Il Succorpo: la Cappella di San Gennaro voluta da Carafa

Sul finire del Quattrocento, l’arte si modella e si plasma sempre di più sui suoi nuovi modelli: le architetture brunelleschiane e albertine e la pittura rinascimentale realizzata con l’allegoria e il particolarismo di Piero della Francesca, le precise griglie sprospettiche di Mantegna e la delicatezza del Perugino.

La penetrazione del Rinascimento a Napoli avviene a partire dal 1442, anno in cui il potere era nelle mani di Alfonso d’Aragona e l’arte era strumento di autocelebrazione: Napoli e Sicilia erano dominate da una nuova corona, quindi andava modificata la propaggine Angioina con una nuova idea legata all’eleganza e alla grandezza del gusto neoclassico.

A Giovan Tommaso Malvito spetta l’esecuzione del Succorpo della cattedrale di Napoli, un ambiente realizzato al di sotto della cripta della cattedrale tra il 1497 e il 1508, che supera le esperienze quattrcentesche e si proietta in una nuova forma artistica. Per le sue fattezze, si pensa però che l’alta concezione architettonica è probabilmente frutto di Donato Bramante, anche se attualmente è stata attribuita anche al nome della bottega romana dei Sangallo.

Il Succorpo è anche conosciuto come Cappella di San Gennaro o Cappella Carafa, in onore del cardinale Oliviero Carafa (cardinale di Ostia e discendente dell’eminente famiglia dei Caracciolo) che la volle edificare per custodirvi le reliquie di San Gennaro (che dall’831 al 1497 furono nascoste nell’Abbazia di Montevergine a Avellino), insieme a altri 51 santi.

Oliviero era molto conosciuto per la sua attività di committenza, già a Roma ad esempio diede il via alle pratiche di restaurazione della basilica di Santa Maria della Pace e vi fece lì edificare il chiostro del Bramante; nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva commissionò invece Filippino Lippi per gli affreschi della cappella Carafa.
Ora serviva però un luogo adibito per la sua futura sepoltura, un luogo impregnato d’arte e che ad un solo sguardo suggerisse tutto il suo potere.

Il Succorpo nacque su queste rime e a tal ragione fu pensato sotto l’altare maggiore, luogo di confessio e della sacra lettura.


Ha una pianta a tre navate scandite da colonne antiche con capitelli ionici (come se fosse una basilica), con delle nicchie laterali (solitamente pensate per le catacombe) e una cappella terminale. L’ambiente è interamente ricoperto di marmo e ha un pavimento cosmatesco di tessere e tasselli colorati. È raggiungibile tramite due rampe di scale semicircolari che conducono alle cinquecentesche porte bronzee ornate con stemmi e emblemi della famiglia Carafa eseguiti su disegno di Malvito. La cappella fu restaurata sul finire dell’Ottocento dalla stessa famiglia, che ancora oggi ne detiene il possesso. Varcata la porta d’ingresso, l’impatto è notevole: si ha l’impressione di essere entrati all’interno di un’opera d’arte sì varia e composita, ma al contempo elegante ed equilibrata, studiata in ogni suo più piccolo dettaglio.


Le nicchie conchigliate occupano le due pareti laterali, si presentano con delle paraste ioniche in marmo intagliato e sono poste in modo da risultare specchiate. Il soffitto si compone di 18 cassettoni e presenta una serie di effigi marmorei della Vergine, dei Padri della Chiesa e dei Patriarchi della Chiesa di Napoli (che avrebbero dovuto proteggere le spoglie di Oliviero Carafa), all’interno di clipei. Possiamo ritrovare un precedente per una tale struttura solo nella pittura di Piero della Francesca, ma la sua riproduzione in ambito architettonico è più ardua e ha bisogno di un sostegno ben congegnato. Per evitare probabili crolli è stato progettato un sistema di volte sopra il soffitto, così da ridimensionarne il peso e non farlo gravare tutto sulle colonne. Proprio per tale piano architettonico si è spesso ipotizzato che l’autore non poteva che essere Bramante, artista che ha dimostrato la sua abile tecnica sia in pittura (con la realizzazione del finto coro di Santa Maria presso San Satiro) e in architettura (con la realizzazione della tribuna della chiesa di Santa Maria delle Grazie, del tempietto di San Pietro in Montorio e del Cortile del Benvedere).


La navata centrale culmina in una scarsella coperta a cupola e ornata da ritratti in due medaglioni. Nell’abside, sotto l’altare centrale, c’è l’urna bronzea del 1511 che racchiude l’olla fittile medievale in cui sono conservati i resti mortali di san Gennaro. Le due navate laterali invece terminano con due archi obliqui, cornici di finestre che riescono a creare dei particolari giochi di luce. Nella prima campata della navata centrale è presente la statua di Oliviero Carafa inginocchiato in preghiera, in posizione assiale rispetto alla cappella con la Cattedra si San Gennaro, in una condizione strategica che suggerisce un eterno stato di adorazione. Si pensa però (proprio per quel gioco di luci di cui sopra) che la statua è stata spostata da una probabile iniziale posizione nella scarsella. Questo per far avvolgere il marmoreo Carafa dalla dalle striature luminose date dalle finestre oblique, creando così un’atmosfera sacrale. L’opera è di qualità inferiore rispetto alla rappresentazione del presule genuflesso, un tempo attribuita a Giovan Tommaso Malvito o addirittura a Michelangelo, ma che oggi si propende ad attribuire ad uno scultore romano non precisamente identificabile.

Il Succorpo si presenta in questo modo: un cuore marmoreo della cattedrale napoletana, un cuore sacro e puro, in cui la lo spirito divino sembra sfiorare l’arte dell’uomo. Tale realizzazione è possibile grazie all’utilizzo del materiale antico che prende forma grazie ad un progetto rinacimentale.

Alessia Sicuro



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Laureata in lettere moderne e laureanda alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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