Boris Johnson chi è Brexit

Immaginate un misto tra il format del festival tra i campi di Woodstock e la capacità di raccontare un paese di Sanremo: questo è il festival di Glastonbury, che si tiene (quasi) ogni anno nel Somerset. Quest’anno uno degli headliner — il primo di colore nella storia del festival — era Stormzy, un rapper molto celebre nel Regno Unito, che ha messo in piedi una performance che ha fatto molto rumore. Certo, anche per il giubbotto anti-proiettile con il quale è salito sul palco, disegnato da Banksy. Ma soprattutto per una frase contenuta in una sua canzone, che i 200.000 di Glastonbury hanno urlato sotto l’invito del rapper: “Fuck the government and fuck Boris”. Ecco, in questo articolo cercheremo di raccontare la figura di Boris Johnson: chi è, e perché non è sbagliato dire che le persone che a Glastonbury l’hanno “criticato” sono più di quelle che l’hanno chiamato a gestire la Brexit, eleggendolo nuovo Primo Ministro del Regno Unito.

Stormzy really got 100,000 people to scream Fuck Boris on The BBC then got a wheel up #glastonburyfestival2019

Pubblicato da Anthony Kelly su Venerdì 28 giugno 2019

Boris Johnson, chi è il nuovo Primo Ministro britannico

Se volessimo descrivere il personaggio non basterebbe un’enciclopedia in venti volumi a raccontare tutti gli episodi più bizzarri che riguardano il nuovo inquilino del 10 di Downing Street: basterebbe ricordare il suo doppio licenziamento dal Times (per aver copiato un articolo) e dallo Spectator (per un flirt non dichiarato con un’altra dipendente); oppure la sua strana teoria secondo la quale l’Unione Europea vorrebbe decidere la potenza degli aspirapolvere inglesi e perfino la forma delle sue banane o dei suoi preservativi (niente zucchine di mare, però). O per finire, la brutta storia non ancora chiarita del tutto dei litigi con la fidanzata che, nella notte tra il 20 e il 21 giugno, hanno spinto i suoi vicini di casa a chiamare la polizia.

Boris Johnson running

Quello che cercheremo di dare però è un ritratto principalmente politico di Johnson, per il quale comunque non mancano elementi: il suo primo mandato come parlamentare risale al 2001, ben 18 anni fa. Nel 2008 fu eletto sindaco di Londra, carica occupata per due mandati fino al 2016. Quest’ultimo è l’anno del referendum sulla Brexit: Boris Johnson, in contrasto con le sue idee europeiste espresse in precedenza, sostiene la campagna del Leave. Con un unico scopo: reduce da due vittorie elettorali importanti come quelle di Londra del 2008 e del 2012, Johnson è il membro del Partito Conservatore più quotato per “fare le scarpe” all’allora premier tory David Cameron, schierato invece per il Remain.

Boris Johnson, la Brexit e la mancata elezione

Il 23 giugno 2016 la Gran Bretagna vota, e il Leave vince con il 51,8%. David Cameron prende atto della volontà popolare e annuncia le sue dimissioni. A questo punto, il favorito numero uno per sostituirlo è proprio Boris Johnson: scelta che sarebbe coerente con la volontà di dare al paese un leader che sia favorevole alla scelta di uscire dall’UE. Eppure, la Brexit regala sempre sorprese. Tre ore prima della chiusura delle candidature Michael Gove, sostenitore della Brexit e quotato come uno dei principali alleati di Johnson, annuncia la sua candidatura, motivandola dichiarando che quest’ultimo non può «fornire la leadership o costruire una squadra adatta al compito che si trova davanti».

Michael Gove Boris Johnson
Michael Gove e Boris Johnson durante la campagna per il Leave

Il Telegraph addirittura commentò il “tradimento” di Gove come “il più spettacolare assassinio politico di questa generazione”, perché costrinse Boris Johnson a ritirare la sua candidatura e di fatto insospettì molti militanti del partito Conservatore. Spingendoli ad appoggiare Theresa May anziché Gove e indirizzandola verso l’elezione a Primo Ministro. Il Regno Unito aveva scelto la Brexit ma il suo nuovo leader era una sostenitrice del Remain: ci vorranno tre anni per modificare questa situazione, tre anni nel quale si accumuleranno incomprensioni ed errori dalle ripercussioni pesantissime per il paese.

Gli ultimi tempi e la guida del Regno Unito

Con la nascita del governo May, Boris Johnson diventa Segretario di Stato per gli Affari Esteri: secondo molti, un modo per tenerlo buono politicamente ed evitare giochi di potere, tenendolo impegnato con le missioni all’estero. La nomina di Johnson non passa inosservata, e suscita un certo scetticismo. Il primo ministro svedese dichiarerà: «Speravo fosse uno scherzo», e l’intero mandato sarà tacciato di un certo livello di approssimazione e faciloneria nell’approccio alla politica estera britannica. L’incarico però dura poco: nel luglio 2018 si dimette insieme al segretario alla Brexit David Davis, in contrasto con una posizione ritenuta “troppo morbida” sull’uscita del Regno Unito dall’UE.

Boris Johnson Theresa May

Con questa mossa, Boris Johnson inizia ufficialmente a interpretare il ruolo di leader dell’ala che sostiene la “Hard Brexit”: l’uscita dall’Unione anche, se necessario, senza accordo; nonostante nel frattempo siano emerse altre prove del suo precedente atteggiamento pro-UE. E quando Theresa May annuncia le sue dimissioni il 24 maggio, nel giorno del voto europeo che ha spaccato il Regno Unito segnando la vittoria delle forze fortemente schierate sulla Brexit e il crollo dei partiti tradizionali, il candidato principale a succederla non può che rivelarsi proprio Johnson.

Chi supporta Boris Johnson (e chi è invece a opporsi)

Il meccanismo che ha portato Johnson alla guida del paese (in UK il leader del partito di governo diventa automaticamente capo di governo) ha visto quest’ultimo trionfare contro altri nove candidati: otto dei quali sconfitti dal voto dei parlamentari tories, e l’ultimo (Jeremy Hunt, ex segretario alla Salute e successore di Johnson nel ruolo di Segretario agli Esteri) battuto attraverso il voto tramite posta di tutti gli iscritti al partito Conservatore. I votanti però sono stati solo 139mila, l’87% dei militanti; e Boris Johnson ha trionfato con il 66% dei consensi, l’equivalente di 92mila voti reali. Meno, come dicevamo, delle persone che a Glastonbury gli hanno dedicato un amichevole saluto.

Al di là delle note di colore, questo vulnus democratico rischia però davvero di indebolire la posizione di Boris Johnson: nonostante i conservatori abbiano indubbiamente tratto vigore dalla sua elezione, recuperando tra i 5 e i 10 punti percentuali rispetto a qualche mese fa, la maggior parte dei voti provengono dal Brexit Party che era già fautore di una linea politica tendente all’Hard Brexit. Inoltre il fronte del Leave rischia di uscire indebolito da questa divisione, in un paese con una legge elettorale a carattere prevalentemente maggioritario.

È esattamente ciò che è accaduto nell’elezione suppletiva del collegio di Brecon and Radfordshire, in Galles: in un collegio precedentemente in mano ai Tories, i LibDem hanno trionfato con il 43,5%, divorando il consenso del Labour fermo al 5,3%. I Conservatori si sono fermati invece al 39%, incapaci di rosicchiare qualche punto in più al Brexit Party (10,5%) che gli avrebbe permesso di conservare il seggio.

Così, invece, i Tories perdono un altro posto in parlamento e vedono la loro maggioranza ridotta all’osso: 320 seggi (compresi i 10 del DUP nordirlandese) contro i 319 dell’opposizione, con in più voci che serpeggiano di parlamentari conservatori che sarebbero in procinto di passare ai LibDem in contrasto con la linea del No Deal. Chi è quindi, Boris Johnson? Forse, quello che rischia di rivelarsi uno dei primi minstri meno longevi della storia.

Simone Martuscelli

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