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Le elezioni del 24 giugno ci hanno restituito l’immagine di una Turchia sempre più violenta e in mano all’odio. Elettori e candidati dell’HDP sono stati aggrediti e uccisi nelle zone a maggioranza curda, 10 osservatori internazionali sono stati fermati (e una ancora bloccata in Turchia), brogli e intimidazioni sono stati denunciati a più riprese e già prima che iniziassero si avevano forti dubbi sulla regolarità di queste elezioni.

Di certo, allora, non stupisce il 52% guadagnato durante le elezioni dalla coalizione a guida Erdogan, che non è affatto una grande vittoria per il nuovo presidente, ma che in sostanza consegna la Turchia alle forze nazionaliste e fasciste del paese.

Una scalata verso il potere, quella di Erdogan, non molto diversa da quella che portò Adolf Hitler ad avere pieni poteri in Germania nel 1933.

Erdogan e MHP: il fascismo al potere

La vittoria di Erdogan è stata possibile grazie alla coalizione con il MHP (Partito del Movimento Nazionalista), che ha ottenuto l’11.20% dei voti permettendo così al 42.28% dell’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) di superare la soglia del 50% e vincere.

Ma cos’è il MHP? Il Partito del Movimento Nazionalista è nato negli anni ‘70 e oggi è guidato da Devlet Bahçeli, noto per aver espresso diverse volte l’idea che una soluzione militare sia l’unica possibile nel sud-est turco, sterminando i curdi (idea che poi non si allontana tanto dalla realtà). La visione del partito si deduce facilmente dal nome: un nazionalismo sfrenato, avverso a tutte le minoranze (curdi e armeni in primo luogo), che si rifà agli ideali del panturchismo e si nutre di xenofobia, che difende l’identità islamica contro una qualsiasi società pluralista.

In questa ideologia non c’è spazio per l’altro: tutto avviene per il bene della nazione. E il ricorso alla violenza è un’opzione più che valida se si tratta di difendersi.

Tanto più che il MHP rappresenta a livello politico-parlamentare il movimento estremista dei Lupi Grigi: fascisti della prima ora, noti per passate contestazioni di tipo identitario e per il loro atteggiamento para-militare. Dei Lupi Grigi si diceva facesse parte l’attentatore di papa Wojtyla.

I poteri di Erdogan in Turchia: una dittatura

Negli ultimi anni Erdogan non si è di certo distinto per un atteggiamento di apertura nei confronti della stampa, della magistratura e delle minoranze. Arresti arbitrari, chiusure improvvise di giornali, allontanamento di accademici dalle università, coprifuoco di mesi e mesi sono stati all’ordine del giorno a partire dall’estate 2015.

Adesso, tuttavia, le modifiche costituzionali approvate con il referendum dell’aprile 2017 diventeranno effettive, consegnando gran parte del potere ad Erdogan e rendendolo di fatto un dittatore.

Cosa cambia da questo referendum in poi? Cosa può fare adesso Erdogan?

Prima di tutto, c’è una grande concentrazione di potere nelle mani di uno solo, che è il presidente della Repubblica: non esiste più la figura del primo ministro, il presidente (che è eletto direttamente dagli elettori) ha tutti i poteri dell’esecutivo, può nominare e rimuovere ministri, emanare decreti legge senza l’approvazione del Parlamento.

Erdogan detiene ora il comando supremo delle forze armate. Erdogan nominerà tre membri del Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri (alla faccia dell’imparzialità della magistratura). Allo stesso modo può nominare alti funzionari e dirigenti nelle amministrazioni pubbliche, nelle università e in generale nelle istituzioni dello Stato. Erdogan può indire il coprifuoco senza la ratifica del Parlamento e senza alcun limite di durata (non che prima avesse problemi, ma a questo punto gli ostacoli è meglio levarli tutti).

Sarebbe un eufemismo dire che il ruolo del Parlamento risulta fortemente indebolito. Discutere, ratificare e approvare leggi, sì, lo può fare. Può addirittura nominare 7 dei membri del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri. A questo si limitano i suoi compiti. Più difficile, inoltre, muovere mozioni di sfiducia nei confronti del presidente e dell’esecutivo, compito per cui è necessaria la maggioranza assoluta dei voti in Parlamento e una discussione di 30 giorni prima di procedere.

Sono mosse, queste, che richiamano inevitabilmente la strada verso la dittatura. Così a suo tempo fece Hitler: sbarazzatosi degli avversari con intimidazioni e violenze, raggiunto il grado di Cancelliere in Parlamento, riuscì ad azzerare ogni opposizione e a far concentrare i poteri dell’esecutivo sulla sua figura grazie alla minaccia del colpo di stato.

L’idea della “nazione in pericolo” e della necessità di difendersi è un mantra che torna sempre nei tempi bui della democrazia, ma altro non è che il pretesto per essere ancora più autoritari, repressivi e fascisti. Il gioco di Erdogan è chiaro. Aspetteremo allora che dichiari l’AKP l’unico partito ammesso in Turchia prima di fare qualcosa e smettere di essere complici?

 

Elisabetta Elia

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