Accordi sui migranti: l'intesa securitaria tra Italia e paesi di provenienza

I vari accordi sui migranti, in particolar modo quelli sanciti tra Italia e Libia, sono stati spesso al centro dell’attenzione mediatica nei mesi passati, tuttavia avere una visione globale risulta talvolta piuttosto difficile.
Con questo articolo cercheremo di offrirvi una panoramica critica sull’attuale situazione italiana ed europea in materia di immigrazione: dalla geografia delle diverse rotte migratorie verso l’Europa all’approccio italiano (ed europeo) nel mantenimento dei rapporti con i Paesi di provenienza e con tutti gli Stati che costituiscono una tappa fondamentale del processo migratorio verso l’Europa.

Se volessimo trovare una parola chiave che fornisca una sintesi semplificata ma efficace delle relazioni tra Italia e Paesi di provenienza o di transito questa sarebbe, senza dubbio, “sicurezza“. Tale concetto, non nuovo agli esponenti dell’attuale governo e al ministro Salvini, trova in questo caso radici nella legislazione precedente e terreno fertile anche e soprattutto all’interno dell’Unione Europea.

L’Italia e l’Unione Europea si relazionano con Paesi cruciali in ambito migratorio, quali la Turchia, la Libia, ma anche l’Egitto e la Tunisia, con un approccio securitario, usando la cooperazione soltanto come mezzo per raggiungere quello che, ad oggi, sembra essere il fine massimo: la pubblica sicurezza. Il fenomeno migratorio diventa, così, permeato da una narrazione assolutamente negativa, che vede paura e insicurezza come principali protagoniste, lasciando il principio di solidarietà completamente fuori dalla narrativa.

Per giustificare tale affermazione, andiamo prima di tutto a fornire un quadro completo della situazione.

Rotte migratorie: quali sono i Paesi di provenienza e di transito verso l’Italia e L’Europa?

La maggior parte dei migranti arriva in Europa dall’Africa Subsahariana e dal Medio Oriente. Le principali rotte migratorie sono:

  • la rotta mediterranea centrale, che interessa principalmente Italia e Malta e che, fino al 2016, vedeva la maggior parte degli sbarchi partire dalla Libia, con un drastico calo dopo gli accordi sui migranti stretti tra ministro Minniti e il governo di Fayez al-Sarraj. Ad oggi, la maggior parte delle persone che attraversano la rotta centrale sbarca dalla Tunisia, che risulta essere anche uno dei principali Paesi di provenienza, insieme all’Eritrea;
  • la rotta mediterranea orientale, che inizia da Turchia e Grecia per poi continuare attraverso Macedonia e Balcani Occidentali. I Paesi di provenienza dei migranti che intraprendono questo cammino son principalmente Siria, Afghanistan e Somalia. Nel 2015, la rotta ha visto circa 885 mila persone in transito, mentre nel 2017, come conseguenza dell’accordi sui migranti stretti tra Unione Europea e Turchia l’anno precedente, si calcolano soltanto 41720 persone in movimento attraverso lo stesso percorso: un calo drastico, che sottolinea l’impatto dell’intesa siglata con il governo Erdoğan, diventata vero e proprio modello per gli accordi sui migranti firmati successivamente;
  • la rotta mediterranea occidentale vede, invece, come ponte tra Africa ed Europa il Marocco. Nel 2018 il numero di migranti su questa rotta è bruscamente aumentato: tra gennaio e novembre dello scorso anno più del doppio delle persone rispetto al 2017 hanno attraversato il confine con la Spagna.
Italia e accordi sui migranti
Fonte: informigrants.net

L’Italia, per ovvie ragioni, risulta particolarmente interessata alla rotta mediterranea centrale, che coinvolge, in particolar modo, tre paesi del Nord Africa: Libia, Egitto e Tunisia.

L’accordo sui migranti tra Italia e Libia: un modello o un disastro?

A causa dell’instabilità politica (dovuta agli eventi conseguenti alla prima guerra civile del 2011 e all’intervento militare delle potenze occidentali), la Libia è diventato uno dei principali Paesi di transito verso l’Europa per i migranti provenienti da diversi Paesi dell’Africa Subsahariana.

Data l’importanza strategica del Paese del Nord Africa, nel febbraio del 2017 il ministro Minniti ha firmato un accordo sui migranti, anche chiamato Memorandum d’Intesa, con uno dei due governi presenti sul territorio libico: quello di Tripoli, guidato da Fayez al-Sarraj.

L’accordo prevede cooperazione sul campo dello sviluppo, contrasto all’immigrazione clandestina, al traffico di esseri umani e al contrabbando e rafforzamento della sicurezza delle frontiere libiche. L’obiettivo principale per l’Italia è, ovviamente, quello di prevenire i migranti dal raggiungere il territorio italiano: un approccio simile a quello usato dall’Unione Europea con la Turchia, l’anno precedente.

In questi anni, l’Italia ha fornito navi, training e altri tipi di assistenza alla guardia costiera libica.

Ciò con l’obiettivo di riportare nei campi di detenzione presenti sul territorio il maggior numero possibile di migranti che cercavano di lasciare
illegalmente le coste.

Soltanto nel 2017, più di ventimila persone sono state intercettate in mare e riportate indietro: dato l’obiettivo per il quale gli accordi sui migranti furono sanciti, tali dati potrebbero quasi dimostrarne l’efficacia, a patto che si chiuda un occhio, o meglio due, sulle condizioni in cui i migranti stessi sono trattenuti in Libia o rispediti nei loro nei loro paesi di provenienza, tramite ambigui programmi di assistenza per il ritorno volontario.

Il prezzo da pagare, insomma, per quella che, a prima vista, appare essere un’efficacie politica securitaria è la violazione di svariati diritti umani: prezzo che il governo Gentiloni, al tempo, sembra non aver ritenuto sufficientemente importante.

Le condizioni dei centri di accoglienza in Libia sono ben descritte in diversi reportage, il più famoso dei quali, pubblicato dalla CNN nell’ottobre del 2017, denuncia addirittura una vera e propria tratta di schiavi.

La linea italiana ed europea, in merito alle politiche arbitrarie e indefinite del governo libico sulla detenzione dei rifugiati e dei migranti, continua a non essere netta: pur di raggiungere il fine puramente quantitativo della riduzione degli sbarchi, ogni mezzo risulta lecito.

Lo stesso tipo di approccio è ben visibile anche nell’istituzione del così detto Fondo per l’Africa.

Tale Fondo – presentato dall’allora ministro degli Affari Esteri Angelino Alfano e istituito nella legge di bilancio del 2017, nell’art.1 comma 621 –, avente una dotazione finanziaria di 200 milioni di euro, dovrebbe essere utilizzato per avviare interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi di provenienza e di interesse prioritario per le rotte migratorie. È tuttavia facile notare come le delibere presentate, in molti casi, abbiano titolazione generica e non entrino nel dettaglio delle attività previste: tale ambiguità fa sorgere dei dubbi in merito al tipo di interventi finanziati.


Fonte: actionaid.it

La maggior parte dei Fondi sono indirizzati a Niger (45,3%) e Libia (30,1%), notoriamente non Stati di provenienza, ma di transito. Ciò sottolinea ancora una volta che l’obiettivo di queste politiche non è assolutamente racchiuso nello slogan “aiutiamoli a casa loro” (slogan peraltro alquanto discutibile): un “blocchiamoli a casa di terzi” sarebbe sicuramente più adeguato.

Egitto, Italia ed Europa: al-Sisi spinge per un accordo sui migranti  

L’Egitto è un crocevia importante tra la rotta mediterranea orientale e quella centrale: per questo motivo, il Paese nordafricano risulta roccaforte cruciale nella lotta all’immigrazione irregolare.

Se i dati del 2016 parlano di più o meno trentamila partenze irregolari dalle coste egiziane, i numeri sono drasticamente calati negli anni successivi. La ragione principale può essere trovata nelle nuove politiche del presidente Abdel Fattah al-Sisi, che, proprio nel novembre dello stesso anno, ha approvato una nuova legge sull’immigrazione, attirando positive attenzioni da parte dei Paesi europei, che hanno iniziato a guardare all’Egitto come nuovo modello per le politiche migratorie degli altri Stati del Nord Africa.

Il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ad una cerimonia militare nel cortile dell’Hotel des Invalides a Parigi, Francia, 26 Novembre 2014 – copyright: Reuters, Charles Platiau

La legge, ambigua sotto molti punti di vista, rafforza i sistemi di controllo sul territorio per quanto riguarda l’immigrazione clandestina e prevede, inoltre, che soltanto i trafficanti siano riconosciuti come responsabili e colpevoli di tale crimine. Tuttavia, seppur il migrante sia considerato soltanto vittima e non sia quindi perseguibile, la norma non prevede il principio di non respingimento verso il Paese d’origine: al contrario, grazie alla legge approvata nel 2016, l’Egitto è stato capace di spingere indietro la maggior parte dei migranti, cosa che ha, per ovvie ragioni, scoraggiato le partenze dal Paese nordafricano.

Proprio in questo punto sta la principale differenza tra Egitto e Libia per quanto riguarda l’immigrazione: il Paese di Tripoli e Tobruk, non avendo effettività sul proprio territorio data l’instabile situazione politica, fa fatica a controllare gli ingressi nel Paese.

Il rafforzamento dei controlli e l’efficace repressione dei sodalizi criminali che lucrano sulla pelle dei migranti hanno fatto grande pubblicità all’Egitto e al suo presidente, che potrebbero costituire un nuovo e interessante partner per Bruxelles nel dialogo aperto con il Nord Africa.

L’Egitto ha un ruolo cruciale anche nei rapporti con la Libia (in particolar modo con il governo di Tobruk), con il Sudan e con i Paesi del Corno d’Africa.

Al-Sisi, usando come precedente gli accordi sui migranti tra Unione Europea e Turchia, potrebbe sfruttare il suo nuovo biglietto da visita di roccaforte contro lo fondamentalismo e il terrorismo per ottenere fondi da Bruxelles o dall’Italia: l’Europa, che per ora risulta free-rider in relazione alla stabilità e alla sicurezza fornite dalle “efficaci” leggi emanate dall’Egitto, potrebbe replicare lo stesso tipo di politica securitaria portata avanti con la Turchia e, dall’Italia, con la Libia, consolidando la miopia nei confronti delle arbitrarie politiche di detenzione e respingimento e delle eventuali violazioni dei diritti umani.

Se per il momento nulla è sicuro, al di là di una serie di incontri tra Unione Europea ed Egitto tenutisi nella seconda metà del 2018, una cosa rimane certa: la volontà del Paese nordafricano di non volersi trasformare in una rete di centri di riconoscimento e smistamento per aspiranti migranti diretti in Europa. Il piano di al-Sisi sembra infatti quello di voler azzerare gli ingressi nel proprio stesso Paese, spingendo i muri della fortezza Europa un po’ più lontano dalle coste del Mediterraneo e dai nostri sensibili occhi.

Il caso tunisino: un’altra prospettiva per gli accordi sui migranti?

Come è possibile constatare guardando i dati forniti dal Ministero degli Interni, la maggior parte dei migranti che, ad oggi, sbarca sulle coste italiane proviene dalla Tunisia, seppur vi sia stato un notevole calo negli ultimi anni (se nel 2017 sono stati contati 103.064 sbarchi, nel 2018 si parla di soltanto 4466 arrivi). Anche se, in termini percentuali, il fenomeno è stato sicuramente ingigantito dalle mutate condizioni libiche, il caso tunisino continua a esistere.

Tali mutate condizioni non hanno tuttavia portato i migranti che prima sbarcavano dalla Libia a deviare la propria rotta passando dalla Tunisia: a partire dalle coste tunisine sono, infatti, gli abitanti del Paese stesso, che, da anni, è provato da crisi economica e disoccupazione in aumento.

Dopo la cosiddetta primavera, governi successivi alla caduta di Ben Ali non sono stati in grado di sanare la situazione economica: le disuguaglianze socioeconomiche rimangono importanti e la disoccupazione risulta in aumento. Il governo, che ha già ricevuto 500 milioni dal Fondo Monetario Internazionale, è pressato da proteste organizzate soprattutto dall’Unione Generale Tunisina del Lavoro, sindacato con più di 750 mila iscritti, che chiede la fine dei programmi di austerità e delle privatizzazioni, promosse proprio dal FMI.

Il premier Youssef al-Shahed, 3 agosto 2016 – copyright: Fethi Belaid

In questo clima di tensioni politiche, il premier Youssef al-Shahed ha rivolto la sua attenzione verso un piano di riforme economiche, lasciando in secondo piano la questione migranti, a eccezione di alcuni accordi tra Italia e Tunisia sulla questione rimpatri. A questo proposito, procedure semplificate per il rientro esistono soltanto per i tunisini che sbarcano sulle coste siciliane: per tutti gli altri vale, invece, la procedura ordinaria di rimpatrio presso i CIE. Alle richieste di Salvini di rendere più veloce l’intero sistema, la risposta di Tunisi è stata un no categorico.

A prima vista, quindi, la Tunisia non sembra intenzionata a stringere accordi sui migranti simili a quelli presi tra Italia e Libia: l’interesse dello stato nordafricano non sono motovedette, ma progetti di sviluppo che vadano a incidere sulle cause strutturali della crisi economica.

Un tipo di collaborazione, insomma, che vada oltre il modello securitario, che per ora risulta l’unico esempio vincente.  

Viola Scalacci

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