migranti,

Provate a spiegare a un bambino cos’è il razzismo. Provate a spiegarlo a Sheev, undici anni, scappato dall’Afghanistan insieme ai genitori dopo che i Talebani gli hanno ucciso un fratello sotto gli occhi di sua madre. C’è anche Sheev, con suo padre Rajvir, al grande corteo antirazzista che sabato mattina ha riempito le strade di Benevento.

Ci sono gli operatori dell’accoglienza, l’Atletico Brigante, squadra di calcio composta da migranti, e Oltreconfine, scuola d’italiano per migranti. C’è l’Unione Sindacale di Base e c’è l’Anpi. C’è il Wand, associazione LGBTQIA, e c’è l’imam della moschea di Benevento. Ci sono gli anarchici e i centri sociali, le studentesse e gli studenti.

Un fiume eterogeneo di persone sceso in piazza per dire basta al pericoloso clima d’odio di questi mesi che, proprio la scorsa settimana, ha registrato l’ultima vittima con Idy Diene, l’uomo senegalese ucciso a Firenze. “Gli unici stranieri sono i fascisti nei quartieri” viene ripetuto dai cori.

E al microfono alla testa del corteo prende parola il ragazzo gambiano aggredito a Benevento da un simpatizzante di Forza Nuova. Poco dopo di lui è la volta, invece, del ragazzo beneventano aggredito alla vigilia del corteo, sempre in città, da alcuni militanti di Casapound. Tutti e due portano sul corpo i segni di una violenza che non guarda al colore della pelle. E tutti, bianchi e neri, in strada a urlare che questa violenza non è più tollerabile, che questa violenza ha un nome, un nome che dopo decenni facciamo fatica a pronunciare: fascismo.

Il corteo procede tranquillo. Non ci sono gli scontri che qualcuno avrebbe voluto, per parlare ancora una volta di violenza dell’antifascismo, per ridurre tutto, ancora una volta, ad un gruppo di facinorosi che mette a ferro e fuoco la città. Chi si aspettava questo è rimasto deluso.

Ha trovato invece un fiume colorato di persone, ha trovato la politica che non si ferma all’indomani delle elezioni, ma che continua, fuori dalle urne, a camminare per le strade giorno dopo giorno.

1 commento

  1. Non è il colore rosso, né il nero né la maglietta giallorossa che fanno la differenza, ma i semplici gesti d’amore per il prossimo.
    Pi pare lo dicessero anche Pino Danile, Fiorella Mannoia, Bennato, Celentano … e Riccardo Cocciante, che non sono mai caduti nelle “categorie” di Dx e di Sx.

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