A Roma l’innumerevole quantità di opere d’arte e monumenti porta il visitatore ad alzare lo sguardo e a non curarsi di quello che spunta da terra. Se si cambia prospettiva si può vedere come ci sia bellezza anche a meno di un metro dal suolo: da qualche anno infatti la capitale è costellata di curiosi tronchimorti: alberi tagliati perché malati o di intralcio che riprendono vita grazie alla mano e alla fantasia di un ormai noto nome della street art e della scultura del legno, Andrea Gandini.

La riqualificazione di quello che agli occhi di tutti potrebbe essere uno scarto urbano, conferisce nuova dignità e potenza espressiva a qualcosa che prima era simbolo di energia vitale: Andrea Gandini e i tronchimorti sono al centro di un crocevia di storie, volti, sguardi, espressioni che armoniosamente si imprimono sul legno e trasformano l’imperfezione in una vera e propria poesia.

Per lui questo contributo ha un significato: c’è sempre qualcosa di positivo nella società e ciò che apparentemente ha minor valore può essere recuperato attraverso un intervento sia scientifico sia artistico. Ecco l’importanza dell’arte.

Lo abbiamo incontrato in occasione della sua terza mostra, “Troncomorto”, tenutasi dal 6 al 15 Aprile presso La Clessidra – Sala Blu con la curatela di Livia Fabiani.

Com’è nata questa passione per il legno e come si è sviluppata?

«Ho iniziato a scolpire il legno a sedici anni, nel mio garage. Dopo un anno nella zona ho trovato un tronco tagliato e ho deciso di farne una sorta di insegna incidendovi sopra una freccia diretta allo studio. Ho esteso la mia attività ai tronchi sparsi per la città e ora sono più di 50 in tutta Roma e dintorni. Ho approfondito per conto mio l’arte del legno: a scuola l’ho trattata relativamente poco e non ho proseguito gli studi.»

Il tuo stile è semplice e allo stesso tempo molto comunicativo. Sicuramente hai dei maestri ai quali ti ispiri. In che misura ti hanno influenzato?

«Sì, i miei punti di riferimento a livello stilistico sono Rodin, Medardo Rosso, il non finito michelangiolesco, la sperimentazione in strada (ad esempio Keith Haring). Nei tronchimorti cerco di riprenderne per sommi capi le caratteristiche. In particolare la cifra distintiva che si ritrova in questi è l’incompiutezza: rispetto alla pietra, che è sedimento, il legno ha avuto in sé liquidi vitali come la linfa, dunque è più evidente ricreare uno stato di vita che lo caratterizzava prima della morte anche solo fermandosi al volto. Ecco perché penso che il principio di non finito che è stato proprio di Michelangelo si adatti alla perfezione al materiale che ho scelto.»

Sappiamo che hai sperimentato anche altre forme artistiche: xilografie e ritratti. Hanno dei supporti materiali meno vulnerabili all’azione corrosiva del tempo e, potremmo dire, al normale corso della natura. Perché scegliere il legno come mezzo principale della tua street art?

«Prima di tutto perché quando ho iniziato questo percorso ho avuto a disposizione quel materiale: i tronchi per strada che sono un bene di tutti, i pezzi di legno riciclati e accumulati in studio. È molto importante secondo me saper applicare le proprie capacità ai mezzi che si hanno per lavorare. Ciò non sminuisce l’arte e la validità dell’opera che si crea. Inoltre amo la scultura spontanea e che possa scavare all’interno di un oggetto morto per portare alla luce la vita.»

La mostra Troncomorto ha riscosso enorme successo, al punto che hai deciso di prolungarla fino al 15 Aprile. Che opinione hai della gente che si è interessata al tuo lavoro? Ti ha insegnato qualcosa?

«Prima dell’inaugurazione ero preoccupato e pensavo che sarebbe stato un evento esclusivamente per chi mi conoscesse già. Invece c’è stata una grande affluenza e ho avuto modo di parlare con tutti, sono stati momenti di scambio e contatto al pari di quelli che si instauravano per strada, mentre lavoravo a terra. Immergersi nel vivo della quotidianità dei cittadini mi ha insegnato che non si può giudicare chi ti passa accanto solo dall’apparenza: in realtà ognuno nasconde una storia, un’emozione sotto le vesti che indossa tutti i giorni e spesso le persone sono migliori se conosciute a fondo.»

Nonostante i rapporti amichevoli intrecciati con i cittadini, non sono mancati tentativi di “rovinare” le tue opere urbane e critiche al tuo modo di fare street art. Cosa pensi in merito?

«Tempo fa un anonimo ha ricalcato con un pennarello il volto di uno dei tronchimorti a cui ho lavorato a Via Cola di Rienzo. Non penso che lo abbia rovinato: è stato un gesto legittimo, perché quell’opera appartiene a tutti. Piuttosto mi ha reso felice l’aver stimolato un’azione artistica del genere in qualcun altro, ho aggiunto un pezzo di me alla strada e allo stesso tempo la comunità si è sentita in diritto e in dovere di dare un proprio contributo, seppure su un supporto già utilizzato. In merito alle critiche, ho accolto pareri negativi su quello che stavo facendo: come è normale che sia, non tutti sono d’accordo sulla stessa idea. Sono stato anche preso di mira da alcuni ambientalisti perché su un tronco che ho scolpito sono ricresciute inaspettatamente delle foglie. Hanno etichettato il mio profilo sui social come una “galleria degli orrori”, pensando che invece di estrapolare l’arte dal legno io lo torturi.»

Chi è per te l’artista di strada? E secondo te Roma, città ricca di storia e di bellezza ma anche al centro di forti polemiche, ha bisogno della street art?

«L’artista è colui che rappresenta, anche in parte, la comunità che popola le strade della città in cui lavora. La street art si nutre della contestualizzazione: raggiunge il massimo dell’efficacia e dell’impatto solo nel luogo in cui è nata, altrove perderebbe la sua forza al pari di un’opera già programmata in studio e proiettata al di fuori di esso. A mio parere Roma non è tutta marcia: c’è del buono in lei che deve essere valorizzato ed è anche necessario trovare un punto di incontro con i suoi abitanti, purché siano disposti ad accogliere le novità. Le persone amano l’arte perché essa racconta loro qualcosa. I miei tronchimorti in qualche modo aggiungono qualcosa alla loro quotidianità e riprendono l’ambiente in cui sono radicati dal punto di vista estetico e tematico. La mia più grande soddisfazione è quando questi soggetti mi dicono “Dopo aver scoperto quello che fai guardo il tronco tagliato in modo differente, come se mi aspettassi di vedervi scolpito un tuo volto”.»

Per Andrea Gandini la vittoria personale maggiore è cambiare la prospettiva della gente, il suo modo di vedere la città e il mondo. E forse street art è anche questo: far emergere la bellezza laddove comunemente si pensa ci sia solo del marcio. Lo scrive anche il poeta romano Er Pinto: «Ieri ero n’albero oggi son tronco, è l’arte a ridamme na vita e un volto. Co questo io stesso lo imparo e lo insegno, c’è scritto chi sono su un pezzo di legno.»

Come in una caccia al tesoro, l’artista sul sito ufficiale inoltre invita i followers a cercare i suoi tronchimorti: «In giro per Roma ci sono circa 54 sculture, aspettano solo di essere trovate», e a indicarne altri da recuperare tramite l’apposita sezione “Segnalami un tronco“. Se passate per Roma, quindi, tenete d’occhio gli alberi!

Arianna Saggio

 

 

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