ungaretti madre

L’arte ha sempre tributato un ruolo d’eccellenza alla figura della madre, etichettandola come un simbolo ambivalente.
L’idea di madre racconta l’inizio e la nascita, la protezione e il porto sicuro dell’infanzia; ma intanto la sfumatura grottesca e ineffabile della madre delle tragedie greche e dei testi comici medievali ha con sé una tradizione che fa capolino nei romanzi degli autori misogini, nelle opere skakespeariane e nel Novecento freudiano.

Volendo ora esaminare le sue fattezze positive, è da considerare che già Omero ci raccontava dell’amore materno tramite la dolce immagine di Andromaca, pilastro di una famiglia destinata a disgregarsi, portavoce dei valori dell’unione e del raccoglimento familiare, apprensiva e intimorita da un pericoloso e incerto futuro.


E così Penelope, simbolo del focolaio domestico, una donna tenace e fedele, che tesseva i suoi sogni, nella speranza di ricominciare a vivere davvero.
Su tali modelli, per secoli e secoli, la “madre” dei classici della letteratura ha assunto le sembianze di un dolce cantuccio in cui rifugiarsi, il simbolo perfetto dei legami di sangue e quindi di quel laccio che ci collega alla nostra famiglia, ai nostri antenati e (su ripresa dell’antica tradizione pagana amplificata man mano nella letteratura medievale) alla stessa Madre Terra.

Giuseppe Ungaretti in una pagina del suo quadernino in prosa “Dieci anni” parlerà della madre in questi termini.

Ungaretti aveva progettato di scrivere un’opera, “I miei antenati”, ma non riuscirà mai nella sua stesura e l’abbandonerà ad una pura progettualità. Tuttavia l’enorme portata del canone che si era prefissato lo rende per la critica un oggetto di studio non da meno per comprendere l’evoluzione del suo stile compositivo.

I miei antenati” è un’opera a lungo congetturata, riformulata e ripensata in varie lettere e cartoline (a Giuseppe Prezzolini nel gennaio del 1917 e nel febbraio dello stesso anno a Papini). In linea generale si può riconoscere un dialogo sincretico di più voci che ci ricordano i versi di “Italia”: «Sono un frutto/d’innumerevoli contrasti di innesti/ maturato in una serra».
Come in “Fiumi” invece, Ungaretti ci suggerisce come una pluralità di condizioni esterne, siano riuscite a determinare dei punti fermi nella sua vita, fino a caratterizzarlo, formarlo e permettergli un certo tipo di crescita e di maturazione.

Quello che doveva essere il capitolo più disteso de “I miei antenati” è il racconto di sua madre Maria Lunardini, innestato tra l’esposizione delle vite (da lui definite “immaginarie”) di Mohammed Sceab (il suo alter ego, un deracinè privo di patria), di Papini (un uomo con cui ha condiviso un intenso rapporto intellettuale), di Nietzesche (che lo ha nutrito sin dai banchi di scuola), di Mallarmé, Baudelaire, Villon e Poe (gli apici della sua educazione stilistica e tematica) e di Leopardi (l’unico che riesce a comunicare la grandezza della classicità del moderno). Posta a tratti in contrapposizione ad altri in compenetrazione alla figura della madre c’è la guerra, anch’essa introdotta nei suoi antenati e interpretata come occasione di ricongiungimento al primordiale sentimento di solidarietà umana, alle origini avite e ad una nuova concezione di tempo, che segnerà lo stile poetico dei versi franti.


In una pagina di “Dieci anni” del 1918, Ungaretti descrive sua madre come una donna sommersa dalle preoccupazioni ma molto forte. Doveva crescere da sola i suoi figli per la prematura morte del marito, ma nonostante ciò soleva riunire la famiglia intorno alla tavola e lì si lasciava trasportare dai ricordi e si improvvisava una dolce narratrice di vecchie storie legate alla sua vita a Lucca. Dominata dalla nostalgia, ha inculcato al suo bambino la magia del racconto e l’importanza del concetto di origine.

«[..] c’era un pianto in quei racconti. Un pianto di desiderio, che passava nella mia vita di bimbo come una carezza, l’unica malinconica carezza di quella mia lontana età.»

I luoghi della vita, in connubio con gli antenati, diventano per Ungaretti luoghi letterari, segni della sua carta di identità. Alessandria è il luogo legato a sua madre, la sua infanzia e adolescenza, i suoi primi passi in un deserto «dove la vita è intensissima dai tempi della sua fondazione, ma dove la vita non lascia alcun segno di permanenze del tempo». Questa città non ha quasi alcun monumento che la leghi ad un passato e quindi il tempo, avanzando, sembra mutarla continuamente. Come il mare che la lambisce, è in agitazione perpetua e mette in scena, con il contatto di questi due elementi opposti, il suo deteriorarsi e il suo furioso rinnovamento.
Questa è la prima visione della realtà di Ungaretti, una terra nella quale è impossibile mettere su radici.


Alessandria, come sua madre, è il punto di partenza, il suo Porto sepolto, il primo step di un poeta girovago.  

Negli anni Venti, ispirato dal paradigma petrarchesco-leopardiano, Ungaretti punterà alla riconquista del passato, del tempo e dell’antico e otterrà come prodotto poetico “Sentimento del tempo”.
In questo lavoro di recupero ritorna l’immagine cardine della sua antenata per eccellenza, la madre, qui posta come importante presenza per il suo discorso sulla religione.

Nella sezione Leggende è presente la lirica “La Madre”, scritta con uno stile poetico austero e architettonico, con una cornice di quattro endecasillabi posti in un contesto di inversioni sintattiche e di forme grammaticali arcaiche, in netta contrapposizione quindi con lo stile poetico dettato dall’urgenza della brevitas. La lirica ha visto la sua stesura nel 1930, dopo la morte della madre e diventa per il poeta occasione per prefigurare la propria morte. Ora che il suo nido, il suo porto di quiete non è più in vita, lo spettro della morte si fa sentire vicino e pesante. Vivere la sua maturità lo fa sentire quasi macchiato di un qualche peccato, per proteggersi da tutto quel dolore deve ritornare all’innocenza e nascondersi tra quelle braccia che lo hanno cullato da bambino. Ma per ricongiungersi a sua madre ha bisogno di lavarsi di ogni macchia e quindi di conquistare il perdono divino. La donna appare inoltre posata, solenne e raggelata come una statua romanica, diffidente verso slanci di affetto, proprio come in vita.


Infine in “Pietà” cambierà il ruolo della madre. Ungaretti sta attraversando il suo momento di conversione, dopo aver riflettuto sulla Roma barocca. La Pietà Rondanini michelangiolesca, esempio di arte non-finita e interpretata come horror vacui sarà il suo punto di partenza. Michelangelo infatti scolpisce verso l’alto, rendendo divina la Vergine Maria che aderisce al corpo di Gesù che sembra quasi crescere. Si avverte così un forte senso di unione ma anche di solitudine, di presenza e di assenza, di affetto e di impietrita solennità.

 Alessia Sicuro

Condividi
Articolo precedenteGame of Thrones 8×03: recensione e dichiarazione d’amore
Articolo successivoLe sigarette elettroniche aiutano gli italiani a smettere di fumare?
Avatar
Laureata in lettere moderne e laureanda alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

1 commento

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here