King Blaze
Fonte: https://www.serienjunkies.de/news/eyes-dragon-stephen-king-adaption-103388.html

Blaze è un romanzo breve scritto nel periodo 1966 – 1973, quando il re dell’horror Stephen King, ancora insicuro delle sue capacità, si dedicava alla realizzazione di racconti destinati alla pubblicazione su riviste periodiche (come Cavalier e Adam). Intanto i lavori più complessi fruivano sotto lo pseudonimo di Richard Bachman con cui il giovanissimo King firmò anche il manoscritto di Blaze, opera che inizialmente abbandonò in un cassetto poiché, a sua detta, «la storia ricordava una battuta di Oscar Wilde». Dopo trent’anni di oblio il romanzo si rivelò potenzialmente utile per la collana Hard Case Crime che si proponeva di far rivivere i vecchi polizieschi noir e hard-boiled. King riprese quindi in mano le sue vecchie carte, limò il contenuto dell’opera per perfezionarla e renderla adatta alla causa senza però riuscirvi: Blaze era diventato un romanzo a sé stante, un horror travestito da noir che, come sempre accade nelle opere di King, subiva tutto il peso dell’influenza di Shirley Jackson.

Il Daily Telegraph pone l’accento sulla posizione scomoda in cui si trovano i fruitori del Re: «[in Blaze] il genio di King sta nel portare i lettori a fare il tifo per il cattivo, invece che per le autorità.»
Il protagonista è infatti Clayton Blaisdell Jr., detto Blaze: un gigante con il cervello di bambino, un uomo temibile ma dotato di una rara bontà, che ignora l’etica e non sa distinguere cosa è giusto da cosa è sbagliato. Blaze non ha filtri sociali, i suoi ragionamenti sono meccanici, primitivi e istintivi, tutte le sue azioni hanno come obiettivo quello di salvaguardare sé stesso e il suo compagno George Rackley che venera, ammira e ama alla follia.
Farebbe tutto per rendere felice George, anche mettere in atto il suo piano criminale: rapire un bambino di una famiglia facoltosa per poi chiedere il riscatto e finalmente potersi arricchire e vivere insieme per sempre. Proprio come la coppia George e Lenny di Uomini e topi di John Steinbeck, uno è la mente e l’altro è il braccio, il primo trama nell’ombra e il secondo si occupa del lavoro sporco.

Questi sono tutti gli ingredienti adatti per la costruzione di un ottimo noir, ma a rendere il romanzo di King classificabile come horror è la sua inquietante premessa: George è morto tre mesi prima.

«George era nascosto dal buio. Blaze non lo vedeva ma la sua voce gli giungeva forte e chiara, burbera e un po’ ruvida. La voce di George sembrava sempre quella di una persona raffreddata. Aveva avuto un incidente da bambino.»


Come spesso accade nei romanzi di King, la trama, districandosi, si impelaga nell’ambiguità: Blaze è soggetto ad allucinazioni causate dalla precarietà della sua mente affranta o si tratta di un classico romanzo horror e quindi il nostro protagonista non riesce semplicemente a liberarsi del fantasma del suo compagno che ormai infesta la sua abitazione?

Stephen King ci racconta così della purezza del suo personaggio: un bambino mai cresciuto che si sente terribilmente solo, che ha perso tutto ma che, al contempo, sembra non rendersi conto della miseria che lo circonda. La voce che gli rimbomba nella testa gli dà ordini, lo offende e lo avvilisce. Blaze non è visibilmente capace di provvedere a sé stesso o di mettere in atto un rapimento: è grossolano e non pensa alle conseguenze delle sue azioni e proprio per questo ha costantemente bisogno di essere monitorato da qualcun altro. Ma, sebbene i tempi della narrazione siano programmati su una tensione costante volta al successo della missione criminale, i consigli di George non sono mai decisivi e mai del tutto chiari, la sua voce è forte, i suoi commenti fanno male come un pugno, ma non sono mai risolutivi. Ancora una volta quindi aleggia lo stesso dubbio: è il suo fantasma a voler essere allusivo e a mettere il suo braccio destro alla prova o è la mente di Blaze che, anche nella sua versione inconscia, non riesce a elaborare ciò che gli succede intorno? E quindi a cosa sta assistendo il lettore? Stephen King gioca così con allusioni e indizi fugaci rendendo labile il confine tra un’accurata analisi psicologica di un criminale dotato di handicap e la bramosia di un’entità soprannaturale che vuole porre un termine alla sua ultima questione in sospeso.

Una volta costruito il suo protagonista, Stephen King gli antepone gli antagonisti: la famiglia del piccolo Joe e la polizia. Il lettore è completamente immerso nello scambio di battute tra Blaze e George, è distratto dall’ambiguità del rapitore, da come man mano inizi ad amare quel bambino come se fosse suo e, al contempo, dall’ansia che ogni singolo movimento brusco da parte del neonato possa avere come effetto una reazione violenta di Blaze.
Contemporaneamente il fatto che Blaze sia ricercato pone tutto sul filo del rasoio. La polizia gli è alle calcagna, ogni singolo rumore, ogni scricchiolio può significare che il suo rifugio è stato trovato e che quindi Blaze deve dire per sempre addio alla sua missione, all’opportunità di mettere da parte qualche soldo e, soprattutto, a dimostrare al suo amato George che lui vale e che merita di essere amato.

Alessia Sicuro

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Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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