Jannik Sinner

Giù le mani da Jannik Sinner. Questo è ciò che deve aver pensato chi vuole bene al tennis nelle settimane immediatamente successive agli Australian Open 2021, tra febbraio e marzo, quando frotte di commentatori social incalliti e urlatori del web aveva deciso bene di mettere in discussione l’enorme potenziale del tennista altoatesino. Come se cedere in cinque set a uno come Denis Shapovalov (n° 12 al mondo) in un primo turno Slam, tra l’altro, fosse indice di immaturità o di chissà quale altra mancanza. E come se, soprattutto, la qualità di un fenomeno di diciannove anni (sì, diciannove) come Sinner dovesse ogni volta dipendere da questo o quel risultato per poter essere assodata.

Chi vuole bene al tennis deve essersi semplicemente ricordato di come Shapovalov rientri nella categoria di quei giocatori che se imbroccano la giornata giusta possono mettere in ginocchio chiunque, poiché dotati di un talento e di una capacità di produrre bellezza più unici che rari. Per cui nulla di strano, né tantomeno allarmante. Anzi: forse in troppi, occupati a sferrare sentenze, si erano già dimenticati di come Sinner avesse concluso il 2020 e iniziato il 2021, e cioè con due successi consecutivi in due tornei ATP 250 (quarti per importanza dopo Slam, Masters 1000 e ATP 500), prima a Sofia e poi a Melbourne, che lo avevano reso il più giovane tennista italiano della storia a conquistare due titoli ATP. Un altro record battuto, quindi. Uno dei tanti, dato che sono ormai tre anni e mezzo che Jannik non fa altro che superarne. E sarebbe stato fin troppo facile, un mese fa, srotolare questa lista di record in faccia a chi non aveva atteso altro che un passo falso per poterlo mettere sul banco degli imputati. Sarebbe ancora più facile farlo ora, in aprile, dopo aver visto Sinner diventare il primo 2001 in assoluto a giocare una finale in un Masters 1000 (Miami), battere per due volte in due settimane il numero 11 al mondo (Bautista Agut) e piazzarsi al numero 23 della classifica mondiale a diciannove anni e mezzo.

Ma è davvero quello che ci interessa fare? Il chiacchiericcio intorno allo sport di alto livello c’è, c’è stato e ci sarà sempre. E va bene così. È bello che ci sia e in un certo senso riesce persino ad alleggerire il peso di ambienti dove talvolta pressione e tensioni prevaricano ciò che nonostante tutto dovrebbe rimanere divertimento. Ma per capire cosa si muove nella testa di chi quelle pressioni le vive ogni giorno bisogna fare un passo più in là rispetto a chi, per passatempo e/o per tifo, si ritrova a pigiare una tastiera per esprimere il suo disappunto dopo una sconfitta. Senza cattiveria né risentimento: voler bene al tennis significa soltanto andare più in là. Guardare oltre. Anche perché a Sinner – come dimostra ogni sua intervista – delle chiacchiere interessa meno di niente. E non per superbia. Semplicemente perché, come chi sa vedere oltre, lui vibra a frequenze diverse, lo ha sempre fatto.

Jannik Sinner a nove anni. (stellenellosport.com)

Figlio di grandi lavoratori (padre cuoco e madre cameriera in un rifugio) e cresciuto San Candido, in mezzo alle Dolomiti, Jannik è nato con l’indole di chi vince e primeggia, quasi senza accorgersene, qualunque cosa faccia: a sette anni era campione italiano di sci e a otto ha preso in mano la prima racchetta. Ha imparato a giocare a tennis nell’unica maniera in cui si può imparare qualcosa: divertendosi come un matto, e a tredici anni e mezzo, quando di solito si fa la prima vacanzina lontano dai genitori, era già pronto per fare grandi scelte, come quella di accettare la proposta di Mauro Sartori (ai tempi coach di Andreas Seppi) di andare a vivere a Bordighera, in Liguria, per iniziare ad allenarsi nell’accademia di Riccardo Piatti, nel circolo più antico d’Italia. Da solo, e senza nemmeno sapere troppo bene l’italiano, dato che lassù in Alto Adige si usa prevalentemente il tedesco. Decisamente non roba per tutti.

Da quel giorno Jannik non si è mai fermato. Una fiducia totale negli insegnamenti di Piatti e una voglia di lavorare sul campo (e fuori) rara gli hanno permesso nel giro di qualche anno di fare un percorso di maturazione per il quale agli altri tennisti di solito serve una carriera intera, a prescindere dal livello o dal ranking raggiunto. Sì, perché non si tratta “solo” di risultati. Si tratta prima di tutto di consapevolezza. E se esiste qualcosa in Sinner che sicuramente colpisce più di ogni altra, quella è proprio la sua assoluta consapevolezza che ciò che merita, un giorno, lo avrà. Anzi, lo sta avendo già. Perché se lavori duro, hai talento e delle radici solide non può essere che così. Non è questione di disinteressarsi alla differenza tra vincere e perdere un match. Non c’è nessuno che a quel livello non voglia vincere. Piuttosto è questione di saper mantenere un distacco, un amorevole distacco, dal singolo risultato, dalla singola delusione e persino dalla singola gioia. Un distacco che non vuole escludere niente né tantomeno negare le difficoltà. È tutto parte di un unico grande percorso. Quasi spirituale, ancora prima che tennistico.

Jannik Sinner e Riccardo Piatti a Bordighera (tennisworlditalia.com)

«A me classifica e risultati per ora non interessano. Anzi non me ne frega niente. Ci penseremo quando avrà 22-23 anni, allora capiremo cosa davvero è in grado di fare. Adesso mi interessa che cresca, che arrivi a giocare al livello che ho in mente io. Deve nutrirsi di esperienze, non di punti. Deve confrontarsi, capire» (Riccardo Piatti)

Basta rileggere queste parole di Piatti in un’intervista di due anni fa per comprendere di quale bellezza sia intriso il progetto e soprattutto per capire come mai Sinner abbia scalato 1750 posizioni in classifica nel giro di tre anni (ad aprile 2018 il suo ranking era 1770). Migliorare, migliorarsi e curare tutto ciò che si fa. Come quando a Sofia, a novembre 2020, il giorno prima di giocare il primo turno Jannik chiese a Fabrizio Ornago di aspettare con lui la fine delle partite serali per allenarsi sul campo centrale in modo da abituarsi al palazzetto in cui avrebbe giocato il giorno seguente. Avrebbe potuto allenarsi in qualunque altro orario su qualunque altro campo. E invece no. Voleva provare il centrale. Alle dieci di sera. Lo fece, e quel torneo, come è noto, lo vinse.

Certo poi c’è il talento, ci sono i colpi, c’è una dote innata nel saper unire un fisico longilineo a una rapidità e una flessibilità disumane, che gli permettono di giocare anche le palle più complicate in situazioni di perfetto equilibrio dinamico, arrivando così a generare una potenza all’impatto senza eguali. Tutte cose imprescindibili per arrivare dove sta arrivando lui. Non ci sono superfici che Jannik tema più di altre, nemmeno la terra (l’anno scorso fece quarti di finale al Roland Garros), e l’imminente stagione sul rosso potrebbe portare ad altre grandi soddisfazioni. Ma c’è qualcosa che ancora prima dell’aspetto tecnico e dei suoi risultati rende già grande Sinner? Sì, e conviene dirlo ora, prima che i suoi successi potranno diventare così tanti da rischiare di farcelo dimenticare. Perché in fondo, chi possiede un’attitudine come quella di Jannik che cos’ha da perdere? Nulla. E quando è così, solo così, allora finisce che puoi vincere tutto.

Daniele Benussi

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