teatri covid
Fonte immagine di copertina: https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/campania/covid-a-napoli-anche-la-manifestazione-non-violenta-contro-il-dpcm_24707937-202002a.shtml

Il Covid corre e si lascia indietro macerie. Il Dpcm del 24 ottobre ha imposto la chiusura forzata di cinema, teatri e fiere, inferendo loro un durissimo colpo.
In merito, Massimiliano Gallo, membro del consiglio direttivo di U.N.I.T.A. (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo), manifesta tutto il suo scetticismo su questa decisione:  
«La chiusura dei teatri, dopo un’inchiesta della AGIS che da giugno a ottobre ha registrato solo un caso positivo, manda in confusione e non ti fa capire quali sono le logiche se non quelle che rispettano solo delle lobby. La cosa più grave che questa Paese ha stabilito che la cultura fa parte del tempo libero e viene quindi equiparata a sale bingo e casinò. [..]. L’Italia è l’unico Paese civile nel quale si è stabilito che la cultura è un bene secondario e non primario, come avviene nei Paesi del Terzo mondo. Ciò che è avvenuto è una cosa molto triste, che non ha giustificazioni. Prima si parlava di teatri frequentati solo da anziani, ma ora neanche più questa scusa regge. Basta vedere le chiese che, pur essendo frequentate da anziani, restano aperte. Questo è il punto più basso, secondo me, della storia di questo Paese: i teatri non venivano chiusi neanche in tempo di guerra. In Europa, altri governi, hanno previsto ammortizzatori sociali, aiutato la cultura. In Italia, invece, non si sa neanche di cosa si sta parlando.»

Il fulcro del problema è proprio questo: i teatri non sono luoghi di assembramento disordinato, ma di incontro civile, di formazione e di crescita. L’arte ha la funzione di elaborare ciò che proviamo, le gioie come i dolori, ci permette di conoscere e di riconoscere gli eventi che si materializzano ogni giorno davanti ai nostri occhi e quindi di leggere e di elaborare la realtà in cui siamo immersi. Il graduale avanzamento del Covid ci ha messo tutti in una posizione di disagio e\o di malessere psicofisico, ci ha ingabbiati in una nuova routine costruita su nuove ansie e preoccupazioni e, proprio nel momento in cui ne avremmo avuto più bisogno, le porte dei teatri ci sono state chiuse. Attori, musicisti, ballerini, occupati nei circhi e nei luna park: sono migliaia i lavoratori che sono scesi in strada a Napoli, Milano, Roma e Torino per protestare contro il nuovo Dpcm.

A Napoli ha sfilato un corteo funebre simbolico dove, in piazza del Gesù (centro storico della città) i lavoratori dello spettacolo si sono dati appuntamento per celebrare “la morte del nostro lavoro”.
La cultura di Napoli si fonda sulla tradizione artistica e sono numerosissimi i teatri che costellano il territorio centrale e periferico. Sceneggiatori, attori, registi, macchinisti, costumisti, ballerini, coreografi, operatori tecnici sono migliaia coloro che da sempre fanno parte di un mondo meraviglioso ma terribilmente precario e che si vedono ora sgretolare la terra sotto i piedi perché quel poco che sono riusciti a guadagnare e a tenere ben stretto tra le loro mani (dall’introito economico all’esiguo pubblico che mantiene viva questa realtà) ora sta loro sfuggendo.

Napoli, come le altre città italiane che in questi giorni stanno manifestando nelle piazze, sottolinea come le misure restrittive anti-Covid previste dal nuovo Dpcm siano estreme e spingano alla distruzione di questa classe di lavoratori. Servirebbe stanziare nuovi fondi per permettere i teatri di sopravvivere e i suoi occupanti di sfamare le loro famiglie. Servirebbero nuove misure e nuovi piani diligentemente organizzati. Si potrebbe pensare a delle riaperture (magari in specifiche fasce orarie), tenendo conto dei soldi già spesi per le sanificazioni degli ambienti interni, le nuove misure anti-Covid messe in atto per il distanziamento sociale e la possibilità di poter prenotare i posti in anticipo e dalle piattaforme online (soluzione che, ad esempio, li renderebbero degli ambienti molto più sicuri delle chiese). Si potrebbe fare molto per non dimenticare il mondo dei teatri e tutti coloro che ne fanno parte, ma sembra che la soluzione più rapida, la chiusura, sia la più semplice e quindi quella vincente.

Ma a vincere non c’è nessuno e Napoli lo ha urlato forte.
Con le nuove restrizioni a causa del coronavirus perdono i teatri sempre più poveri e sempre più abbandonati, e perdiamo noi tutti. Ancora una volta la cultura del fare, del progresso a ogni costo, dei soldi e dell’economia vince sulla formazione, sull’umanità e sul racconto dell’etica e della civiltà.
Ancora una volta i teatri passano in secondo piano e con loro l’arte, la complessità emotiva e l’importanza dell’ascoltarsi e dell’ascoltare.  

Alessia Sicuro

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Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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