Etiopia, infuria la guerra del Tigray: non c'è Nobel per la pace che tenga
Truppe etiopi in marcia. Fonte: Petterik Wiggers/Hollandse Hoogte, via Ethiopia Insight, nena-news.it

In Etiopia siamo ancora nel 2013, ma potremmo essere già nel 2027. La prima ipotesi è vera se si seguono i calcoli astronomici del calendario liturgico della Chiesa Ortodossa locale, la seconda se si considera la prospettiva futuribile di un continente dilaniato dai conflitti etnici, che si avvia verso la china di guerre di potenza su vasta scala per l’egemonia politica e le risorse. Tornando al presente – quello secondo il nostro calendario gregoriano – nella notte tra 3 e il 4 novembre del 2020 il presidente etiope Abiy Ahmed ha autorizzato operazioni militari su vasta scala nel riottoso stato federato del Tigray, per contenere con efferatezza gli accenni di guerriglia e di spinte centrifughe. Il rischio è la catastrofe umanitaria.

In Africa, non pare esserci Nobel per la pace che tenga: la guerra e la violenza tornano ad affermarsi quali strumenti micidiali di convivenza nella tragica quotidianità della vita politica.

L’Etiopia: mosaico di popoli e pentola a pressione di conflitti

L’Etiopia, “il nonno d’Africa”, è considerato il più antico stato centralizzato del continente, con un’eredità storico-culturale tanto densa e affascinante quanto travagliata. Una monarchia millenaria che si fa discendere dalla regina di Saba e dal Re Salomone di biblica memoria, la civilizzazione etiope, nelle sue numerose manifestazioni, prosperò per diversi secoli controllando i corsi d’acqua e i laghi dell’altopiano etiope, un sistema orografico di valli, pianure e zone desertiche separate dalla Rift Valley. L’espansione dell’impero cristiano-ortodosso tradizionalmente amministrato dagli Amhara verso altre regioni a ridosso del Mar Rosso, del bacino nilotico e delle regioni desertiche dell’est, promossa dal negus Menelik II tra XIX e XX secolo, completò il mosaico multietnico dell’odierna Etiopia, che oggi conta 80 gruppi etnici.

L’affermazione di una compiuta identità nazionale sul modello dello Stato moderno europeo non si concretizzerà mai, e l’imposizione con le armi dell’autorità politica, regia prima e repubblicana poi, si rivelerà fragile. Le tensioni tra le popolazioni etiopi che differiscono per costumi, lingua e religione esploderanno insieme al malessere economico-sociale, senza mai dare forma a processi di pacificazione sostenibili nel lungo periodo.

Mai assoggettata dalle potenze coloniali europee nel XIX secolo, quello che all’epoca era conosciuta come Impero di Abissinia ha ceduto alle mire espansionistiche dell’Italia fascista solo nel 1935, restando parte dei possedimenti africani di Roma per poco più di un lustro e senza mai cessare una fiera guerriglia anti-coloniale a bassa intensità. Retto da un sistema feudale con una rigida divisione in caste, dominato dall’aristocrazia militare (i ras) e di conseguenza segnato da arretratezza economica e disuguaglianze sociali, sotto la guida del negus Hailé Selassié il paese intraprese un accidentato percorso verso la modernizzazione con l’indipendenza successiva al secondo conflitto mondiale.

Etiopia
Menelik II e consorte. Fonte:© Gerhard Huber, global-geography.org

Tuttavia la solidità del sistema dei privilegi, la crisi energetica del 1973 e una devastante carestia agricola mortificarono ogni sforzo: una giunta di militari di ispirazione marxista-leninista rovesciò il sovrano nel 1974 con un colpo di stato sostenuto dai sovietici, ma anche da una popolazione esasperata. Così venne instaurata la dittatura militare del DERG, guidata dal negus rosso Menghistu Hailé Mariàm.

Nemmeno la rivoluzione portò ai benefici e alle riforme auspicati: una carestia di proporzioni immani che si abbattè sul paese nel 1983 e costò la vita a mezzo milione di persone, alienò al DERG qualsiasi simpatia popolare. Nel frattempo, la politica di centralizzazione comunista suscitò il malcontento delle minoranze/maggioranze etniche, soprattutto nel Tigray e nell’allora assoggettata Eritrea. Con il cessare dell’appoggio sovietico, il governo del “terrore rosso” venne rovesciato nel 1991 proprio dall’EPRDF, una coalizione di movimenti regionalisti per la democrazia, tra i quali spiccava per mobilitazione quello tigrino.

L’Etiopia si dà una Costituzione pluralista e federale nel 1993, ma in sostanza continuerà ad essere amministrata da nuove gerarchie di potere, affaristiche e corrotte, che cercheranno di favorire i propri clan e al contempo di contenere le tendenze centrifughe delle varie nazionalità, già palesatesi con la secessione dell’Eritrea, con la forza e senza garantire una coabitazione etnica che non fosse artefatta.

Cronache di guerra dal Tigray

Nel XXI secolo il paese leader del Corno d’Africa riscopre una crescita economica impetuosa, che, pur non appianando le sperequazioni socio-economiche, si è solidificata negli ultimi anni. La forza lavoro, l’abbondanza di minerali preziosi, le disponibilità agricole e le risorse idriche strategiche – innesco di una vera e propria rivoluzione energetica – hanno appena cominciato ad esprimere le proprie potenzialità. L’Etiopia ha così risolto i propri deficit infrastrutturali con importanti riforme, che hanno attratto gli investitori stranieri. Lo sviluppo economico e la posizione strategica nell’Africa orientale, al centro dei traffici continentali, offrono ora la possibilità ad una classe dirigente rinnovata di disegnare un percorso geopolitico per fare dell’Etiopia una potenza emergente. I metodi per affrontare le persistenti problematiche etniche, tuttavia, resteranno i medesimi.

Quando diventa primo ministro dell’Etiopia il giovane Abiy Ahmed Ali, di etnia oromo e considerato un riformista in economia e politica interna rispetto ai predecessori, si accendono nuove speranze di pacificazione per la regione. Il rinnovamento radicale del nuovo leader si è concretizzato nella repentina risoluzione delle dispute di confine con l’Eritrea e la Somalia, che andavano avanti da decenni, e nella pacificazione non-violenta in Oromia, la regione federata in fibrillazione dal 2016, le cui rivolte contro le discriminazioni erano state represse per anni con il pugno di ferro. I risultati in politica estera gli sono valsi il prestigioso Nobel per la pace. Forse un po’ frettolosamente: non è un caso che il termine amarico “Medemer“, che identifica l’approccio politico di Ahmed, sia traducibile con “stare insieme”, ma anche con “incisività”.

Quando il premier ha proposto di unificare tutte le forze della coalizione di governo nel “partito della prosperità”, il TPLF, il partito regionalista del Tigray, una regione montuosa legata per vicinanza geografica e linguistica all’Eritrea più che ad Addis Abeba, ha declinato l’invito per preservare la propria autonomia, percepita come messa a repentaglio dall’operazione politica di Ahmed. Il fronte popolare di liberazione del Tigray, dopo aver organizzato elezioni unilaterali che erano state sospese per la Covid-19, ha lanciato la ribellione dalla capitale Mekelle assaltando un presidio militare, facendo strage di civili non appartenenti all’etnia dominante. Uno spargimento di sangue che ha innescato le ostilità su vasta scala in Etiopia, dettate dall’intransigenza del presidente Ahmed, egli stesso un ex-militare.

Etiopia Tigray guerra
Geografia del conflitto della nuova guerra in Etiopia. Fonte: Internazionale.it

Le truppe etiopi hanno circondato la capitale dei ribelli, rimasta la loro unica roccaforte, e secondo le testimonianze dei primi profughi di guerra si sono indiscriminatamente scagliate contro i civili di etnia tigrina. La crisi umanitaria sarebbe già gravissima, e secondo le Nazioni Unite al confine migliaia di persone sarebbero in fuga dai bombardamenti e dall’avanzata dei mezzi blindati. A nulla sono valsi gli appelli della comunità internazionale e delle organizzazioni umanitarie per una soluzione pacifica e diplomatica della guerra del Tigray: un minaccioso ultimatum per la resa del TPLF firmato direttamente dal premier Amhed è tutto ciò che resta di una guerra apparentemente sospesa, ma in realtà nel vivo della sua brutalità.

Nel Tigray non sono ammessi stampa e osservatori internazionali, ed è difficile prevedere come stia effettivamente evolvendo il conflitto. Sicuramente Ahmed non può permettersi negoziati con i tigrini che ne legittimino le richieste para-secessioniste e provochino l’effetto domino per altre etnie, né può rischiare la palude in uno scontro protratto nel tempo: l’ipotesi più verosimile è una risoluzione rapida e violenta della guerra.

L’Etiopia e l’Africa che verranno

Con il profilarsi dell’ennesima e conclamata violazione dei diritti umani, si può derubricare il nuovo corso etiope come un tradimento politico di una stagione riformista e basata sui diritti? Il fraintendimento di base che soggiace a tali osservazioni è evidente. La nuova Etiopia che Abiy Ahmed vuole edificare, all’insegna della convivenza tra le etnie e concentrata sui dossier di sviluppo, è tale soprattutto da un punto di vista della proiezione geopolitica: in questo contesto, il conflitto etnico esploso tra Etiopia e Tigray assume un’importanza strategica per gli equilibri di potenza del corno d’Africa e per impedire ogni fenomeno di balcanizzazione, malattia terminale di ogni ambizione egemonica. Scongiurare ogni ipotesi centrifuga è essenziale per conservare il controllo degli asset strategici in materia di risorse e conquistarsi un ruolo da potenza regionale del continente, e per farlo possono essere utili sia il bastone che la carota.

Ci si è forse voluti illudere che il processo di pacificazione avesse il sapore e la sostanza di un cambiamento nella gerarchia dei valori, invece si trattava solo e semplicemente di indispensabile strategia politica.

Le mire geopolitiche di Cina e Russia, e il neocolonialismo di ritorno dell’Occidente non sono l’unico male che attanaglia l’Africa. Le guerre per le risorse tra Stati, i conflitti inter-etnici e le contrapposizioni armate tra potenze regionali promettono di insanguinare un continente affamato di progresso, che nei prossimi decenni continuerà ad essere teatro di sommovimenti geopolitici, demografici ed economici. L’Etiopia occupa un posto di riguardo in questi scenari: le risorse idriche strategiche che controlla, tra cui le sorgenti del Nilo Azzurro nel lago Tana, metteranno il paese in contrapposizione frontale con l’Egitto e il Sudan. La nuova Etiopia di Ahmed vuole arrivare pronta alle sfide che la attendono. E la strada per costruire in Africa un avvenire migliore senza ricorrere alla sopraffazione passa per la cruna di un ago.

Luigi Iannone

Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui