Europeismo e sovranismo
Fonte immagine: verona-in.it

Con la cosiddetta svolta europeista della Lega di Salvini e la fiducia che il Movimento 5 Stelle ha dato all’ex Presidente della BCE Mario Draghi, il dibattito tra europeismo e sovranismo all’interno del nostro paese è decisamente mutato rispetto a qualche anno fa. Il polo dell’euroscetticismo moderato, formato da partiti – come quelli suddetti – che in passato hanno fortemente messo in questione la scelta dell’euro, sembra essersi disfatto. Certo bisognerebbe valutare la sincerità di queste “svolte europeiste” e quanto esse siano legate al difficile momento storico che stiamo vivendo; in ogni caso è innegabile che il clima generale sia cambiato rispetto al 2018.

Rimane ancora intatto però il polo dell’euroscetticismo forte, formato principalmente dai partiti comunisti e neofascisti, il cui obiettivo è l’uscita dall’Unione Europea, coerentemente con la loro visione antiliberale della politica. A questo fronte si è unita recentemente una nuova formazione politica, Italexit di Gianluigi Paragone, ispirato dal Brexit Party britannico. Paragone, con un passato molto vicino alla Lega Nord, si è fatto conoscere soprattutto come conduttore televisivo del programma La gabbia, trasmissione nota per dare ampio spazio a dibattiti critici sull’euro e sul neoliberalismo europeo. Avvicinatosi al Movimento 5 Stelle e venendo eletto al Senato nelle sue fila, è stato espulso dal movimento dopo aver manifestato il dissenso sull’alleanza col Partito Democratico. Da qui l’occasione di fondare Italexit.

Italexit, Paragone

È interessante vedere alcune parti del Manifesto di questo nuovo partito. Leggiamo: “Di fronte al fallimento del neoliberismo e della globalizzazione sfrenata, ora più che mai è necessario un radicale cambio di paradigma”. Si può essere d’accordo o meno con questa affermazione; senza dubbio il neoliberalismo è un ordinamento economico con i suoi pregi e i suoi difetti. Tra i suoi pregi vi è il ridotto peso del governo e la libertà lasciata ai privati, cosa che lo rende certamente superiore – per esempio – allo Stato autoritario, nelle sue varianti di estrema destra ed estrema sinistra; ma i suoi difetti, ovvero la fede cieca nel mercato, le grandi diseguaglianze di redditi e patrimoni che genera, la tendenza alla privatizzazione di beni pubblici come la sanità, fanno pensare che altri ordinamenti statali ed economici possano costituire un’organizzazione sociale migliore. Il punto di questa discussione, però, non deve essere focalizzato sul dibattito tra neoliberalismo e altri ordinamenti concorrenti, quanto sulla possibilità di concepire un’Unione Europea che abbracci un diverso approccio socioeconomico. L’imponente pacchetto di aiuti economici del Next Generation EU pare andare proprio in questa direzione: il cambio di paradigma rispetto all’Europa di dieci anni fa è evidente. Eppure è ancora diffusa la tesi dell’impossibilità di un mutamento del genere.

Abbraccia quest’ultima opinione la piccola formazione politica Patria e Costituzione di Stefano Fassina, esempio singolare di sovranismo di centro-sinistra. Nel loro Manifesto leggiamo quanto segue: “È impraticabile per profonde ragioni culturali, linguistiche e storiche la strada della sovranità democratica a livello europeo. Gli ‘Stati Uniti d’Europa’ o la cosiddetta ‘democratizzazione dell’Unione europea’ sono un miraggio conservativo di un ordine liberista fondato sulla svalutazione del lavoro e sullo svuotamento della democrazia costituzionale. L’unica strada per ridare valore sociale e politico al lavoro, è la rivitalizzazione della sovranità popolare e nazionale”. Quali siano però precisamente queste ragioni che rendono impraticabile la democratizzazione dell’Europa, non viene detto. Le differenze culturali, linguistiche e storiche dei paesi europei possono essere una barriera, nel breve periodo, per la partecipazione popolare alla politica attiva e passiva dei singoli popoli; ma nel lungo termine queste difficoltà sono superabili. L’idea di una lingua comune europea, ancorché un obiettivo difficile, non è impossibile da tramutare in realtà, per esempio attraverso l’uso diffuso dell’inglese in televisione e negli altri media e un miglioramento della didattica scolastica della medesima lingua. Un’Europa senza barriere linguistiche è un sogno culturale: vorrebbe dire estrema facilità nella circolazione delle idee e comunicazione immediata tra i popoli, che si sentirebbero maggiormente vicini tra loro. Ma anche se ciò non avvenisse, un miglioramento della didattica delle lingue nelle scuole, senza che ciò significhi la perdita delle lingue nazionali, potrebbe ugualmente sopperire alle differenze linguistiche, come accade già in Svizzera, una nazione unita in cui coesistono quattro lingue differenti.

Patria e Costituzione, Fassina

Le idee alla base del Manifesto di Patria e Costituzione sono smentite dai fatti. Un cambiamento dell’Europa in senso democratico e sociale è possibile. È questo l’obiettivo del Movimento per la democrazia in Europa 2025 di Yanis Varoufakis, che si propone una grande rifondazione costituzionale dell’Europa per la data fissata nel suo stesso nome, la ricreazione di un’Europa della solidarietà che combatta povertà e disoccupazione. Se anche questo progetto dovesse fallire per l’anno fissato, esso lascerà nel popolo europeo un germe di ribellione alle politiche anti-solidali dell’austerity e metterà a frutto dei cambiamenti a lungo termine. L’Europa, in fin dei conti, non è un’entità astratta, ma è composta dai rappresentanti dei popoli europei: il suo cambiamento dipende da noi europei.

Il punto più importante di questo possibile mutamento riguarda dunque la politica economica. Nel Manifesto di Italexit troviamo scritto: “Come dimostra la crisi profondissima in cui versa il Paese da anni, senza sovranità monetaria l’Italia non sarà mai in grado di rimettersi in piedi. Al recupero della sovranità monetaria si deve aggiungere una rivoluzione copernicana nel concepire la finanza pubblica”. Un recupero della sovranità monetaria senza un cambio di paradigma della politica economica è assolutamente sterile e i rischi che ricadranno su questo atto non verranno ricompensati dai deboli vantaggi. Ma come Italexit vuole compiere questa rivoluzione? Su questo punto le idee sembrano più fumose. Tuttavia leggiamo ancora: “Un Paese in possesso della sovranità monetaria non deve preoccuparsi della carenza di denaro ma soltanto di impiegare al meglio tutti i fattori produttivi”. Evidentemente in questo paradigma si vuole che la banca centrale crei una quantità di denaro utile alle spese dello Stato senza che questa creazione vada a ingrossare il debito pubblico e non sia soggetta a vincoli di bilancio. Si può discutere sul rapporto tra emissione di moneta da parte della banca centrale e debito pubblico; ma l’eliminazione dei vincoli di bilancio non potrebbe che risultare disastrosa, dal momento che se si immette nell’economia una quantità di denaro di molto superiore alla quantità di beni prodotti e servizi forniti, si avranno delle carenze che porteranno a una spirale iperinflazionistica, ben peggiore della spirale del debito.

Si tratta di un concetto basilare: lo Stato non può creare ricchezza per decreto. Una “rivoluzione” di tal genere non potrebbe che essere disastrosa; ma anche una seria riforma della politica economica volta a modernizzare i meccanismi del debito pubblico non potrebbe che essere molto meno provvidenziale di quanto speri il partito Italexit e, ancora una volta, un’uscita dall’Unione Europea sarebbe del tutto ingiustificata per i risultati che si otterrebbero. Questa mancanza di consapevolezza riguardo ai basilari princìpi che guidano l’economia di una grande società si riscontra nella maggior parte di questi partiti sovranisti. Un altro esempio lo troviamo in Ancora Italia, formazione che, come Italexit, propone l’uscita dall’Unione Europea. Nei suoi principi irrinunciabili si vede l’avversione verso la globalizzazione e le grandi multinazionali; un curioso avvicinamento tra idee di sinistra (diritti sociali, uguaglianza) e valori di destra (famiglia, religiosità, patriottismo).

Ancora Italia, Fusaro

Quella tra sovranismo e socialismo – ideologia nata nel seno dell’internazionalismo – è un’associazione che non può non apparire singolare. Il precariato, il gruppo di lavoratori al quale la piattaforma sembra dedicare più attenzione, non è di questa o di quella nazione, ma del mondo intero. Per cui il “ripartire dall’interesse nazionale”, come viene esplicitamente detto, suona contradditorio: i lavoratori sfruttati italiani sono forse più sfruttati di quelli francesi o spagnoli? La piattaforma dichiara di poter compiere questa operazione in quanto la dicotomia destra-sinistra si sarebbe esaurita. In suo luogo, sarebbe subentrata un’antitesi alto-basso, la contrapposizione tra “aristocrazia finanziaria mondialista” e precariato nazional-popolare. Se dunque tutte le nazioni adottassero un sovranismo socialista, il precariato di ognuna di esse potrebbe acquistare i suoi diritti. Ma – la domanda sorge spontanea – non si acutizzeranno così le disuguaglianze tra nazioni ricche e nazioni povere? Il precariato dell’Irlanda non è certo nelle stesse condizioni di quello della Bulgaria. Su questo proposito il partito propone un “inter-nazionalismo” solidale di cui poco si comprende la natura. Si ha l’impressione che tutte queste distinzioni servano a mascherare un mero nazionalismo che pure la piattaforma dice di contrastare. Impressione che viene probabilmente confermata dal fatto che l’ispiratore ideologico del partito, l’opinionista Diego Fusaro, mentre tuona contro la “dittatura sanitaria” e il regime europeo, nega che la Cina sia una dittatura e glorifica Cuba, l’Unione Sovietica e persino la Corea del Nord.

Appare evidente che distruggere è sempre più facile che creare. Ma il graduale cambiamento di paradigma sociopolitico dell’Europa, se diverrà realtà, darà maggiori e migliori frutti rispetto alla dissoluzione dell’Unione. Rinunciare al sogno di un’Europa unita quando le riforme, sia pur complesse, sono alla nostra portata, sarebbe un errore che le generazioni future non perdoneranno. Il progresso è nel sovra-nazionalismo. La storia d’Europa è una storia di guerre sanguinarie tra Stati vicini e fratelli; l’Unione Europea ha portato pace e prosperità. E se certo si può essere in disaccordo con molte delle sue politiche, ciò non implica che abbandonare l’Europa sia più vantaggioso che mutarla dall’interno: in fondo, l’Europa siamo noi.  

Valerio Mirarchi

Greenpeace

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