– DI EMANUELE TANZILLI
emanuele.tanzilli@liberopensiero.eu
Non è mai facile confrontarsi con i propri fantasmi, voltare il capo verso gli spettri dell’inadeguatezza e dell’insuccesso. Ci sono giorni in cui la penna non vuol proprio saperne di scrivere, e si limita a lacrimare una stanca litania. Ma non potevamo esimerci da questo compito, ingrato quanto immenso, sferzante quanto onorevole. E già, perché non basta sedere in Parlamento per definirsi tali. Ci sono uomini che hanno fatto della politica una missione di vita, una vocazione intima a tal punto da morire per essa, da morire con essa. Enrico era uno di questi, e parlarne oggi, a trent’anni di distanza da quel fatidico 11 Giugno suona quasi come una presa in giro, un’ingrata parodia.
Eppure, dobbiamo farlo. Dobbiamo farlo perché il suo esempio resti una perla d’inestimabile valore, screziata d’onestà, di umanità, di sacrificio. Perché l’Italia di oggi si misura attraverso la grettezza della speculazione, economica e sentimentale, e allora noi ci rifugiamo necessariamente nel ricordo più sincero. Perché Enrico è un’icona di lucidissima attualità, per i giovani che non l’hanno mai conosciuto come per chi si trascina sulle spalle qualche anno in più, e ha visto il suo Paese tramutarsi nell’incubo multigenerazionale del trasformismo, della corruzione, del finto perbenismo, delle pacche sulle spalle e delle mazzette nella tasca.
Recuperare il senso storico vuol dire, si spera, riappropriarsi di un senso critico che sembra ormai sopito, dimenticato sotto la coltre polverosa della rassegnazione. Altri tempi, certo: non si vive nel passato, ma ogni albero che voglia stendere lontano i propri rami deve possedere solide radici, ben piantate nel terreno. L’humus culturale, sociale, politico da cui proveniamo è nutrimento per i frutti che sbocceranno nel futuro. E allora chiediamocelo, che fine abbia mai fatto quel patrimonio sterminato, che cosa sia rimasta di quell’esperienza travagliata e mistica, meravigliosa nel suo bianco e nero che racchiude una policromia d’emozioni senza fine, intatta nella sua aura di sacralità ma pulsante più che mai nel torace, fra costola e costola, nel cuore che si stringe com’erano stretti i pugni quel 13 Giugno a Roma, davanti a un milione di persone attonite e ferite, ma del tutto consapevoli. Consapevoli della fine di un’epoca, forse non dell’inesorabile declino che la storia della sinistra italiana avrebbe conosciuto
L’eredità di Enrico Berlinguer: www.facebook.com/events/650176945059908/















































