Occhi puntati sull’Africa: nel 2021 elezioni in 13 paesi del continente
Credit: Africa Rivista

Il 2021 segna, a livello politico, un anno importante per alcune nazioni dell’Africa, situate per lo più nel Sahel centrale e nella regione del Corno: le elezioni politiche in ben 13 paesi strategici del continente potrebbero infatti modificarne profondamente l’assetto politico-istituzionale.

Già nel 2020 si erano tenute le elezioni presidenziali in due delle democrazie più promettenti dell’Africa Occidentale: Burkina Faso e Ghana. Entrambi i paesi interessati, facendo leva sullo sviluppo sociale ed economico, hanno rafforzato i rispettivi sistemi politici, pur con alcune difficoltà. Nel 2021 si recheranno (o si sono già recati) al voto paesi più fragili come Uganda, Somalia, Libia e Congo, e gli esiti delle elezioni potrebbero minare o far avanzare il percorso verso la democrazia delle nazioni che vedranno rinnovarsi o riconfermarsi le più importanti cariche politiche e governative, tra caos istituzionale, crisi economica e pandemia. In tutto sono 13: Uganda, Somalia, Niger, Congo, Djibouti, Ciad, Benin, Etiopia, Sao Tomè e Prìncipe, Libia, Gambia, Capo Verde e Zambia, con il calendario che se.

Occhi puntanti sull’Africa: elezioni 2021 in tredici paesi del continente
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Una domanda fondamentale per le elezioni in Africa che si svolgeranno quest’anno non concerne solo l’esito che le stesse avranno, ma anche le modalità nelle quali leadership elette saranno in grado di gestire il potere. Ci saranno infatti implicazioni dirette per la legittimità dei leader che usciranno vincenti alle elezioni e per la loro capacità di affrontare le sfide che si troveranno di fronte.

La sicurezza, ad esempio, è estremamente legata a questioni di legittimità e integrità elettorale, e 5 paesi che quest’anno vedranno svolgere le elezioni stanno affrontando conflitti armati e/o sono interessati da secessionismi. In Etiopia, Libia, Somalia, Nigeria e Ciad, la legittimità che i leader vincenti otterranno potrebbe essere un importante strumento per destreggiarsi all’interno dei conflitti che stanno sconvolgendo tali paesi dell’Africa, non senza contraddizioni. Al contrario la fondata percezione che i leader più autoritari non possano essere rimossi costituzionalmente attraverso le democratiche elezioni alimenterà, probabilmente, rimostranze che condurranno purtroppo a forme di confronto ancor più violente.

In Uganda non a caso, le elezioni presidenziali dello scorso 14 gennaio si sono svolte in un contesto di escalation violenta sempre più palese. La stagione elettorale dell’Uganda, inaugurata a novembre 2020 con l’attentato al principale leader di opposizione Bobi Wine, è culminata con le numerose sparatorie della polizia e delle forze dell’ordine contro sostenitori dell’opposizione e dissidenti, atte a garantire la riconferma elettorale del Presidente uscente Yoweri Museveni, come poi è stato, per il sesto mandato consecutivo. Nel 2005, Museveni ha rimosso qualsiasi limite di mandato e successivamente, nel 2017, quelli relativi all’età del presidente, per ottenere, con la violenza, la sua riconferma alle elezioni presidenziali. Non è un caso che alcuni candidati dell’opposizione siano stati ripetutamente detenuti, minacciati e intralciati nello svolgimento della loro campagna elettorale. Sostenitori e simpatizzanti che nel tentativo di partecipare ai comizi elettorali sono stati molestati, picchiati e anche uccisi. Ciononostante, Museveni ha vinto le elezioni presidenziali con il 58,64% contro il 34,83% raggiunto da Wine, che ha contestato il risultato elettorale accusando l’avversario di brogli e irregolarità.

Così, se gli ugandesi non avevano comunque mai sperimentato una libera e autentica partecipazione politica durante i mandati di Museveni, adesso il paese africano si trova anche a dover fare i conti con il fatto che le libertà civili durante le elezioni siano state apertamente soppresse, allontanando l’Uganda dalle aspirazioni democratiche che molti inseguono fermamente.

Le elezioni presidenziali in Niger hanno avuto conseguenze di altro segno: svoltesi nel 2020, non avevano visto vincere nessuno dei 28 candidati, così da richiedere il ballottaggio, svoltosi lo scorso 21 febbraio, tra i due candidati più votati: Il ministro dell’Interno Mohamed Bazoum del Partito “Nigeriani al governo per la democrazia e il socialismo”, e l’ex presidente Mahamane Ousmane. La commissione elettorale del Niger ha dichiarato Mohamed Bazoum vincitore del ballottaggio delle elezioni presidenziali con il 55,75% dei voti, contro il 44,25% del suo avversario, che ha prontamente denunciato frodi elettorali senza però portare prove. Bazoum prenderà il posto di Mahamadou Issoufou, presidente dal 2011, e sarà il primo passaggio di potere in Niger tra leader eletti da quando il paese si è reso indipendente dalla Francia nel 1960. Ciò creerà un prezioso precedente di mantenimento dei limiti di mandato, contribuendo a istituzionalizzare il controllo sul potere esecutivo negli anni a venire. Il Niger, infatti, sta intraprendendo un’importante transizione democratica combattendo contro una serie sempre più aggressiva di insurrezioni da parte di gruppi armati islamisti, che hanno limitato fortemente circolazione e commercio, nonché provocato svariate vittime, creando ulteriori disagi in uno dei paesi dell’Africa più poveri e al centro dei flussi migratori dal Sahel verso l’Europa.

In Somalia la situazione politica è ancora avvolta nell’incertezza: lo stato africano, ex colonia italiana e ora failed state, in seguito alla scadenza del mandato di Mohamed Abdullahi Mohamed, non è ancora in grado di indire nuove elezioni politiche. Le elezioni parlamentari erano originariamente previste per dicembre 2020, ma sono state rinviate per motivi logistici e per controversie legate al processo di supervisione, al pari delle elezioni presidenziali che si sarebbero dovute svolgere a febbraio scorso, ma che erano state rinviate a causa della Covid-19. Secondo l’attuale sistema elettorale indiretto del paese, ciascuno dei 275 parlamentari deve essere eletto da 101 delegati nominati dagli anziani dei clan. I membri del parlamento, così come i 59 senatori eletti dalle assemblee statali, selezioneranno quindi il presidente. Tale sistema, oltre ad essere abbastanza complicato e insolito, è stato anche aspramente criticato come particolarmente incline alla corruzione dei delegati per acquisire voti e seggi. Il sistema è anche visto come vulnerabile all’influenza di Al-Shabaab, visto che la selezione dei delegati avviene tramite incentivi finanziari o direttamente attraverso le simpatie di alcuni capi clan.

Il problema di fondo per cui ancora il paese non ha indetto le elezioni è chiaramente legato alle difficoltà di implementare il sistema elettorale vigente, difficoltà che sono anche politiche, sociali, finanziare, di sicurezza e tecniche. La legittimità del processo elettorale somalo è strettamente legata alle sue prospettive di stabilità: una struttura politica più legittimata e responsabile può anche contribuire a una forza di sicurezza più efficace, rinvigorendo l’impegno per la causa federale. La sicurezza rimane il leitmotiv generale per le elezioni somale del 2021: Al Shabaab è stato collegato a circa 1.742 eventi violenti e 2.369 morti segnalati nel 2020, rendendolo il gruppo militante islamista più attivo e, probabilmente, più radicato in Africa. Oltre alla possibilità di interrompere il voto avvalendosi della sua forza militare, Al Shabaab mantiene il suo controllo su vaste aree della campagna somala, influenzandone gli orientamenti.

Le elezioni somale, quindi, devono essere comprese nel loro più ampio contesto, che si riassume la ricostruzione dello Stato è il passo fondamentale, che riflette la sfida della creazione di un nuovo sistema elettorale che unisca i clan locali e gli interessi regionali per l’autonomia all’interno di una visione e di un quadro politico di riferimento nazionale più ampio. Il destino del paese si intreccia anche all’importanza strategica della Somalia nel Corno d’Africa, per ora epicentro dell’estremismo violento nell’Africa orientale, ma in realtà nazione dalle grandi possibilità. Le elezioni e la conseguente leadership vincente hanno dunque conseguenze di vasta portata in materia di sicurezza per la Somalia e per l’Africa in generale.

È con questi tre risultati, attesi o disattesi, che la stagione delle elezioni politiche in Africa si è avviata: un incipit non certo promettente, rilevante per la portata che l’evento elettorale ha in sé e di per sé, ma anche per la portata delle sue conseguenze geopolitiche. Bisogna tenere alta l’attenzione sulle vicende elettorali che andranno a delinearsi negli altri paesi africani nei mesi a venire.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

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