Derelitti delle pene: prigionieri dietro e oltre le sbarre

Le mura della sala incontri della casa circondariale di Salerno sono estremamente colorate. La danza di Henri Matisse, riprodotta da alcuni ragazzi del liceo artistico Sabatini-Menna di Salerno nel 1997, ricopre ben due pareti. Quella stanza, così colorata, sembra avere la presunzione di cancellare in un attimo il grigiume del contorno. Oggigiorno si parla del mondo dietro le sbarre come di una realtà lontana, esterna, come la più facile esemplificazione della libertà negata. I prigionieri: esseri retrocessi, hanno sbagliato, devono pagare e vanno puniti, tutto qui.

Prigionieri dietro e oltre le sbarre

Allora la domanda bussa da sola alle porte della nostra coscienza: chi può davvero definirsi libero? Alcuni ragazzi della Consulta provinciale degli studenti di Salerno hanno cercato di rispondere a questa domanda, incontrando i detenuti del carcere di Fuorni, avviando la traccia di riflessione con il coordinamento di Ketty Volpe, giornalista ed esperta MIUR, sul tema della scissione tra prigionieri ed il mondo oltre le sbarre, e concentrandosi in maniera particolare sulle modalità con cui la prigionia e la realtà carceraria sono concepite all’interno della società “libera” e come, viceversa, il mondo esterno è concepito in una realtà estremamente limitante quale il carcere.

Anzitutto bisogna chiarire che la realtà detentiva rischia di connotarsi in modo esclusivamente negativo, al contrario il mondo oltre le sbarre come unicamente benevolo. Dall’incontro è emersa da subito la delicata particolarità dell’aspetto relazionale all’interno delle carceri, sia per quanto riguarda il rapporto con gli altri detenuti che con il personale penitenziario e, nel caso specifico, con gli studenti.

La mancanza di libertà tocca anche la socialità, poiché la carcerazione impone il contatto con altri esseri umani, oltre che con il loro disagio. Sembra che uno dei sentimenti prevalenti sia la paura dell’aggressione, sia da parte dei “prigionieri” sia degli operatori. Anche per questo motivo il clima carcerario si caratterizza per diffidenza e sospettosità. Il pregiudizio prevalente sulla figura dei detenuti è quello di soggetti manipolatori, alla continua ricerca di benefici e vantaggi secondari. Viceversa, ciò che alimenta la sfiducia del carcerato nei confronti dell’operatore è soprattutto la presenza di una sottocultura carceraria.

L’assimilazione della cultura carceraria può portare i detenuti a modificare progressivamente sé stessi in modo inconsapevole, identificandosi rigidamente nel ruolo di prigionieri, appartenenti ad una cultura nuova, in cui vigono regole, ruoli e modi di vita differenti rispetto al mondo esterno. Il carcere resta un luogo intrinsecamente ambivalente, che racchiude potenzialità antitetiche.

Gli obiettivi principali della pena riguardano la rieducazione ed il superamento di un eventuale disadattamento sociale. Al tempo stesso l’impatto con la realtà carceraria può essere traumatizzante, slatentizzando un disagio psicologico rimasto silente fino a quel momento, con il rischio di intaccare il percorso rieducativo. L’attenzione al mondo carcerario e intraindividuale dei detenuti, oltre ad avere un valore umano, si pone come prerogativa fondamentale per il funzionamento ed il successo sociale oltre le sbarre. A questo scopo sembra fondamentale mantenere una connessione tra interno ed esterno che dovrebbe essere sostenuta in una doppia direzione, sia nei prigionieri (favorendo il legame con la società), sia nella società civile stessa.

Ma cosa accade quando entrambe le parti mostrano disinteresse rispetto alla totalità delle realtà circostanti? Da un lato lo stato di detenzione porta l’individuo ad una condizione di totale isolamento dal mondo esterno, fisico e in egual misura mentale e psicologico; all’opposto l’individuo libero prova un senso di repulsione verso la realtà carceraria e i singoli che la compongono, in quanto mossi da un profondo sentimento di paura. Questa chiusura porta conseguentemente ad un processo di estraniamento degli individui di una realtà rispetto all’altra in maniera irrimediabile.

Prigionieri dietro e oltre le sbarre

In modo particolare la realtà carceraria è concepita come distante, esente dal processo evolutivo della realtà oltre le sbarre, ignorando, però, che le sue dinamiche sono mosse da moduli radicati nella stessa società civile. Essa preserva irrimediabilmente i propri processi regolatori, i quali risultano essere scanditi, omologanti. Parliamo di una società, la nostra, certamente in evoluzione, ma che procede a tappe forzate verso una libertà effimera ed una tolleranza nei confronti del diverso solo apparente, illusoria.

La verità è che la situazione delle carceri dimostra il livello di civiltà di un Paese. Lo ripetiamo spesso, un concetto che tutti sostengono. Però, in fin dei conti, cosa ci importa di chi sta dall’altra parte? L’intenso confronto tra studenti e detenuti, dunque, non si è concentrato su tematiche oltremodo trattate – e perlopiù ignorate dall’opinione pubblica – come il sovraffollamento delle carceri, i richiami istituzionali, la buona condotta o la mal gestione degli ambienti carcerari. Diversamente si sono affrontate tematiche comuni ad ogni contesto sociale; in particolare il tema integrazione, una parola che da un po’ ha perso la sua effettiva valenza, o meglio, di cui si ignora il reale significato. Ad oggi essa nasconde una verità cruda, retrocessa, dove la realtà viene presentata in un certo modo e se si vuole, se si ha la capacità di farlo, ci si integra.

Cosa significa integrazione? L’integrazione indica essenzialmente la condivisione di una realtà in cui si hanno le stesse possibilità di soddisfare i propri bisogni fondamentali, provvedendo in modo autonomo al proprio sostentamento. Ma la coperta è corta, troppo corta, e chiunque la usi per coprirsi ne toglie automaticamente un lembo a qualcun altro dalla parte opposta.

Eppure, ogni singolo essere è unico e irripetibile. In questo modo il termine “normale” dovrebbe risultare privo di ogni senso. Ma in una società in pieno processo di massificazione, l’omologazione diventa legge per la sopravvivenza del singolo. Parlare della realtà detentiva, dunque, significa parlare di un mondo che noi tutti conosciamo, in fondo, molto bene. Un mondo, il nostro, che ha spinto Mario, senza un’occupazione e una figlia di giovane età affetta da tumore al seno, a delinquere per affrontare le spese dovute ai trattamenti della malattia; una realtà che ancora si ha il coraggio di definire includente, che ha portato Matteo a lasciare la scuola e a commettere furti; la stessa condizione sociale che ha spinto Amedeo, a 24 anni, disoccupato con tre figli, a diventare un affermato trafficante di armi.

Bisogna ammettere che la realtà detentiva, e tutto ciò che intorno ad essa ruota, non è altro che frutto di un ambiente ben più ampio, quale la società civile stessa, nella quale l’apparenza conta più dell’essenza della nostra sfera emotiva: una bolla di sapone che chi ha il potere si diverte a scoppiare. È necessario riconoscere che la massa intesa come ambiente sociale, che tende ad omologare la realtà effettuale, è più sola di un qualsiasi individuo da essa estraniato in quanto considerato colpevole, o semplicemente diverso. È l’orrore della società del benessere, della “civiltà avanzata”, evoluta, che sembra nulla e semmai è pronta solo a punire.

Troppo spesso si dimentica, però, che la sua colpevolezza è figlia di una realtà che è maestra di inganni, di corruzione, del bieco conformismo che annienta le aspirazioni individuali e che ha la presunzione di offrire soluzioni assolute. De André l’ha dichiarato, noi ancora ci interroghiamo: può essa definirsi realmente assolta pur essendo al di là delle sbarre? Non sono forse gli individui definiti liberi nient’altro che prigionieri privilegiati? La seduta è sciolta: per quanto ci crediamo assolti, siamo tutti coinvolti.

Mena Trotta

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