Come Boris Johnson, e la Brexit, hanno condannato il Regno Unito
Neil Hall/EPA

La decisione di Boris Johnson di chiudere il Parlamento britannico fino al 14 Ottobre ha riacceso il dibattito attorno alla controversa figura del leader dei conservatori e soprattutto attorno all’ormai celeberrima volontaria uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, nota a tutti come Brexit.

Una decisione che ha suscitato molto scalpore, dentro e fuori il Regno Unito, e avente il preciso obiettivo (quasi dichiarato) di impedire qualsiasi dibattito parlamentare attorno ad un No deal. La chiusura dell’assemblea legislativa per cinque settimane, infatti, renderebbe difficile qualsiasi tipo di discussione attorno all’argomento e soprattutto renderebbe estremamente complicato votare una mozione di sfiducia contro BoJo.

Il leader dei conservatori, dalla storia politica tutt’altro che rosea e piena di sfumature “europeiste”, ha effettuato un vero e proprio attacco alla democrazia, mettendo in pericolo il ruolo dell’ultra secolare Parlamento britannico in uno dei periodi più difficili della storia del Paese.

Infatti, la Brexit ha cominciato a palesare i suoi effetti tre anni dopo il referendum. Di norma, con una tale sciagura da affrontare, ci si aspetterebbe dalla politica una risposta diversa, unitaria. Boris Johnson evidentemente non è della stessa opinione.

La situazione nel Regno Unito a tre anni dal “leave”

Dipinta dagli osservatori sovranisti come un successo, la Brexit, al contrario, si sta rivelando una prova molto difficile per la politica, la società e soprattutto per l’economia d’oltremanica. I nuovi dati diffusi dal Centro sulle performance economiche (centro associato alla London School of Economics) mostrano come la scelta del popolo inglese di tre anni fa stia comportando una riduzione dei salari reali, a causa dell’aumento del costo delle importazioni.

Sicuramente gli effetti non sono stati devastanti come quelli previsti all’inizio, però secondo l’Economist l’economia inglese potrebbe aver iniziato a palesare i primi preoccupanti segnali a tre anni dal referendum.

L’incertezza sull’esito delle negoziazioni è elevata. Il livello di incertezza politica, misurato dall’indice EPU, ha toccato livelli record a ridosso del referendum, tornando a crescere ancora nel 2019. Anche gli imprenditori hanno espresso simili preoccupazioni, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti nelle imprese, molto variabili.

Il potere d’acquisto dei lavoratori inglesi, con la Brexit, è diminuito. L’alta inflazione ha messo sotto pressione i salari reali. Tuttavia la costante riduzione della disoccupazione ha continuato a sostenere quelli nominali. Secondo uno studio del CEP, firmato da eminenti economisti, il cambio di valore della sterlina ha favorito le esportazioni a prezzi vantaggiosi ma ha reso più onerose le importazioni. Infatti, il valore delle esportazioni è incrementato quasi del 20% dall’inizio del 2016, il costo delle importazioni è invece aumentato del 25%.

La variazioni dei flussi commerciali ha portato il Paese ad un peggioramento della propria bilancia commerciale e a serie ripercussioni nel mondo del lavoro. La perdita di valore della moneta ha portato alla crescita del prezzo delle importazioni dei beni intermedi. Gli effetti dell’importazione di questi beni sono variati a seconda della loro provenienza e tasso di svalutazione della sterlina nei confronti delle altre monete. Le imprese di fronte all’aumentare dei prezzi hanno dovuto ridurre i salari reali dei loro dipendenti non adeguandoli all’inflazione.

L’aumento delle esportazioni non è stato capace di sopperire a queste preoccupanti inflessioni lavorative. Come spesso accade, di fronte ad una svalutazione della moneta le importazioni crescono più delle esportazioni e il Regno Unito non ha rappresentato un’eccezione. Tutto questo Boris Johnson sembra non vederlo.

Altrettanto grave per il futuro della classe operaia inglese è stata la riduzione degli investimenti nella formazione professionale e aziendale dei lavoratori. Questa prerogativa delle imprese è davvero importante per aumentare gli stipendi futuri dei lavoratori, incrementando la loro produttività. Si tratta anche di un deterrente fondamentale per reintegrare i lavoratori esclusi dal ciclo produttivo a causa della globalizzazione. Questo smacco al mondo operaio, figlio dell’incuria della Brexit, produrrà effetti negativi anche sui lavoratori del futuro.

La situazione, alla fine della fiera, pare non sorridere per niente al Regno Unito che, a causa della Brexit, ha visto la propria economia rallentare e i propri istituti di crescita perdere l’ottimismo. Anche la Banca d’Inghilterra, soprattutto dopo l’insediamento di Boris Johnson, ha tagliato le stime di crescita del Paese motivandolo con “un no deal danneggerà il pil e la sterlina”. Una chiara invettiva rivolta nei confronti di colui che vuole uscire a tutti i costi dall’Unione Europea, mettendo a rischio la tenuta dell’intero sistema economico del Regno Unito.

Boris Johnson e il tentativo di “forzare” la Brexit

Dopo aver clamorosamente fallito qualsiasi tentativo di conciliazione con Francia e Germania, Boris Johnson si è dedicato “anima e corpo” a progettare il suo colpo per la Brexit.

BoJo ha elaborato un piano per togliere di mezzo un Parlamento troppo diviso e che potrebbe bloccargli qualsiasi iniziativa, poiché l’ha già fatto per ben tre volte con la May. Il 28 agosto si è recato dalla Regina Elisabetta II per chiederle di sospendere l’assemblea per cinque settimane. Poco dopo si è diffusa la notizia che la monarca avesse accettato la richiesta.

Così facendo i lavori dovrebbero essere sospesi a partire dal 9 (o non più tardi del 12) settembre fino al 14 ottobre. Lo stop, come anticipato, limiterebbe moltissimo il tempo che i deputati del Regno Unito avranno per sfiduciare Boris Johnson e di opporsi con nuove leggi a un eventuale uscita senza accordo dall’Unione Europea, prevista per il 31 ottobre.

Il Primo Ministro, in poche parole, ha chiesto alla regina di tenere il Queen’s speech, cioè il discorso tradizionale che dà avvio ai lavori assembleari e include il programma di governo dell’anno successivo, il 14 ottobre prossimo. Il motivo per cui BoJo ha fatto questa mossa è davvero semplice: prima del discorso i lavori del Parlamento vengono sospesi.

Grazie a questo abile gioco politico, BoJo è riuscito a guadagnare molto tempo, tenendo presente anche le contemporanee conferenze dei partiti che si svolgono tra settembre e ottobre e dalla durata di tre-quattro giorni. Con questa mossa ai deputati resterebbero soltanto due settimane per arginare uno scenario che, a detta di molti, sarebbe catastrofico.

Sono in corso alcune battaglie legali lanciate dai deputati del Parlamento britannico contro il colpo di mano di Boris Johnson. La più rilevante è quella della nazionalista scozzese Joanna Cherry e della leader liberal-democratica Jo Swinson. Entrambi hanno sollevato il dubbio di costituzionalità, senza successo. Restano in piedi, però, altri due ricorsi presentati dai parlamentari di Scozia e Irlanda del Nord (i più colpiti dalla scelleratezza di Boris Johnson e dal pericolo di un “hard border”).

Il leader dei laburisti, Jeremy Corbyn, ha invece pensato ad una soluzione politica nella speranza di fermare l’incoscienza del Primo Ministro. I lavori a questo proposito inizieranno il 3 settembre, dopo le vacanze. Dei tempi davvero troppo stretti per sperare di poter fermare il Primo Ministro con una legge contro la sospensione.

La condanna del Regno Unito

Comunque sia, Boris Johnson ha compiuto una gesto fortemente antidemocratico. Seppur costituzionalmente prevista (quindi de iure), la sospensione dei lavori dell’unica istanza democratica in grado di opporsi alla forzatura di una disastrosa “no deal Brexit”, è stata un’azione ai limiti della sciatteria e dell’irresponsabilità.

Un’irresponsabilità che, però, non ha avuto origine con l’insediamento dell’attuale Primo Ministro. La stessa genesi della Brexit è un lungo resoconto di quanto il populismo, nella sua accezione più negativa, sia riuscito a conquistare con le sue fake news e la sua demagogia, intere fette di un elettorato incosciente.

La condanna del Regno Unito, dunque, sarà quella di affrontare una delle peggiori catastrofi della sua storia (almeno secondo il resoconto del rapporto segreto del Cabinet Office) con la più inadeguata delle sue classi politiche, capeggiata da un tronfio Salvini d’oltremanica che, dopo aver ottenuto “pieni poteri” sulla Brexit, potrebbe ritrovarsi ai margini dell’attività politica (proprio come l’originale).

Donatello D’Andrea

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