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[LP]

Guerra al terrorismo“, “scontro di civiltà“, “invasione” sono tutti termini che, da tre anni a questa parte, caratterizzano il discorso politico non solo italiano ma europeo. Un contesto entro cui il concetto di integrazione è raramente associato in positivo a quello di “flussi migratori”.

Da una parte la sinistrabuonista” e “radical chic“, fautrice dell’accoglienza a braccia aperte e di un sentimento umanitarista che però non è stato in grado di trasformarsi in realtà politica. Dall’altro, la destra populista che al contrario, con un generico appello ai valori nazionali e nazionalisti, sta riuscendo a mettere in pratica il suo progetto politico, sebbene vuoto di contenuti effettivi.

Tuttavia basterebbe fermarsi a riflettere partendo da un’ottica democratica, intendendo con democratica una prospettiva politica che abbia come obiettivo il benessere delle persone – dando per scontato che il fine stesso di uno Stato sia quello di garantire il benessere della popolazione che risiede dentro i suoi confini – per giungere alla conclusione che il discorso riguardante i flussi migratori, nei termini appena descritti, è totalmente fuorviante.

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[lavocedeltrentino.it]

Flussi migratori e integrazione

Se continuiamo a parlare di sbarchi e di accoglienza è perché si è persa di vista la realtà stessa della migrazione.

Quest’ultima infatti non riguarda soltanto il momento in cui il migrante lascia il proprio Paese per spostarsi in un altro, né la questione della protezione delle frontiere, ma riguarda molto più la cosiddetta “sfida dell’integrazione“.

Le migrazioni, intese come movimenti di popoli e persone da un posto all’altro della terra, sono una realtà della storia. Al contrario il concetto di migrazione, il cui risultato è un cambiamento alla struttura classica dello stato-nazione, basato sull’omogeneità etnico-culturale delle popolazioni europee, può essere considerato un’innovazione del XXI secolo.

Un’innovazione indissolubilmente legata al colonialismo e alla successiva globalizzazione, della quale pertanto non si può che prendere atto come di un dato oggettivo conseguente a fenomeni storici non reversibili.

Se dunque le migrazioni sono un fenomeno inevitabile, l’unico approccio positivo alle problematiche connesse è quello di elaborare una risposta valida ai problemi relativi non tanto alla prima accoglienza, quanto al piano dell’integrazione a lungo termine dei nuovi attori sociali.

In questa cornice, assume un ruolo fondamentale non solo come contesto, ma come parte attiva nell’elaborazione di una risposta a questa sfida, un soggetto politico-sociale: la città.

L’importante ruolo delle delle città

E proprio la città, tanto come spazio quanto come istituzione, è oggetto di un interessante report pubblicato a giugno 2018 dall’ISPI dal titolo Le città globali e la sfida dell’integrazione.

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[eldiario.es]
Lo studio si occupa innanzitutto di tracciare una storia delle politiche migratorie e d’integrazione nel quadro dell’Unione Europea, evidenziando le diverse dimensioni e i diversi livelli di governance. Viene messa in luce la discrepanza tra le politiche di gestione dei flussi migratori, che a partire dagli anni ’90 sono regolamentate a livello comunitario (l’area Schengen, il trattato di Amsterdam e la costituzione dell’agenzia Frontex nel 2004), e le politiche di integrazione le quali, a parte una carta di principi comuni messa a punto nel 2004, sono amministrate dai singoli paesi.

Ad un livello inferiore invece, le discrepanze sorgono dalla complicata amministrazione delle policies d’integrazione che vengono gestite, a seconda dei singoli paesi, tra il governo centrale e il governo locale delle singole città.

Queste ultime, infatti, in quanto meta principale dei flussi migratori, sono responsabili, insieme al governo nazionale, della messa a punto e dell’applicazione delle norme relative alla gestione dei servizi tesi all’integrazione della popolazione immigrata.

La cittadinanza urbana

Molto interessante risulta il concetto di “cittadinanza urbana“, di cui si parla nel report. Secondo questa prospettiva, l’amministrazione comunale dei grandi centri urbani è il soggetto più indicato per farsi carico dell’integrazione. A differenza di quella statale o nazionale, basata su una comunanza etnica, storica e sociale immaginata, l’identità cittadina si basa sull’appartenenza a un luogo comune e sulla condivisione economica e civica dello spazio.

Se infatti il ruolo dello stato centrale, per sua stessa definizione, è principalmente quello di protezione delle frontiere e di mantenimento della sovranità a livello internazionale, il ruolo delle città è di creare una politica più concreta, nel senso di una politica calata nella realtà locale, guidata da interessi economici e sociali di una fascia più ristretta di popolazione.

La città è il luogo della territorialità: appartengono alla città tutti coloro che la abitano e che sono effettivamente presenti sul territorio, al di là del loro statuto legale. La città, in quanto attore locale rappresentativo dello Stato, si occupa di applicare (o non applicare) i diritti politici, sociali ed economici concessi dallo Stato.

Sotto questo aspetto risulta esemplare il caso della città di Barcellona. L’amministrazione comunale di Barcellona si impegna a garantire l’accesso all’istruzione e alla sanità a tutti i cittadini iscritti al padrón, l’anagrafe locale della città. Chiunque dimostri di risiedere nel comune gode degli stessi diritti, al di là dello status di residente legale o illegale nel paese.

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[La Opinion]
L’esempio di Barcellona è uno spunto positivo perché si basa sull’assunto che favorire la regolarizzazione attraverso la garanzia di una piena cittadinanza, quindi stipulando un accordo che si basa su diritti e doveri civici e che è valido per tutti allo stesso modo, è un primo passo verso l’integrazione del soggetto migrante.

Si tratta di una chiaro esempio di come, a dispetto della narrazione di Stato, che non elabora se non risposte securitarie nell’ambito della retorica del “controllo dei flussi“, la “cittadinanza urbana” può favorire una risposta viva, utile e costruttiva alle problematiche legate all’integrazione.

In Italia

Mentre il governo si affretta a distruggere tutto quello che c’era di positivo nel sistema di accoglienza italiano con un nuovissimo decreto immigrazione – riduzione del sistema SPRAR a favore di soluzioni emergenziali (leggasi: detentive), fine della concessione di protezione umanitaria per i richiedenti asilo più vulnerabili (donne e bambini che non godono dell’asilo politico), allungamento dei tempi per l’ottenimento della cittadinanza – è importante sapere che una soluzione diversa esiste.

Mentre la città di Lodi si fa avamposto della follia politica leghista, con un regolamento discriminatorio per quanto riguarda l’accesso dei bambini stranieri a servizi di base come la mensa e il trasporto scolastico, molte altre città europee si stanno organizzando per portare avanti la convivenza guidate da uno spirito diverso.

Città come Barcellona, Berlino, Dublino, Vienna, o anche il piccolo comune di Riace, stanno resistendo. Creare un network di città solidali è possibile. Sfidare l’autorità centrale in situazioni come queste non è solo possibile, ma necessario, per evitare un inasprimento della guerra tra poveri che sembra ormai la realtà del nostro paese ed iniziare a immaginare un futuro diverso.

Claudia Tatangelo

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Nata e cresciuta nel cuore del Mediterraneo, studia arabo e lingue africane presso l'Università degli studi di Napoli "L'Orientale". Viaggiatrice e lettrice incallita con la passione per l'insegnamento delle lingue, si improvvisa dog-sitter nel tempo libero. Transfemminista di sinistra. Dubito ergo sum.