I tecnici dei tecnici: Draghi chiama McKinsey a scrivere il Recovery Plan
Fonte immagine Jacobin Magazine

«Una task force non può sostituire governo e Parlamento» diceva Matteo Renzi durante la discussione in Senato sul Consiglio UE e sulla riforma del Mes, attaccando l’ex Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, reo del fatto di voler arruolare una task force di manager italiani per metterla al lavoro e redigere il Recovery Plan. Dal 9 dicembre sono passati tre mesi, il governo è cambiato – ora tocca a Mario Draghi – il Mes non è più una priorità e la task force da ipotesi è diventata realtà: il ministro dell’Economia Daniele Franco, ha assoldato una società di consulenza americana, la McKinsey, per coadiuvarlo nella stesura del Recovery Plan.

La notizia è frutto di un’indiscrezione, un’esclusiva di Radio Popolare ed è stata ripresa da alcuni quotidiani. La rivelazione è tutt’altro che ininfluente: il governo Draghi ha deciso di coinvolgere una società di consulenza straniera, la cui neutralità è più che discutibile, nella stesura del più grande programma economico dal dopoguerra, senza che il Parlamento ne fosse informato. La società verrà in contatto con dati sensibili la cui protezione è messa a rischio dalla mancanza di informazioni circa la tipologia del contratto e dalla tendenza a minimizzare la vicenda dello stesso Mef.

McKinsey, una storia opaca

Considerata a lungo la più prestigiosa società al mondo nelle consulenze finanziarie, negli ultimi tempi la McKinsey ha visto addensarsi nubi sempre più cupe nei pressi della sua reputazione. Non sono poche le vicende in cui la società statunitense è stata coinvolta e non ne è uscita benissimo. Dal coinvolgimento nella crisi (o tragedia) dei farmaci antidepressivi negli Stati Uniti, per cui ha patteggiato una multa salatissima con ben 47 stati, agli stretti legami con Bin Salman in Arabia Saudita e il disastro sudafricano.

Nel primo caso, la società ha patteggiato una multa di quasi 600 milioni di dollari con 47 stati americani. Per ben 15 anni McKinsey è stata consulente della casa farmaceutica incriminata, la Purdue, che commercializzava il farmaco al centro delle polemiche, l’OxyContin. La consulenza della società americana è servita per suggerire di aumentare il dosaggio delle singole pillole per incrementare i guadagni, fornendo poi indicazioni di marketing su come rendere inutili gli appelli contro la commercializzazione del farmaco. Si stima che l’antidepressivo abbia causato più di 200 mila decessi.

E questa è soltanto una delle vicende che coinvolge la società di consulenza. McKinsey è stata coinvolta anche nella politica migratoria di Donald Trump, migliorando l’efficienza dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), un ente che si occupa della gestione dei flussi. Dopo aver incassato 20 milioni di dollari, ha caldamente raccomandato al governo che per gestire efficientemente le strutture di accoglienza, il governo avrebbe dovuto risparmiare sul cibo da dare ai migranti e di inviarli in zone rurali per risparmiare sulla spesa. Il contratto è stato interrotto quando un’inchiesta del NY Times ha scoperchiato questa vergognosa violazione dei diritti umani.

Anche in Sudafrica non hanno un gran bel ricordo di McKinsey. La società aveva stretto un’alleanza con un’altra società locale, la Trillian, che ha sfruttato le sue relazioni con il capo del governo di Pretoria Jacob Zuma per accaparrarsi 1,6 miliardi di dollari di commesse. Si è trattato di una grossa vicenda di corruzione che dapprima ha portato alle dimissioni dello stesso Zuma e poi alla restituzione, da parte degli americani, di 100 milioni di dollari.

Dagli anni ’70, la società è presente anche alla corte di Bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita e al centro delle polemiche a causa dell’omicidio di Khashoggi e dei rapporti con un senatore italiano in carica, cioè Matteo Renzi. Il rapporto con il regime saudita riguarda una consulenza, che nel corso degli anni è diventata una vera e propria collaborazione strategica, culminata nel 2015 con un documento in cui si suggerisce di reinventare l’economia locale spezzando la dipendenza dal petrolio. Secondo fonti americane, McKinsey non si sarebbe occupata soltanto del lato economico, concentrandosi altresì sulle classiche operazioni di ritocco mediatico, stilando rapporti in cui misurava il consenso delle azioni che il governo intraprendeva, arrivando addirittura a individuare, con nomi e cognomi (e quindi schedare) opinionisti dissidenti che pubblicavano sui social opinioni sgradite alla corona.

Dopo aver delineato in soldoni alcuni degli elementi alla base della “fama” della società americana, è opportuno chiedersi se il Ministero dell’Economia fosse a conoscenza delle inchieste e degli scandali in cui è stata coinvolta la società di consulenza McKinsey a livello mondiale, a iniziare dalla vicenda degli antidepressivi negli USA e dalla questione dei dissidenti sauditi arrestati?

Il contributo al Recovery Plan di Draghi

Fino a pochi giorni fa i giornali facevano sapere che Draghi aveva deciso di scrivere personalmente il Recovery Plan, insieme a Daniele Franco e a una ristrettissima cerchia di collaboratori provenienti dalle principali università italiane. Non è andata proprio così e l’ingaggio di McKinsey e di altri colossi internazionali della consulenza, come Ernst & YoungPwc e Accenture – alcuni già presenti prima dell’arrivo di Draghi – farebbe pensare a un loro coinvolgimento diretto nella stesura del piano. Secondo il Mef i consulenti di McKinsey dovrebbero avere un ruolo marginale nella stesura del piano, di “supporto alle scelte”, fornendo dati e analisi di impatto sui progetti delineati dal governo, senza entrare nel merito delle scelte politiche.

Il compenso sarà davvero marginale, circa 25 mila euro. Un rimborso spese, insomma. Ci si chiede allora come mai una società così importante abbia deciso di inviare i propri consulenti, tra i più ambiti al mondo, a una cifra così irrisoria, non in linea con i suoi consueti giri di affari. Non risulta nemmeno che colossi del genere facciano beneficenza. Queste società di consulenza, molto probabilmente, avranno vantaggi di posizionamento derivanti dalla collaborazione al più grande piano di investimenti pubblici mai realizzato in Italia negli ultimi decenni. E non si tratta di vantaggi materiali, relativi al compenso, bensì a livello di patrimonio informativo, da “riutilizzare” strategicamente in un secondo momento alla stesura di altri progetti con dei privati. Anche perché lo scarno comunicato non ha detto alcunché circa le informazioni a cui McKinsey avrà accesso.

Inoltre, è molto difficile operare una cesura tra scelte tecniche e politiche, soprattutto se si tratta di una società come McKinsey, la quale ha alle spalle numerose decisioni politiche, inquadrabili dal punto di vista economico nella categoria del neoliberismo. Asserire che le società di consulenza non entrano nel merito delle scelte politiche è profondamente errato. Negli ultimi decenni, soprattutto nei Paesi occidentali, le amministrazioni pubbliche si sono affidate sempre più pesantemente alle società di consulenza, guadagnando una certa influenza politica sulle decisioni dei singoli dicasteri e assumendo un ruolo importante nella trasformazione dei ministeri in comitati di affari.

Dal punto di vista politico, è curioso che il “governo dei migliori” abbia deciso di rimettersi alle valutazioni di una società come la McKinsey. Sarebbe utile ricordare che il governo Draghi è nato proprio per scrivere il Recovery Plan, scegliendo di affidarsi a consulenti esterni nella stesura del piano, l’esecutivo ammette che l’intera struttura burocratica di un ministero non è competente, compresi i migliori. “Se dei tecnici devono avvalersi di altri tecnici per lavorare, a cosa servono i primi?

Questa scelta, comunque, potrebbe non essere un caso. la chiara vocazione neoliberista di McKinsey potrebbe certificare l’intenzione di Mario Draghi di seguire l’american way, contraddicendo coloro che avevano sottolineato come il banchiere fosse un “keynesiano” e mirasse a impiegare i 209 miliardi per sanare le disuguaglianze e le ingiustizie sociali del Paese.

La decisione di scavalcare il Parlamento e tenere tutto in gran segreto, dimostra che in Italia si invoca la trasparenza democratica soltanto quando fa comodo. Nessuno ha ancora parlato di “vulnus democratico” eppure quando Conte parlò di task force, l’opinione pubblica si indignò a tal punto che il governo rischiò di cadere già a novembre. Nonostante l’ilarità che tale distinguo potrebbe generare, la questione è un’altra: “perché il governo Draghi non ha ritenuto necessario comunicare la questione affinché non sorgessero dubbi?” In breve, perché l’esistenza del contratto è stata tenuta segreta?

Pur non volendo esagerare l’impatto che McKinsey avrà sul Recovery Plan, la consulenza a qualcosa dovrà pur servire e soprattutto qualche segno lo dovrà pur lasciare. Si tratta della prima società al mondo nel suo mestiere e, a livello politico, il suo coinvolgimento suggerisce chiaramente che il governo Draghi preferisce che a sovrintendere al progetto ci sia un controllore esterno rispetto a quello “naturale” della democrazia italiana, cioè il Parlamento.

La questione McKinsey è la classica operazione tecnica condotto da un tecnico avulso ai protocolli parlamentari, il quale vuole dare al suo governo una parvenza di linearità e ordine, escludendo l’inciampo parlamentare. Il governo Draghi ha agito da tecnico, occultando le difficoltà e gli ingorghi della pubblica amministrazione ma esautorando ciò che ci si aspettava dal suo esecutivo: un dibattito politico limpido, trasparente e diffuso. Agire in gran segreto non è sicuramente un buon modo per rapportarsi con un’opinione pubblica scettica, così come minimizzare il tutto in uno scarno comunicato stampa. Questa volta il silenzio non può essere una soluzione.

Donatello D’Andrea

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