guerra in Ucraina e in Afghanistan
Fonte: contropiano.org

Due pesi e due misure, nonostante la guerra sia guerra in tutto il mondo. Ma l’essere umano anche in queste situazioni è capace di trovare un fattore discriminante o più fattori. L’invasione russa, per molti, non è dunque equiparabile all’invasione dell’Afghanistan.

Più o meno è questo il messaggio che giunge da gran parte dei social media: la questione in Ucraina riguarda tutti noi perché è un Paese al confine russo ma più vicino agli interessi europei. Si tratta quindi di capire tra l’asse Nato – Ue e la Russia di Putin chi cederà il passo deglutendo in un solo boccone il territorio ucraino. Fa riflettere anche la posizione degli Stati Uniti, stranamente i meno belligeranti di tutti.

E poi c’è la Cina: se dovesse invadere Taiwan non ha alcuna garanzia che Biden affronti questa azione alla stregua di quella in Ucraina. Il motivo è molto semplice: gli Stati Uniti in Ucraina si comportano da Alleati, a Taiwan invece da protagonisti in quanto è il loro nono partner commerciale, oltre che una superpotenza dei semiconduttori, materiali di estrema rilevanza nelle catene di approvvigionamento globale. Tutto ciò spiega anche l’atteggiamento della Cina che si mantiene sia neutrale e sia alleata formale della Russia, in modo tale che se Putin dovesse riuscire a modificare con la forza lo status quo dell’Ucraina, anche la Cina si sentirebbe protetta dalla Russia di Putin, e anche legittimata a conquistare Taiwan. Il paese è, a oggi, sotto assedio militare: in tal modo, Xi Jinping si riserva la possibilità di invaderla in qualsiasi momento. Ciascuno Stato persegue i propri interessi, e nessuno ha a cuore la pace mondiale, tra culture e popoli.

Spostando leggermente il dito sul mappamondo giungiamo in un altro luogo, in Afghanistan. Che cosa hanno in comune l’Ucraina e l’Afghanistan? Apparentemente nulla, in realtà diversi elementi. Agli afghani è stato fatto credere che l’Occidente li avrebbe salvati, sarebbe giunto nei loro territori un vento democratico, si sono affidati e male hanno fatto, perché oggi, Kabul, la capitale dell’Afghanistan appartiene ai talebani, che governano a discapito di ogni volontà popolare. Quando bisognava mettere in scacco i talebani, gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Afghanistan abbandonando la popolazione a un destino già scritto negli accordi effettuati nelle stanze “democratiche” tra la politica americana e le mostruosità dell’emirato islamico. Più o meno le vicende, per quanto diverse, stanno portando a esiti simili e altamente rischiosi per l’equilibrio geopolitico. Vladimir Putin si è sentito minacciato dall’espansionismo della Nato avvenuto nell’arco di pochi anni giungendo fino ai confini russi con la volontà dell’Ucraina di entrare sia nella Nato che nell’Ue. Successivamente, la militarizzazione dell’Ucraina ha messo in allarme il dittatore russo. Ma questa volta non si tratta di affrontare una lezione di geopolitica o ripercorrere la storia cercando di polarizzare le opinioni.

Non bisogna poi usare la solidarietà “a intermittenza”, ossia solo quando il pericolo è dietro l’angolo e noi siamo a un metro da quell’angolo. La solidarietà è sempre bella, utile, e non importa a quale distanza giunga, solo che la stessa fisiologicamente non può abdicare a forme di discriminazione e valutazioni personali condizionate dalla paura del rischio vicino o lontano. Rende l’idea quanto scritto da Martin Niemöller: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare». La solidarietà, l’atteggiamento prosociale, non dovrebbe riguardare noi stessi, ma essere scevro da ogni calcolo personale: solo in questo modo matureremo una visione solidale, pura, dell’altro.

Ciò che ha smosso l’invasione russa non ha suscitato lo stesso movimento emotivo rispetto a quanto accaduto in Afghanistan e in tanti altri posti del mondo. Ciascuno ne ha responsabilità, ma bisogna ricordare che le guerre sono anche di natura mediatica: i mezzi di informazione ricoprono un ruolo decisivo perché dirottano e persuadono i popoli. C’è una manipolazione delle informazioni che plasma l’opinione pubblica nell’affermazione di false credenze e nel racconto una storia diversa. Oggi la pace non riguarda solo la necessità di sospendere la produzione di armi e mezzi di guerra, oggi la pace investe una serie di settori, è un processo che si deve sedimentare nella cultura, nell’economia e nell’educazione ma soprattutto nella e tra la res publica, in quanto come diceva Bertrand Russel «ogni guerra è dispiegamento di potere bruto».

L’essere umano è diventato un pacifista atipico. Vuole la pace e offre le armi. Il mondo, tutto o quasi, compreso il Vaticano invocano la pace, una mediazione tra le parti che possa permettere innanzitutto una sospensione del conflitto in attesa di trovare un accordo, una forma tale che non prenda in considerazione la volontà dei paesi, anche europei, che cercano l’accordo e la pace con le armi. La solidarietà con gli ucraini non può passare per la spedizione di armi e soldati: nemmeno un folle penserebbe di spegnere un incendio così vasto gettando altra benzina soprattutto se l’interlocutore è un dittatore.

Questa guerra era prevedibile? Soprattutto, era possibile evitarla? Non solo era prevedibile ma era anche possibile evitarla. Questa tesi è rafforzata non solo da una analisi storica di chi oggi ripercorre un po’ quelli che sono i passaggi che hanno portato al casus belli, ma anche da alcune dichiarazioni che fece Giulietto Chiesa nel lontano 2015 in seguito agli scontri avvenuti in Ucraina nel 2014. Ebbene, Chiesa, dichiarò in più circostanze di sentirsi particolarmente inquieto in quanto si stava avvicinando la vigilia di nuova guerra molto pericolosa e che la probabilità che potesse essere evitata fosse particolarmente bassa. Lo stesso pensava che la crisi in Ucraina nel 2014 fosse un pretesto da parte degli Stati Uniti, della Nato e dell’UE di colpire la Russia facendola cadere in una vera e propria trappola, in modo tale da legittimare e giustificare le alleanze verso Est e moltiplicando il proprio monopolio. Tuttavia Putin non cadde nella trappola, fino naturalmente ai fatti di oggi che manifestano ragioni pressanti affinché ci sia la Terza guerra mondiale.

Giulietto Chiesa pensò anche a una soluzione, lontana un miglio per la Nato, l’Europa e gli Usa, ma è per certi versi la richiesta effettuata da Putin: lasciare che l’Ucraina resti neutrale. Se la soluzione del conflitto fosse realmente questa? Ovvero lasciare che l’Ucraina resti neutrale, libera, acquisendo nuovamente la propria sovranità ma senza rinunciare a un processo interno di democratizzazione? La possibilità che l’Ucraina resti neutrale non è una vittoria di Putin o di quella parte della Russia che lo sostiene. Dopotutto la Nato non può dirsi un’organizzazione pacifista nemmeno quando giustifica il processo di militarizzazione sotto una prospettiva difensiva e non di attacco. La riflessione di uscire o di restare nella Nato dovrebbe riguardare anche il nostro Paese. Che si dichiara pacifista e che per Costituzione ripudia la guerra. L’unico gesto di pace sarebbe quello di dismettere le armi, estinguere ogni finanziamento in questo settore. Tutto il resto è politica.

Bruna Di Dio

Intraprendente, ostinata, curiosa professionale e fin troppo sensibile e attenta ad ogni particolare, motivo per cui cade spesso in paranoia. Raramente il suo terzo occhio commette errori. In continua crescita e trasformazione attraverso gli altri, ma con pochi ed essenziali punti fermi.

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