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«Sarà la lingua napoletana come più di tutte a fondersi perfettamente con la settima arte, sotto la scia della musica.»

Il dialetto napoletano compie i suoi primi passi decisivi nel cinema italiano verso la fine della seconda guerra mondiale: certamente una fase di transizione, di confusione e disorientamento, dove, tuttavia, il cinema trova una sua alta espressione coadiuvandosi con la lingua napoletana. I film di quell’epoca diventano, in effetti, strumenti su cui smuovere criticamente le coscienze e, con estrema aderenza, diventano le realtà più vicine alla contemporaneità e ai temi scottanti di quel tempo come la disoccupazione e il degrado urbano.

Queste pellicole iniziarono a servirsi di attori scelti dalla strada interpretando scene reali e di vita quotidiana: è proprio in questo momento che la lingua italiana si serve del dialetto napoletano, permettendo alla città di Napoli di compiere il passo decisivo: la cinematografia napoletana diverrà il filone per eccellenza della filmografia napoletana.

Sarà Roberto Amoroso, il pioniere geniale di questa nuova corrente, il quale esordirà nel 1947 con Malaspina. Tuttavia, c’è chi considera come prima pellicola neorealista ambientata a Napoli ‘O sole mio nel 1945, ispirata alle Quattro Giornate del regista Guglielmo Gentiluomo; a seguire, ci sarà Paisà di Rossellini , Campane a martello di Zampa nel ’49 con Eduardo de Filippo.

Protagonisti napoletani

Un genio che concentrerà il dialetto napoletano con il teatro e la letteratura, sarà certamente Eduardo de Filippo prima con Napoli milionaria del ’50 e a seguire con Napoletani a Milano nel ’52: al centro il tema dell’epoca, e quindi la miseria del dopoguerra, già espressa dai vari registi, tra cui dallo stesso Vittorio De Sica. In effetti De Filippo ha sempre considerato la cinematografia sottotono rispetto all’espressività del teatro, ma non abbandonò mai l’idea di fare uso della settima arte proprio perché nutriva un certo fascino per essa.

Un altro artista che attinge dalla letteratura e che realizzò alcuni dei suoi film più apprezzati è Vittorio De Sica, napoletano acquisito, il quale aveva un profondo legame con la città di Napoli e con gli stessi partenopei: ogni volta che De Sica faceva ritorno nella città, veniva accolto calorosamente. Vittoria De Sica realizzò a Napoli i film L’oro di Napoli, Il giudizio universale, Matrimonio all’ italiana e altre bellissime pellicole. Nei suoi film primeggiava il dialetto napoletano, spesso gli attori erano scelti in base al proprio dialetto, la stessa Sophia Loren, attrice che plasmò numerosi film. Le canzoni, inoltre, intonate e calde, erano napoletane.

L’anima dei napoletani è racchiusa in due nomi: Totò e Peppino De Filippo. Venivano considerati napoletani doc, veraci; tutto il popolo si riconosceva in questi due splendidi volti. Non da meno è Nino Taranto, considerato forse l’attore più legato al linguaggio di origine, nonostante l’italiano parlato, il napoletano macchiava o aggraziava le parole, facendo intravedere da subito le sue origini. Taranto amava la sua città:

“Io devo molto a Napoli e ai napoletani– dichiara in un’intervista del 1959- perchè Napoli mi ha dato il cuore e i napoletani mi hanno capito e mi hanno dato la forza di andare avanti. E sento che per me è un dovere portare avanti il nome di Napoli…Più passano gli anni e più mi convinco di essere veramente napoletano: mi piacciono i maccheroni, vorrei fare cose particolarissime ad ore inimmaginabili ma non me lo permettono, divento sempre più superstizioso e, grazie a Dio, mi ritengo fortunato”.


Le maschere del cinema napoletano

Nel dopoguerra, i film rappresentavano un modo per comunicare, esibire le dinamiche sociali, gli intrecci tra la politica e le organizzazioni criminali: la settima arte, divenne per molti strumento di lotta sociale e di denuncia. Molti registi ne furono ispirati come Lenzi con Napoli Violenta, Il Camorrista di Tornatore, oppure Rosi con La sfida, attingendo da un avvenimento realmente accaduto. La storia del cinema napoletano vive e si alimenta dei più vari esponenti, del passato come Troisi e di quelli dell’epoca moderna, apprezzabili o meno, certo, come Salemme, Siani e Garrone. Salemme è forse considerato il più innovativo nel rappresentare la città partenopea, superando vecchi cliché utilizzati invece in varie occasioni da Alessandro Siani. Battute esilaranti, situazioni paradossali, mettono in scena la commedia, forse brillante, di Salemme.

La lingua napoletana ha rappresentato per molti registi il porto sicuro: se ci pensate, la lingua napoletana non commette mai sgambetti grammaticali, oscilla tra l’enfasi e il giusto. Napoli è il porto sicuro per i nuovi e i vecchi registi, è il cuore pulsante della settima arte, il dialetto è il sangue di questo cuore da cui attingere per raccontare, esprimere e comunicare sentimenti ed emozioni. Dalla Napoli di De Sica alla Napoli di Özpetek , una città dai mille colori e dalle mille maschere.

Bruna Di Dio

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