Abortire in Italia si può: ma a quali condizioni?
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Abortire nel pieno rispetto della tutela, della privacy e del sostegno medico e psicologico, in Italia, è davvero un diritto riconosciuto e rispettato? Dai racconti di chi ha vissuto il dramma e il dolore dell’aborto si evince una realtà ben lontana da quella fiabescamente decantata.

È una calda mattina d’agosto quando Giulia e suo marito scoprono di aspettare un bambino, ma la loro felicità durerà quanto un battito di ciglia perché dopo sole alcune settimane la gravidanza si interromperà spontaneamente. Al dolore di una perdita così importante, quella di un figlio, si aggiungono le condizioni in cui il ricovero è stata gestito all’Ospedale Gemelli di Roma. «Mi hanno messo nella sala insieme alle mamme che partorivano. A poca distanza da me c’erano donne che diventavano madri. Urlavano, le ostetriche gridavano ‘spingi’, i neonati piangevano. (…) Non è sostenibile. Non è giusto. Troppo doloroso.» Giulia in passato ha avuto altri due aborti spontanei, ma la freddezza dell’ambiente e del personale medico è rimasta invariata nel suo dolore e nei suoi racconti. «Nessuno mi ha chiesto come stavo. Nessuno mi ha sostenuto. Nessuno mi ha guardato in faccia. (…) Il dolore della perdita è enorme. Inoltre ti senti sbagliata, ti sembra di non essere stata in grado di portare avanti la gravidanza, ti sembra che sia colpa tua. E in tutto questo vedi accanto a te altre donne che diventano mamme. Loro hanno la vita tra le braccia, tu vai incontro alla morte. (…) Bisogna fare qualcosa, serve un posto dedicato. Magari con uno psicologo, una persona che ti sostenga, che si occupi di te in quei momenti drammatici, che non riuscirai mai a dimenticare e che hai disperatamente bisogno di elaborare. (…) Se l’aborto è naturale al massimo ti dicono: “Pazienza”. Se l’interruzione è volontaria allora ti guardano come fossi una criminale.»

Ma Chiara non è la sola ad aver vissuto tale incubo. Sara (nome di fantasia) ha deciso di ricorrere all’IVG a seguito di gravi problematiche insorte nel corso della gravidanza. Il giorno in cui ha abortito, dopo esser stata accolta da una dottoressa che ha giudicato la sua decisione come una “scelta contro la vita”, ha condiviso il suo momento con una perfetta sconosciuta. «Vidi quel medico (l’unico non obiettore di coscienza) solo nel momento in cui materialmente mi consegnò le compresse. Iniziò il travaglio che poi durò 7 ore di dolori atroci, sempre lì in quella stanza, con quella donna ricoverata accanto a me. (…) Completamente da sola. (…) Chiamavo aiuto ma nessuno veniva: non un medico, non un infermiere, non un’ostetrica. Non stavo partorendo, stavo abortendo e questo non mi rendeva degna di soccorso. A un certo punto poi partorii quel bambino. Mi avevano promesso che non avrei mai visto il bambino nascere. E invece l’ho visto. (…) Quell’immagine a distanza di oltre un anno ancora mi tormenta.»

Chiara e Sara sono due giovani a cui la vita ha tolto qualcosa che mai potrà loro restituire e a cui sono stati negati una serie di diritti nel momento forse più doloroso della vita di una donna. Entrambe accusate di non essere in grado di portare a termine una gravidanza e di generare nuova vita, sottoposte al giudizio di chi dovrebbe garantire un servizio alla persona mettendo da parte la propria moralità. L’obiezione di coscienza non è difatti legalmente riconosciuta nel nostro Paese, eppure dai dati dell’Istituto Superiore di Sanità emerge una realtà preoccupante: negli ospedali italiani quasi il 100% del personale medico è obiettore, pertanto la possibilità di scelta della donna è destinata a fare i conti con tutele mancate, supporto morale e sostegno psicologico negati, trattamenti al limite del disumano.

Verrebbe da chiedersi perché, perché elargire ulteriore dolore a chi attraversa un momento drammatico. Scorgere risposte a tale quesito sembra non essere possibile, non ci resta dunque che riflettere su quanto quotidianamente accade attorno a noi. Ogni donna ha (o forse sarebbe più corretto dire “dovrebbe avere”?) il diritto di essere assistita a partire dalla tragica notizia della perdita e, in caso di IVG, dal momento in cui dichiara la volontà di porre fine all’esistenza del bambino che porta in grembo. Chiara, Sara, e chi come loro, hanno il diritto di essere accolte in un luogo adatto alle loro esigenze – non abbandonate dunque in corsia assieme a donne che hanno subìto interventi chirurgici di altra natura, o ricoverate in sala parto accanto a chi sta dando alla luce il proprio bambino –; hanno il diritto di essere ascoltate e capite, e di essere accompagnate non solo dal personale medico. Un evento traumatico genera una serie di emozioni talvolta contrastanti – il senso di colpa derivante dall’interruzione, volontaria o spontanea, della gravidanza; il dolore derivante dalla perdita, dal lutto; la paura di possibili complicazioni –. Può risultare difficile, per una donna che ha appena vissuto il momento dell’aborto, gestire questo mix di emozioni e pensieri che niente e nessuno potrà mai cancellare. Garantire un ulteriore supporto, quello psicologico, risulta pertanto fondamentale: può aiutare la donna ad accettare quanto accaduto e a reagire al dolore.

Questo aspetto viene ben evidenziato nel racconto di Laura (nome di fantasia), giovane donna costretta ad interrompere la gravidanza a causa di una malformazione fetale. «Dopo aver preso la pillola (abortiva) ho cominciato ad avere dolori atroci, stavo malissimo. Ho chiesto degli antidolorifici, non me li hanno voluti dare. Una ragazza che si trovava in stanza con me è corsa a chiamare un infermiere perché avevo cominciato a vomitare, lui mi ha guardato con disprezzo e ha detto ‘lasciala stare, fanno tutte così.’ (…) L’aborto è una pratica che deve essere eseguita da tutti i medici, non può esserci l’obiezione di coscienza. Sono io che decido, non è una scelta tua è una scelta mia. Se qualcuno deve avere rimorsi, sensi di colpa, obiezione personale, quella al massimo devo essere io.»

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Sono passati ormai molti anni da quando per la prima volta si è parlato di lotta per il diritto all’aborto libero e sicuro. Anni in cui a lungo la questione è stata centrale nei dibattiti pubblici, in cui migliaia di donne sono scese in piazza ed hanno fatto sentire la propria voce; anni in cui molteplici donne hanno dovuto accettare gravidanze indesiderate a causa di medici obiettori, di scarsa informazione; anni di silenzi dovuti a trattamenti che hanno segnato le donne nel profondo, di silenzi dovuti a un dolore con cui non hanno mai avuto la possibilità di far pace e convivere.

Sono passati anni, tanti. Eppure l’aborto, in Italia, rappresenta ancora un argomento non abbastanza degno di attenzione. Un progresso sociale, culturale e legislativo disatteso, lasciando spazio a uno scenario di leggi non rispettate, promesse non mantenute e umanità negata.

Aurora Molinari

Pugliese, classe 1997. Da bambina sognavo di diventare una giornalista, o magari una scrittrice. Oggi sono invece un'educatrice, specializzata nel disagio sociale, con la passione per la scrittura. E non solo.

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