rivolte carceri
"Le carceri d'invenzione" di Giovanni Battista Piranesi, 1750. Fonte immagine: Wikimedia Commons.

Tra il 7 e il 10 marzo scorsi in diverse carceri italiane sono scoppiate violente rivolte dei detenuti. Le proteste, che hanno interessato diversi istituti della penisola (da San Vittore a Poggioreale, dall’Ucciardone a Rebibbia) sono partite dal penitenziario di Modena, dopo che si era diffusa la notizia di un detenuto positivo al coronavirus. Un pretesto accompagnato dalle nuove misure emergenziali di contenimento del COVID-19 disposte dal decreto legge dell’8 marzo scorso, che ha previsto fra l’altro la sospensione dei colloqui dei detenuti coi parenti, sostituiti con telefonate e videochiamate.

Ad oggi la situazione è rientrata nella normalità, ma il bilancio è critico. Stando a una nota del Garante Nazionale dei diritti dei detenuti, sono morti 12 detenuti; i decessi sarebbero dovuti all’ingestione di farmaci o metadone. Durante le rivolte infatti in alcuni penitenziari c’è stato un assalto alle infermerie. Dal carcere di Foggia sono evasi 77 detenuti, tre dei quali ancora ricercati. Sono stati registrati anche danni alle strutture, con una riduzione di 2.000 posti per lavori da eseguire con urgenza. Una problematica che si aggiunge a quella del sovraffollamento carcerario: a fine febbraio i posti disponibili nei penitenziari italiani erano 50.931 a fronte di un numero di detenuti pari a 61.230.

La diffusione del contagio a monte delle rivolte nelle carceri: un rischio da evitare

Il 17 marzo scorso sono stati registrati i primi casi di detenuti positivi al COVID-19 nelle carceri di Voghera, Pavia e San Vittore. La notizia è grave, perché se le misure di contenimento del COVID-19 limitano il diritto dei detenuti (di per sé precario) di avere contatti col fuori, esse si rivelano praticamente inefficaci dentro le strutture carcerarie, a causa di problemi pregressi. L’associazione Antigone, impegnata nella tutela dei diritti dei detenuti, in un recente intervento ha da un lato ribadito la perenne problematica del sovraffollamento (con un tasso del 190%; spesso tre detenuti devono condividere la stessa cella), dall’altro ha denunciato le condizioni di precarietà igienico – sanitaria di molti penitenziari. Infatti sui 100 visitati dall’Associazione nel 2019, “in più della metà c’erano celle senza doccia“, e mancavano prodotti per la pulizia e l’igiene.

Dati questi presupposti, l’eventuale diffusione del COVID-19 all’interno delle carceri sarebbe ingestibile. Servono delle misure emergenziali ulteriori, come quelle auspicate il 16 marzo scorso dai presidenti dei tribunali di sorveglianza di Milano e Brescia, che hanno rivolto un appello al Ministro della Giustizia Bonafede affinché vari misure immediate che attenuino il sovraffollamento nelle carceri della Lombardia. Un’eventuale diffusione del virus infatti scatenerebbe nuove rivolte nelle carceri, e i provvedimenti dei giudici di sorveglianza per concedere subito ad alcuni detenuti le misure alternative alla reclusione non sono più sufficienti.

Le nuove misure di contenimento del COVID-19 nelle carceri

Una risposta dal governo è arrivata col decreto del 17 marzo scorso, che ha autorizzato una spesa di 20 milioni di euro per il 2020 per la ristrutturazione e rifunzionalizzazione delle strutture danneggiate dalle rivolte nelle carceri. Per quanto riguarda la detenzione domiciliare sono state attivate delle deroghe alla disciplina ordinaria, sostanzialmente per consentire un’uscita anticipata dal carcere. Tale regime è infatti possibile, su espressa istanza, per i condannati che devono scontare una pena anche residua non superiore a 18 mesi. Il regime della detenzione domiciliare è escluso in tutta una serie di ipotesi, ad esempio per chi ha commesso alcuni reati (associazione a delinquere, stalking, maltrattamenti), per i detenuti al regime del 41-bis o dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza, per coloro che non hanno un domicilio effettivo. È stata inoltre prevista una proroga delle licenze premio già concesse ai detenuti in regime di semilibertà (che prevede il rientro in carcere nelle ore notturne) fino al 30 giugno 2020.

Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, ha criticato le misure considerandole poco incisive. Ha sottolineato che il 67% dei detenuti ha “almeno una patologia pregressa“, e che la diffusione del contagio, data la promiscuità causata dal sovraffollamento, potrebbe ingolfare ulteriormente il sistema sanitario nazionale. Senza contare che il personale penitenziario potrebbe farsi veicolo di contagio tra il dentro e il fuori le strutture carcerarie. Gonnella ha dunque lanciato un appello affinché siano adottate ulteriori misure per consentire a molti più detenuti di uscire dai penitenziari.

Le rivolte nelle carceri e i problemi di comunicazione tra il dentro e il fuori

Alle radici delle proteste dei detenuti ci sono ragioni più profonde. La vita di chi è già tagliato fuori dal tessuto sociale è ancora più difficile in un tempo in cui l’isolamento è la strategia messa in atto per combattere un’emergenza sanitaria. È stato evidenziato che alla base delle rivolte nelle carceri ci sono stati problemi informativi tra il dentro e il fuori; i detenuti che hanno seguito i telegiornali e le notizie sui contagi e sulle misure governative messe in atto nei loro confronti dalla sera alla mattina, hanno avuto paura. Paura di sentirsi ancora più isolati dal resto del mondo.

Proprio per evitare che, in un momento come questo, i reclusi si sentano tali ancor di più, sempre l’associazione Antigone insieme ad altri enti attivi nella tutela dei diritti dei più deboli ha proposto un potenziamento dei contatti coi parenti per via telematica, tramite l’acquisto di uno smartphone ogni cento detenuti, per consentire una telefonata audio o video quotidiana di 20 minuti ciascuno, ed il potenziamento della corrispondenza e-mail.

Una voce da chi è davvero recluso (ed oggi lo è ancor di più)

Parlare delle condizioni dei detenuti è difficile, poiché sono persone che portano addosso un rilevante stigma sociale. Si tratta in maggioranza di colpevoli di reati “al di là di ogni ragionevole dubbio” che, come tali, non meriterebbero la pietà della collettività. Eppure e paradossalmente, da un lato bisogna ricordare che i detenuti, similmente a tutti gli esseri umani, sono portatori di diritti inviolabili. Dall’altro lato ed anche per questo motivo è importante garantire la continuità di comunicazioni tra il dentro e il fuori, soprattutto nell’attuale clima di profonda confusione sociale. Mai come in questo momento, infatti, è possibile avere un assaggio di cosa significhi sentirsi reclusi. Con la differenza che chi sta fuori sa che lo sarà per un tempo limitato.

Dal 13 marzo è attivo il blog “Storie di REMS, un’iniziativa partita da Roma in cui i detenuti delle R.e.m.s. (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, ex ospedali psichiatrici giudiziari) raccontano la loro esperienza da ristretti, specie in questi tempi di emergenza sanitaria che limita ancora di più le loro occasioni di contatto con l’esterno.

Uno di loro ha pubblicato “Nella mia ora di libertà” di Fabrizio De André, accompagnandola con un racconto. Fra l’altro ha scritto: “Eravamo già chiusi dentro mentre il mondo iniziava a chiudere le porte per non far entrare il virus del millennio […]. Oggi fa un po’ strano chiudere tutto per proteggersi. Quando sono fuori, dentro casa, capisco il senso di oppressione di una regola, che anche se è sacrosanta, rappresenta un sacrificio enorme. E allora mi sono chiesto a come ci si può sentire a stare chiusi, e a sentirsi ancora più chiusi. Come se la chiusura del mondo fuori avesse un’onda d’urto anche su chi è già bloccato da qualche altra parte. Come se la certezza che il mondo intorno stia girando, possa rappresentare una speranza per tutti, per dire: anch’io un giorno tornerò a muovermi. E allora è nata quest’idea, di provare ad uscire dal dentro per sentirsi un po’ meno chiusi. Come un paradosso, come l’ora d’aria cantata da De Andrè”.  

Raffaella Tallarico

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