Brexit, Boris Johnson, UK, UE
Fonte immagine: The Independent

Quest’articolo parla di grandi dubbi, innumerevoli incognite e poche certezze, della relatività del tempo e di come la politica internazionale possa essere a volte surreale. Di Boris Johnson e Luciano De Crescenzo, di cui i più affezionati avranno colto una doppia citazione nel titolo. In altre parole, parliamo di Brexit e, davvero, non esiste sceneggiatura di film o serie tv più kafkiana, assurda e paradossale di quanto sta succedendo negli ultimi tempi dalle parti di Westminster. Mettiamoci comodi.

Sono trascorsi più di 40 mesi da quel fatidico 23 giugno 2016, che segnò con un’incredibile afflato democratico l’inizio della tragica saga della Brexit. Per l’esattezza 3 anni, 4 mesi e una settimana fa. L’evento sorprese, sconvolse, meravigliò il mondo. Sopratutto, cambiò per sempre la politica britannica, dando quantomeno un punto fermo, una prima grande certezza: il Regno Unito, seppur con un risultato risicato e tanti distinguo, sarebbe uscito dall’Unione Europea. Comunque la si pensasse, era ammirevole la potenza dell’antica democrazia britannica, che in maniera così teatrale si imponeva una scelta dalle enormi conseguenze per il Paese. È la democrazia, baby. Con i suoi rischi e pericoli, certo.

La strategia di Boris Johnson

Nel frattempo è successo di tutto, ci sono stati mille rinvii e quell’unica grande verità ha cominciato sempre più a vacillare, trasformandosi in una lenta agonia protratta alle calende greche. Fallito il tentativo di “exit” della dialogante Theresa May, dal 24 luglio scorso al n. 10 di Downing Street è arrivato uno spettinato e baldanzoso Boris Johnson, che “vivo o morto” si era ripromesso di portare il Regno Unito fuori dall’Unione entro il 31 ottobre. Sopratutto, lo aveva promesso agli elettori britannici, sulla sua pelle. Il sottotesto era: basta con i continui rinvii di May dovuti all’incapacità di trovare un accordo “esterno” nella trattativa con l’UE e interno con i labour di Jeremy Corbyn. Per riuscirci il neo premier ha addirittura provato ad esautorare il Parlamento, con una decisione poi dichiarata illegale dalla Corte Suprema e che ha avuto pesanti strascichi polemici. Ed ecco la seconda grande certezza: qualsiasi cosa accada, la Brexit sarebbe stata assolutamente realtà entro Halloween, “deal or no deal”. Vivo o morto, il Paese.

Boris Johnson
Fonte immagine: Sky News

Ebbene, il 31 ottobre è arrivato e, se c’è un dato certo che accomuna ogni commento, editoriale o analisi sulla Brexit oggi, è l’assoluta incertezza su quello che accadrà. Di nuovo. Tutti i problemi che c’erano con Theresa May si sono puntualmente ripresentati e, dopo essere stato ripetutamente sconfitto in Parlamento, Boris Johnson ha dovuto richiedere un nuovo rinvio a Bruxelles, essendo letteralmente obbligato dal Benn act approvato a settembre. A tal fine ha tentato il gioco delle 3 lettere, facendo recapitare ben 3 comunicazioni agli organi europei (potete leggerle qui), per chiedere la proroga e contemporaneamente non assumersene la responsabilità politica:
– la prima lettera, dovuta, in cui chiedeva obtorto collo un rinvio della Brexit, ma non firmata;
– la seconda, significativamente firmata, in cui di fatto sconfessava la prima, dicendo di essere stato obbligato a scriverla dal Parlamento ;
– una terza, per tramite dell’ambasciatore britannico all’UE Tim Barrow, in cui pure si precisava che la richiesta era dovuta ad un obbligo legislativo.

Alla fine, l’UE ha formalizzato il rinvio inventandosi una “flextension fino al 31 gennaio 2020, un’estensione flessibile: se il Regno Unito lo vorrà e in caso di ratifica dell’accordo potrà uscire dall’Unione anche prima, il 30 novembre o il 31 dicembre. BoJo ha espresso tutta la sua contrarietà allo stato di cose attuale, accusando il Parlamento di aver “scelto di tergiversare ancora”: “non avrebbe dovuto mettere il Regno in questa posizione, noi saremmo dovuti uscire il 31 ottobre”.

E qui veniamo agli ultimi sviluppi, perché il leader dei Conservatori è riuscito a mettere davvero un punto fermo, proprio all’ultimo e in maniera insperata, che potrebbe rappresentare la svolta per un suo possibile successo: alla House of Commons è passata con una grande maggioranza, votata anche dalle opposizioni – 438 sì e 20 no – una modifica legislativa per andare a elezioni il 12 dicembre prossimo, come del resto i Tory chiedevano per sbloccare lo scontro con il Parlamento.

La Brexit e il gioco del pollo

Nel film Gioventù bruciata – è il 1955 e l’interpretazione più famosa di James Dean – compare una scena che sarà poi ampiamente studiata nella teoria dei giochi e che vede il protagonista chiamato a una prova di coraggio, una chicken run: due auto si lanciano a tutta velocità per un rettilineo che termina con un precipizio; il primo conducente che si getta fuori perde, ma chi continua la corsa troppo a lungo rischia di finire nel precipizio e morire. Nel gioco del pollo, come è conosciuto, l’unico modo per vincere è indurre l’altro alla resa, fingendosi irrazionali e aumentando la posta in gioco, bluffando: ad esempio, il giocatore A blocca lo sterzo, si dichiara pronto a morire e lo comunica a B. Se B è razionale, sterzerà prima del precipizio, perché perdere è meglio che morire, e A vincerà la gara. Il risultato, però, è un aumento del rischio per entrambi.

Il dilemma, che è stato utilizzato per spiegare il comportamento degli attori in circostanze storiche ben definite – ad esempio, la crisi missilistica di Cuba del 1962 – si adatta straordinariamente bene anche alla strategia di Boris Johnson sulla Brexit: avendo legato la sua fortuna elettorale al no deal, ha tentato in tutti i modi di boicottare qualsiasi iniziativa per arrivare al 31 ottobre all’uscita senza accordo, e non cambierà la sua posizione per una Brexit a tutti i costi. L’UE ha deciso di sterzare prima, concedendo l’ulteriore proroga, perché un’uscita non negoziata avrebbe avuto conseguenze devastanti in primis per i restanti 27 membri.

Ora la campagna elettorale, che Johnson ha già cominciato al grido di “Get Brexit done”, concludiamo la Brexit, non si preannuncia per il Regno Unito meno distruttiva dell’agonia a cui vorrebbe porre fine. Con il voto si è escluso, di fatto, un nuovo referendum meno manipolabile e più informato di quello del 2016, perché si sarebbe votato su due situazioni stavolta certe: l’accordo di Brexit raggiunto da Downing Street – su cui cominciano a circolare studi economici attendibili, qui quello del National Institute of Economic and Social Research (NIESR) pubblicato qualche giorno fa – , e la prospettiva di un remain nell’Unione Europea.

A chiedere un secondo referendum sono stati, per ultimi, gli oltre 1 milione di manifestanti scesi in piazza a Londra lo scorso 19 ottobre. Secondo uno studio di YouGov, inoltre, i sondaggi da Gennaio 2019 in poi testimonierebbero un Paese in maggioranza anti-Brexit: un’ultima intervista in cui si chiede agli elettori se le elezioni volute da Johnson risolveranno o no il dilemma della Brexit ha rivelato un’ampia maggioranza (57%) sfiduciata, soprattutto tra i giovani.

Brexit, Boris Johnson, UK, UE
Fonte: YouGov

Questi dati, naturalmente, vanno presi con cautela, a maggior ragione visto che il dibattito politico si è già tuffato allegramente in una grande campagna elettorale in cui conteranno anche altri temi. Se Johnson otterrà un’ampia maggioranza si prenderà il Paese, ma cosa succederà se dalle elezioni si ripresenterà una situazione non certa e un Parlamento conflittuale come quello attuale? Resta allora alta la possibilità di un no deal, che come ha fatto notare Michel Barnier, capo negoziatore UE per la Brexit, “è ancora presente e potrebbe materializzarsi alla fine di gennaio”.

Coltivare il dubbio, ovvero il paradosso del confine di Schrödinger

«Solo gli imbecilli non hanno dubbi.»
«Ne sei sicuro?»
«Non ho alcun dubbio!»

La questione più esplosiva – letteralmente – della Brexit, è senza dubbio quella dell’Irlanda del Nord, scossa da un decennale conflitto etnico e che al referendum del 2016 votò in maggioranza per il remain nell’UE. Le possibili barriere doganali sul confine con la Repubblica d’Irlanda comprometterebbero il Good Friday Agreement del 1998, rischiando di esacerbare le tensioni mai sopite tra protestanti e cattolici. È per questa ragione che Johnson, come prima di lui Theresa May, ha cercato in tutti i modi di evitare frontiere “visibili” tra le due Irlande: nell’ultimo accordo, con un sistema complicato non ancora ben definito, in breve si prevedrebbe un periodo di transizione in cui la sola Irlanda del Nord resterebbe nell’Unione doganale dell’UE, di fatto spostando confine e controlli nel canale del Nord.

Paradossalmente, una situazione del genere scontenterebbe comunque tutti: i nazionalisti britannici, perché spingerebbe Belfast tra le braccia di Dublino, allontanandola di fatto dal Regno Unito e ponendo i presupposti per una possibile, storica, riunificazione dell’isola; e i nordirlandesi, che sui giornali locali hanno ribattezzato il futuro confine “The Schrödinger’s border”, che esiste quando vuoi sovranità e non esiste quando non vuoi destabilizzare l’Ulster.
Eccoti, di nuovo, splendida incertezza.

Scena da “32 dicembre”, regia di Luciano De Crescenzo

Gatto vivo o gatto morto? Se il passato non è più e il futuro non è ancora, il presente – come separazione tra due cose che non esistono – come fa ad esistere?

Sorridete? Anche noi. E, di fronte all’incoscienza di promesse irrealizzabili puntualmente smentite dalla storia, parafrasiamo di nuovo De Crescenzo, visto che questa Brexit assomiglia sempre più a un fattariello paradossale di un qualche suo film: «Non solo non esiste il 31 ottobre, ma non esiste nessun giorno del calendario per il quale tu puoi dire “Questo è il 31 ottobre”; sarebbe più corretto dire che è sempre il 32 ottobre. Se non ci credete, fatevi un giro dalle parti di Westminster».
Buon 32 ottobre!

Antonio Acernese

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