Marco foscari Musicultura
Photo credits: Antonio Caporaso e Jacopo Naddeo

Marco Foscari – o semplicemente Foscari – è uno dei più promettenti cantautori del vivaio musicale italiano. Il suo primo album, intitolato “I giorni del rinoceronte“, è uscito poco più di un anno fa ed è un baule colmo di canzoni profonde, sincere e con un grande potenziale comunicativo. Marco Foscari ha una densa attività alle spalle che lo ha portato ad aprire i concerti di artisti del calibro di Marina Rei, Noemi, Giò Evan, Zero Assoluto.
Negli ultimi mesi, Foscari ha partecipato alla XXX edizione di Musicultura, festival dedicato alle nuove promesse del cantautorato italiano, classificandosi tra i finalisti con il brano “Stabile non è“, uno spaccato estremamente attuale dell’instabilità delle cose.

Oltre ad essere un cantautore sei anche un attore. Quanto questi due mondi sono in connessione tra loro e quanto influisce la recitazione sul tuo modo di fare musica?

«Sono sempre molto in comunicazione questi due aspetti, ma la recitazione non influisce minimamente sul mio modo di scrivere. In effetti, non saprei neanche in che modo potrebbe. Sul palco, invece, devo dire che gli studi di recitazione mi hanno aiutato a gestire lo spazio e il pubblico e ad avere il senso del ritmo dello spettacolo.

Se dovessi descrivere la tua musica in tre parole quali useresti?

«Direi narrativa, introspettiva, ultraleggera.»

Ne “I giorni del rinoceronte”, il tuo primo album, è contenuta una canzone che si intitola “Stendhal“: fa riflettere su quanto tutto oggi abbia un prezzo, mentre le cose che ci lasciano un’emozione profonda e un senso di stupore sono quasi sempre cose semplici e gratuite. Pensi che, presi dalla materialità del quotidiano, ci stiamo dimenticando di stupirci davvero?

«Non saprei, forse sì. Quando ho scritto questa canzone volevo porre l’accento sul fatto che alle volte diamo un prezzo a ciò che proviamo, e questo mi sembra un po’ svilente. Tutto qui, ma non mi piace spiegare le canzoni. Alla fine ognuno ci vede quello che vuole e lo ricollega alla sua esperienza.»

Negli ultimi mesi hai partecipato alla XXX edizione del festival Musicultura, arrivando tra i finalisti. Cosa porterai con te di questa esperienza?

«Musicultura è stato un ottimo strumento per conoscere nuovi artisti e belle persone. Ho avuto anche la fantastica opportunità di suonare alcuni pezzi live durante le varie fasi del festival.»

Sono aperte, dal primo settembre 2019, le iscrizioni alla XXXI edizione del festival Musicultura, l’evento musicale che ‘da 30 anni ascolta, premia, promuove le espressioni artistiche della nuova canzone popolare e d’autore italiana‘.

Quando hai capito che, attraverso le canzoni, avevi qualcosa da comunicare? Dove trovi l’ispirazione per scrivere una canzone?

«Io non lo so se ho qualcosa da comunicare. A me sembra già tanto che riesca a pensare di avere qualcosa da pensare. Le canzoni nascono per un desiderio di rendere concreta qualcosa che hai dentro e che è molto difficile da spiegare a parole. Ecco: forse le canzoni sono le parole che rimangono dopo che hai passato al setaccio quelle inutili. Se fossi capace, farei canzoni senza parole, ma per ora mi servono ancora. L’ispirazione non la puoi controllare, o cercare. È lei che trova te e fa di te ciò che vuole. Sta a chi la riceve, secondo me, cercare di ricordare quello che ti offre.»

Di strada, musicalmente parlando, ne stai facendo tanta. Dove ti immagini fra dieci anni?

«Onestamente ho un po’ di difficoltà a immaginarmi fra dieci anni. Posso dire come sarei lieto di ritrovarmi: ancora con la fortuna di potermi occupare di musica e di teatro. Con in più una famiglia, magari, un figlio. E anche con qualche esperienza di vita in giro per l’Europa.»

Qual è stata, fino ad adesso, la più grande soddisfazione che il fare musica ti ha regalato?

«La pubblicazione di un disco è una grande soddisfazione. A prescindere da come andrà, è sempre un punto fermo che metti. Vederlo pubblicato è come quando raccogli i frutti da un albero che per anni hai innaffiato e di cui ti sei curato. Direi che la mia più grande soddisfazione sia questa, per ora.»

Quali sono i tuoi artisti di riferimento?

«Gli artisti che mi piacciono sono, al momento, per la maggior parte italiani. Adoro Brunori, Dimartino, The Zen Circus, Sick Tamburo, oltre ai must come De Gregori, Battisti, De Andrè. Però anche Tobia Sesso Junior, The Strokes, Arctic Monkeys, Pink Floyd. Ci vorrebbe un’eternità per elencarli tutti.»

Pensi che oggi, rispetto a prima, sia più difficile ricavarsi uno spazio visibile nel mondo della musica?

« La musica, specialmente quella italiana, in questo periodo vive un momento di grande fermento. Il fatto che, da una decina d’anni, noi musicisti possiamo con pochi strumenti registrare la demo in casa, in alcuni casi anche dischi interi, ha di molto ampliato il mercato, con una conseguente fioritura di nuove etichette. L’altra faccia della medaglia è appunto il fatto che con un mercato più grande ci sono moltissimi artisti in giro. Penso, quindi, che ritagliarsi uno spazio oggi sia difficile più o meno quanto lo era prima, quando comunque erano pochi gli artisti che riuscivano a emergere.»

In un mondo in cui le idee sono sempre più spesso veicolate tramite i social network, a tuo avviso, che potere ha ancora una canzone di riuscire a trasmettere un’idea?

«Ha un grosso potere. Le canzoni possono salvare delle vite, far cambiare idea sulle cose oppure confermarle, ti fanno sentire parte di un tutto, ti fanno capire che quello che proviamo lo proviamo allo stesso modo, che siamo tutti collegati.»

Marco Foscari è un artista sensibile che mette in musica il mondo che lo circonda. Ha da poco terminato il tour di promozione del suo album d’esordio intitolato “I giorni del rinoceronte”.
Nel futuro immediato del cantautore ci saranno nuove esperienze, musicali e non, ma “I giorni del rinoceronte” è un album che, a detta sua, non gli ha cambiato la vita, gli ha cambiato l’anima.

Anna Rita Orlando

Greenpeace

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