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Fonte: rfi.fr

“L’ultimo decennio ha visto pochi privilegiati detenere grandi ricchezze, sostenuti dai Conservatori, a scapito della maggioranza. I grandi inquinatori, gli speculatori finanziari e gli evasori fiscali delle corporation se ne sono avvantaggiati troppo a lungo. Il partito laburista costruirà una Gran Bretagna più giusta che si prenderà cura di tutti, condividendo la ricchezza e il potere”. Queste parole sono tratte dall’introduzione al manifesto 2019 di Jeremy Corbyn, candidato dei laburisti per le prossime elezioni in Gran Bretagna che si terranno il 12 dicembre e che segneranno uno spartiacque per le sorti del Paese e per l’Europa intera, in vista della Brexit.

Già dalle battute iniziali si può presagire il carattere quasi rivoluzionario del manifesto Labour rispetto ai tempi che corrono. Le proposte di Corbyn sono semplici, di sinistra e spiccano in un contesto globale in cui politiche neoliberal sfrenate e populismi di destra appaiono come le uniche due alternative e facce della stessa medaglia. Corbyn, da sempre ideologicamente lontano dalla Terza Via e dal capitalismo dal volto umano di Blair, lancia la sfida ai conservatori proprio in occasione delle elezioni in Gran Bretagna.

Tra le proposte del manifesto troviamo il salario minimo di 10£ all’ora per tutti i lavoratori, l’incremento annuo del 4,3% della spesa per la sanità pubblica, il blocco delle privatizzazioni e la promozione di un sistema sanitario universale, cure dentali annuali gratuite per tutti, l’abolizione delle tasse universitarie e l’integrazione delle scuole private nel sistema statale, l’estensione del congedo di maternità a 12 mesi e 30 ore settimanali di asilo gratuito per i bambini dai 2 ai 4 anni. Il manifesto dei laburisti parla di riscrivere le norme dell’economia e avviare una Rivoluzione Industriale Verde con la creazione di posti di lavoro e investimenti in tecnologie e infrastrutture a bassa emissione di gas a effetto serra. Inoltre, un vasto programma di nazionalizzazione riguarderà quei settori fondamentali per la vita quotidiana, quali l’energia elettrica, le ferrovie, il gas, l’acqua e la banda larga gratuita, mentre centomila nuovi alloggi verranno costruiti per assicurare ai senzatetto il diritto all’abitare. 

La domanda sorge spontanea per chi è abituato alle politiche di austerità: dove si troveranno i soldi? Saranno i detentori di grandi ricchezze, le compagnie produttrici di gas e petrolio e le società per azioni che hanno beneficiato dei tagli alle imposte a partire dal 2010 a fornire i fondi necessari. Imposte sul reddito per chi guadagna più di 80.000 sterline e sull’eredità permetteranno di aumentare il gettito fiscale e rimpinguare le casse statali. Pur essendo misure banali atte a sconfiggere la povertà e le diseguaglianze, queste riescono a spaventare i grandi privilegiati e i dogmatici del pensiero neoliberale. 

Per quanto concerne la questione più spinosa di queste elezioni in Gran Bretagna, ovvero la Brexit, Corbyn cerca di non scontentare nessuno e promette uno nuovo accordo con l’Unione Europea entro tre mesi, seguito da un secondo referendum entro sei mesi dall’insediamento del governo. Il leader del Labour si è dichiarato ufficialmente neutrale sulla questione e vorrebbe portare avanti una “soft Brexit” con la permanenza del Paese all’interno dell’Unione doganale europea e l’allineamento sui diritti dei lavoratori e le tematiche ambientali. I laburisti cercano di dare delle risposte concrete a un Paese in fase di cambiamento a tre anni dal voto sulla Brexit, come dimostrano i dati preoccupanti sulla diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori e sul peggioramento della bilancia commerciale nel mondo del lavoro.

Dal canto suo Boris Johnson, leader dei Tory, ha già annunciato la ratifica dell’accordo entro Natale e l’uscita dall’Europa entro il 31 gennaio, inaugurando la campagna elettorale dal nome evocativo di “Get Brexit done” e continuando a fare promesse che puntualmente non possono essere mantenute, soprattutto nel caso in cui le elezioni dovessero avere un esito incerto. Nel frattempo, Corbyn ha rivelato in tv l’esistenza di un dossier di 451 pagine sugli incontri post-Brexit avvenuti fra Londra e Washington negli ultimi anni, rivelando la segreta trattativa commerciale fra Boris Johnson e gli Stati Uniti per svendere il sistema nazionale britannico alle compagnie private statunitensi. 

Tematica collegata all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa è quella dell’immigrazione e il manifesto dei laburisti prevede due opzioni: il mantenimento della libera circolazione all’interno dell’Unione Europea nel caso in cui il Paese decida di rimanere a seguito del secondo referendum o la possibilità di rendere negoziabili i diritti all’immigrazione in caso contrario, sebbene il partito supporti la libera circolazione delle persone.

In Gran Bretagna dunque la sinistra sembra risvegliarsi dal suo lungo sonno con un manifesto dei laburisti finalmente dalla parte dei settori più vulnerabili della popolazione, come i 13,4 milioni di persone povere nel Paese soffocate dai debiti e dall’aumento dei costi abitativi, i lavoratori e gli autonomi, le donne, i migranti, i disabili, le minoranze etniche e le comunità LGBT+. 

E in Italia? La sinistra italiana rimane anestetizzata e addormentata, con un PD al governo che decide di rivedere il Decreto Sicurezza continuando con la strada intrapresa da Minniti prima e Salvini poi. Nel frattempo, nel mostro Paese altri tipi di emergenze mettono a repentaglio la sicurezza dei cittadini, dei lavoratori e dei settori più deboli. Prime fra tutte, in Italia le disuguaglianze economiche aumentano spaventosamente, così come nel resto dei Paesi occidentali, ma nessuna forza politica nostrana si mostra capace di rispondere alle istanze di una popolazione sempre più impoverita, insicura e allettata dalle semplicistiche proposte della destra sovranista. 

A tal proposito Martin Wolf, giornalista del Financial Times, durante il seminario “La crisi dell’ordine liberale globale” tenutosi all’OCSE il 20 novembre ha mostrato dati sconcertanti sullo stato di salute dell’economia mondiale, illustrando inoltre come l’ascesa dei populismi possa essere spiegata da fattori sia economici che culturali. In un contesto di crisi dell’ordine liberale globale due fenomeni possono essere oggi riscontrati: l’ascesa della potenza cinese e la crisi democratica con l’ascesa del populismo, di destra e di sinistra. Quest’ultimo avvenimento, segnalato dall’aumento notevole dei voti a partiti populisti in Europa meridionale dal 2008 a oggi, può essere ricondotto alla perdita di prosperità a livello globale e all’aumento delle diseguaglianze in un’economia al collasso. Secondo Wolf, i populismi condividono l’ostilità contro le élite e presentano alcuni caratteri autoritari, pur avendo delle differenze sostanziali: a destra si esalta la nazione e vengono promossi sentimenti d’odio verso le minoranze e gli immigrati, mentre a sinistra vengono enfatizzate le virtù delle classi popolari e indigenti nei confronti delle corrotte classi capitaliste. 

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Fonte: www.oecd.org
L’ascesa del populismo. Quota dei voti a partiti populisti in Europa Occidentale.
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Fonte: www.oecd.org
L’ascesa del populismo. Percentuale di famiglie con redditi reali da lavoro o da capitale piatti o in calo dal 2005 al 2014.

Probabilmente Corbyn non rappresenta appieno una forza populista di sinistra, ma con il suo manifesto potrebbe aver trovato l’antidoto contro gli effetti nefasti delle politiche neoliberali e di un sistema produttivo predatorio nei confronti dell’ambiente. Con il prossimo 12 dicembre gli esiti delle elezioni in Gran Bretagna ci diranno se i laburisti saranno riusciti a costruire un’alternativa valida e vicina alle preoccupazioni dei cittadini britannici. L’Italia intanto aspetta. 

Rebecca Graziosi

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