembra essere sempre la stessa: mariti e compagni delle atlete rifiutano di accettare l’emancipazione e il successo nelle competizioni delle proprie compagne come “affare non loro”. Dall’altro lato, invece, atlete forti e determinate conquistano, gara dopo gara, il successo che meritano e, giustamente, non vogliono vedere la loro carriera come “un affare gestito per conto terzi”. Questo genera in quegli uomini abituati a concepire la donna come un qualcosa di subordinato a loro, un moto di stupore misto a rabbia che sfocia quasi sempre in violenza e che, come ben sappiamo, finisce sempre nel peggiore dei modi.


La morte di Rebecca Cheptegei mette ancora una volta in luce quanto sia urgente affrontare il problema della violenza di genere e dei femminicidi in Africa e in tutto il mondo. È necessario un cambiamento culturale profondo, che riconosca alle donne non solo il diritto all’indipendenza, ma anche il rispetto per la loro vita e la loro dignità. Solo così sarà possibile fermare questa strage silenziosa che continua a mietere vittime innocenti. Nel frattempo piangiamo l’ennesima vittima di una mattanza assurda…

Benedetta Gravina

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