idrogeno francia germania
Fonte: https://energyindustryreview.com/

Non è ancora il business energetico del futuro, ma ormai poco ci manca: se così non fosse, i governi di Francia e Germania non avrebbero deciso di investire miliardi di euro nell’idrogeno “verde”. La notizia di una collaborazione tra le due potenze economiche europee, che chiama in causa una visione di più ampio respiro in grado di coinvolgere anche le istituzioni della UE, assume contorni particolarmente interessanti sotto diversi punti di vista.

L’idrogeno: una vecchia idea nuova

Già negli anni Novanta del secolo scorso si parlava dell’idrogeno come fonte energetica rinnovabile e pulita per industria e trasporto: come ha spiegato a Repubblica il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Fatih Birol, tra gli altri il maggiore problema finora è sempre stato il costo della produzione dell’idrogeno e il risvolto negativo del processo, ovvero l’inquinamento da combustibili fossili impiegati nella sintetizzazione.

Qualcosa, però, sta cambiando e la crisi economica internazionale ci ha messo lo zampino: i governi di Francia e Germania, infatti, da qualche settimana hanno cominciato ad annunciare piani di massicci investimenti nel settore dell’idrogeno a scopi industriali, rispettivamente con interventi da 7 e 9 miliardi di euro, per dare nuovo slancio non solo alla questione ambientalista (di cui Macron e Merkel sono tra gli alfieri in Europa), ma anche per approfittare di una congiuntura appetibile, nella sua drammaticità.

Il treno da non perdere si chiama Recovery Fund, che infatti dovrebbe finanziare una parte consistente di queste misure, insieme ad altri programmi comunitari di sviluppo come gli Horizon. Alla fine, si calcola che, da qui al 2030, anno di auspicabile consolidamento del progetto-idrogeno, saranno stati investiti fino a 130 miliardi di euro. La crisi e la necessità di uscirne con proposte innovative, dunque, hanno dato la spinta definitiva a un piano sulle risorse rinnovabili che era già stato ventilato a partire da giugno, mentre Macron vi aveva fatto riferimento in un recente intervento sui piani del governo francese per il prossimo decennio.

Questione “green” e questione di competitività

Al di là di questa quasi joint venture tra Francia e Germania, più in generale la pressione sulla Commissione UE di vari Paesi del nord (più la Svizzera) sul tema idrogeno è ormai diventata sensibile: si chiedono investimenti nel settore, anche perché, in tempi di recessione, l’avvio di ambiziosi programmi di riconversione energetica può diventare un grande affare occupazionale, ipotizzandosi di creare fino a 540 mila posti di lavoro in più.

La possibilità di dare il via (anche) coi soldi UE a un network dell’idrogeno davvero europeo è reale: nonostante l’ormai consolidata leadership franco-tedesca, infatti, il piano è quello di allargare anche ad altri partners la fase di ricerca e sviluppo tecnico e logistico, tra produzione e infrastruttura. Si tratta di un’indagine che in realtà non comporterebbe, almeno in linea di principio, ulteriori e insostenibili costi, perché l’idrogeno viene condotto all’interno delle pipelines del gas naturale. La rete europea di trasporto del gas è moderna e adeguata, per la stragrande maggioranza della sua estensione, a sostenere la riconversione; e, dettaglio non da poco, una grossa fetta fa capo all’italiana Snam.

Ecco perché il ministro delle Finanze francese Le Maire parla dell’auspicio di creare una nuova “sovranità europeadell’energia dietro al progetto-idrogeno: stavolta l’intento sembra credibile anche perché c’è la volontà politica, da parte di Francia e Germania, di trovare finalmente un settore energetico in cui non accusare più la dipendenza da amici/nemici (su tutti, la Russia) per le fonti fossili e dagli asiatici per quelle rinnovabili. Specialmente la Cina, ormai, per stessa ammissione del ministro francese è diventata leader nel fotovoltaico: bisogna quindi dirottare la capacità competitiva europea verso altri lidi, senza farsi anticipare anche stavolta.

L’idrogeno è davvero già “green”?

La domanda sulla sostenibilità dell’idrogeno sorge però spontanea, considerati non solo i costi, ma anche i metodi di produzione fino a oggi particolarmente inquinanti. Sul valore economico della strada intrapresa da Francia e Germania, a quanto pare, non c’è nessun dubbio: il punto è, dunque, se la soluzione conviene al pianeta. Su questo, in effetti, ci sono tendenze ideologiche contrastanti.

Posto che, rispetto agli ultimi anni, la ricerca abbia fatto passi avanti e si sia in grado di produrre idrogeno dalle fonti idroelettriche, eoliche o solari (perché per produrre idrogeno ci vuole sempre e comunque energia), bisogna capire se tutti sono disposti a rinunciare alla sintetizzazione dell’idrogeno ai più bassi costi delle fonti inquinanti. Già la Francia ha fatto capire di non esserlo del tutto: Paese che punta ancora molto sul nucleare, per bocca del suo ministro Parigi non sembra nel medio periodo disposta ad accantonare le centrali (con malumore delle associazioni ambientaliste).

Che ci siano problemi strutturali per la soluzione-idrogeno, lo afferma anche il già citato direttore Fatih Birol, per il quale l’idrogeno non è la risposta che, in valore assoluto, si sta cercando alla sfida dell’inquinamento globale, ma è un ottimo passo avanti su cui i governi europei dovrebbero pianificare, appunto, un consapevole e dettagliato piano di investimenti. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone il ministro olandese Wiebes, che parla dell’idrogeno come dell’anello di congiunzione mancante nel processo globale di riconversione energetica in campo industriale e nei trasporti.

L’Italia, in questo contesto, come ormai sempre più spesso accade non parte in prima fila: si è detto del potenziale ruolo strategico della rete di gasdotti gestita da Snam, con anche Eni che potrebbe essere della partita, ma ad oggi su un ruolo italiano nel nuovo modello di sviluppo alimentato a idrogeno si sa poco. Certo, alcuni sottolineano l’esistenza ormai da un anno del cosiddetto Tavolo sull’Idrogeno, cui aderiscono almeno 40 soggetti, ma non si conoscono ancora delle vere e proprie determinazioni da parte di questo organismo in grado di incidere sulla linea politica dell’Italia in un settore in cui, comunque vada, Francia e Germania hanno deciso di vederci più lungo degli altri.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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