Perché il socialismo per la liberazione animale
Fotografia di stock.adobe.com

In quanto marxismo antispecista, l’antispecismo politico pone la rivoluzione socialista come pre-condizione per la liberazione animale. La ragione di ciò è presto detta: senza la collettivizzazione dei mezzi produttivi non possiamo autodeterminarci a livello sociale (cioè diffuso, che va al di là di qualche minoranza) ma siamo controllati e controllate da chi controlla la produzione. E quest’ultimo non ha nessun interesse a smettere di sfruttare gli animali non umani, che rappresentano una delle tante soggettività e risorse da cui trarre profitto. Qui la pseudo-soluzione liberal del consumo consapevole (il rifiuto di acquistare prodotti di provenienza e derivazione animale), facendo leva sulla persuasione individuale piuttosto che sulla trasformazione dei rapporti produttivi e delle condizioni materiali di esistenza, si rivela in tutto il suo moralismo. Cioè nella sua sopravvalutazione della morale come agente di cambiamento sociale. Il grande contributo del materialismo storico allo studio del cambiamento sociale è la scoperta della necessità della struttura e dell’accidentalità della sovrastruttura. In altre parole, i materialisti storici hanno scoperto che senza che cambi l’economia e senza che cambino i rapporti di produzione (la forma della proprietà, innanzitutto), non c’è quasi speranza che cambi la cultura, morale compresa. Se i prodotti animali (perlomeno quelli pronti, sempre più importanti in una società come la nostra dove il tempo è diventato un bene di lusso e si cucina sempre meno) costano meno di quelli vegetali; se in TV e in radio passano più pubblicità di grandi catene di fast-food dello sfruttamento animale che pubblicità delle alternative della ristorazione vegan; se nutrizionisti e nutrizioniste continuano ad essere così spesso ignoranti o in malafede sull’alimentazione vegetale, e a sconsigliarla apertamente; se gli allevamenti percepiscono miliardi in sussidi, etc.; allora che la persuasione morale possa dare i suoi frutti su larga scala è pia illusione, ed è vedere il mondo alla rovescia. Un mondo che cammina con la testa all’ingiù, come diceva Marx criticando l’idealismo ne L’ideologia tedesca.

Fin qui l’analisi che riteniamo di semplice buon senso, per quanto poco condivisa dal mondo vegan e antispecista (e non è un caso, data la profonda penetrazione del neoliberismo anche nel movimento per i diritti e la liberazione animale). Di buon senso è anche la constatazione che la rivoluzione socialista non conduce automaticamente alla rivoluzione antispecista – e dunque alla liberazione animale. Difatti noi antispecisti e antispeciste politiche, e tutte le organizzazioni che si richiamano al marxismo antispecista, l’abbiamo sempre fatta. Ma il fatto che esista uno iato fra l’emancipazione umana e quella degli altri animali è stato usato in chiave anti-socialista da chi, portando esplicitamente avanti o essendo implicitamente portatore di visioni neoliberal e tipiche dell’animalismo single-issue, si oppone alle politiche di collettivizzazione. «Superare il capitalismo non è superare lo specismo e/o lo sfruttamento animale», ci oppongono. Il che è senz’altro vero, e tuttavia è ideologico quando significa o suggerisce che il superamento del modo di produzione capitalistico non sia un compito per il movimento di liberazione animale e comunque non sia così importante. «Tutte le società», insistono gli anti-socialisti, «hanno discriminato e sfruttato gli animali non umani. Se anche superassimo il capitalismo, non avremmo fatto che qualche passo verso la liberazione animale». Al che si potrebbe obiettare che dal periodo post-bellico ad oggi la produzione di carne e derivati è più che triplicata, ma questo ci porterebbe a impelagarci in questioni come il ruolo della crescita dei paesi asiatici nell’aumento dei prodotti animali e le loro economie non sempre capitaliste, il produttivismo sovietico etc. La verità, ovviamente, è che per non socializzare altro che la miseria, anche le economie socialiste hanno dovuto sviluppare la loro produzione, compresa quella basata sullo sfruttamento animale. Hanno dovuto farlo soprattutto i paesi che partivano da posizioni di svantaggio rispetto a quelli più sviluppati, dove esisteva una forte economia di mercato. Tranne che nella forma deviata del rossobrunismo, il socialismo non consiste nel tornare alle società tribali o pre-capitalistiche in generale, all’idealizzazione della caccia di sussistenza e simili. Anzi, come affermava Lev Trockij ne “La rivoluzione tradita”, esso diventa concretamente possibile solo laddove le forze produttive siano grandemente sviluppate: «La base materiale del comunismo deve risiedere in uno sviluppo così elevato della potenza economica dell’uomo che il lavoro produttivo, cessando di essere un peso e una pena, non abbia bisogno di stimolo e che la distribuzione dei beni forniti in continua abbondanza non esiga […] altro controllo se non quello dell’istruzione, dell’abitudine, dell’opinione pubblica». (Trotskij, 2000, pag. 119). Ma mentre la fase di sviluppo economico nel socialismo è appunto soltanto una fase, utile a rimuovere le condizioni di bisogno e di miseria che impedirebbero l’ordinamento socialista, nel modo di produzione capitalista la crescita infinita è una necessità dovuta al meccanismo della concorrenza: ogni impresa è costantemente in gara con le altre, e rischia di essere buttata fuori dal mercato se non si accresce e rafforza costantemente.

I critici e le critiche anti-socialiste ci oppongono ancora che la discriminazione e lo sfruttamento animale sono costanti in tutte le società e i modi produttivi conosciuti; perciò secondo loro non c’è da concentrarsi sulle condizioni materiali di esistenza, che sarebbero secondarie, e bisogna invece insistere con la diffusione del veganismo e dell’antispecismo. Che gli animali non umani siano sempre stati discriminati e sfruttati è più o meno vero, anche se molto impreciso; alcune società hanno anzi divinizzato certi animali, e tuttora alcuni di essi (i cosiddetti pets), sono spesso trattati molto meglio di quanto lo siano miliardi di animali umani. Soprattutto però l’affermazione che la discriminazione e lo sfruttamento animale sono costanti in tutte le società e i modi produttivi conosciuti contiene un errore fondamentale, cioè fare come se discriminazione e sfruttamento dei non umani fossero fenomeni a-storici, indipendenti dalle concrete società in cui si manifestano. Un errore tipico dell’ideologia liberal e neoliberal, metafisicamente fissata con l’esistenza di una immutabile “natura umana”. Di questa credenza anti-scientifica i critici e le critiche anti-socialiste non vedono peraltro la contraddizione con l’emancipazionismo che pur professano: se discriminare e sfruttare gli altri animali è nella natura umana, infatti, ogni tentativo di riformare e rivoluzionare quel fenomeno è destinato a fallire. Da qui l’elitismo, la misantropia e l’estinzionismo che affliggono più o meno nascostamente tanta parte del movimento di liberazione animale. Come la metafisica liberal della natura umana, però, così è da rigettare quella post-moderna della più completa liquidità, la cui realizzazione più compiuta è l’individualismo irrelato (e dunque un’altra forma di neoliberalismo, perfino più radicale di quella classica). Non è il caso di gettare il bambino con l’acqua sporca, i tratti costanti (ma non immutabili) dell’umanità con la metafisica neoliberale. Ciò che nell’umanità è costante, è tale per via delle strutture socio-economiche e culturali che determinano l’esistenza dell’essere umano quale animale sociale, e si modifica insieme a quelle strutture.

Occorre infine comprendere che il rapporto fra socialismo e liberazione animale, se è contraddistinto dalla propedeuticità del primo nei confronti della seconda, non si esaurisce però in questo. Abbattendo gli ostacoli frapposti dalle aziende dello sfruttamento animale e dallo Stato borghese loro comitato d’affari, infatti, il socialismo non si limita a rendere sistematicamente possibile ed efficace l’opera di informazione e sensibilizzazione antispecista circa le condizioni degli altri animali; ma rende quest’opera funzionale, e forse anche necessaria per la sua stessa realizzazione. O almeno per il suo mantenimento. Infatti se – come pensiamo noi antispecisti/e politiche e marxisti/e antispeciste in generale – discriminiamo gli animali non umani per sfruttarli meglio a scopo di profitto e/o per bisogno, allora «una volta cessata la possibilità del profitto e una volta cessato il bisogno, la crudeltà e l’indifferenza verso gli animali non umani sono non soltanto disincentivate, ma addirittura controproducenti rispetto alla realizzazione di un’umanità più compassionevole, generosa e altruista. Caratteristiche funzionali al mantenimento della società del socialismo realizzato e, ancor più, alla realizzazione della fase superiore del socialismo: il comunismo» (Dario Manni, intervista rilasciata a WeAnimals, 2023, in pubblicazione).

di Dario Manni, Gruppo di Antispecismo Politico

Gruppo di Antispecismo Politico è un collettivo ecosocialista antispecista con un approccio multidisciplinare, attivo nello studio e nella ricerca sui temi della giustizia animale e sociale. Ci proponiamo, fra le altre cose, di indagare e denunciare l’influenza del neoliberalismo sul mondo della lotta per i diritti e la liberazione animale e su quello dei movimenti sociali in generale.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui