L’antispecismo è a tutti gli effetti un movimento controculturale che ha come fine quello di modificare i valori e i significati sedimentati nel tempo intorno alla vita animale. Quando il veganismo, ovvero la scelta alimentare che intende evitare o limitare il più possibile la produzione di sofferenza nei confronti di tutti gli animali, entra a contatto con la cultura mainstream di tipo specista, esso causa attriti provenienti dalla critica ai valori più diffusi, ai modi di pensare maggiormente consolidati, alle abitudini e alle pratiche quotidiane. Si va perciò a creare una dialettica tra il cambiamento portato dall’antispecismo e la resistenza prodotta dal contesto sociale dominante (attraverso varie strategie tra cui quella conosciuta come veganwashing).

Diventa infatti fondamentale individuare le strategie che configurino la resistenza prodotta dal sistema dominante, in modo da rendersi conto dei meccanismi difensivi che vengono utilizzati dalla classe egemone per contrastare le radicali istanze di cambiamento promosse dall’antispecismo. Per essere precisi, le reazioni che adotta principalmente il sistema specista per difendere lo status quo, sono essenzialmente di due tipi: il “Veganwashing” e la “Vegefobia”. In questo articolo parleremo della straordinaria popolarità di facciata che sta ricevendo il veganismo, per poi parlare in un lavoro separato della marginalizzazione di coloro che adottano questa scelta alimentare. Pertanto, anche se queste due strategie non si escludono tra di loro, ci soffermeremo ad analizzarle in modo separato per praticità analitica.

L’antispecismo, come ideologia contro lo sfruttamento degli animali, comprende diversi aspetti della vita quotidiana dei suoi aderenti, tra cui il consumo di alimenti vegani e prodotti non testati sugli animali. Per addomesticare queste posizioni radicali, il sistema capitalista ha così assorbito l’ideologia antispecista all’interno del mercato dei consumi e della moda. In questo modo, il veganwashing è riuscito a modificare il significato radicale e a disinnescare il potenziale rivoluzionario del veganismo, con il preciso fine di adattarlo ai gusti del consumo di massa e trarne il maggiore profitto possibile. Il veganwashing denota perciò la strategia organizzativa del sistema che esprime, attraverso prodotti e processi, l’apparente rispetto degli ideali vegani, mentre in realtà continuano a prevalere le pratiche tradizionali di sfruttamento animale all’interno della società.

Negli ultimi anni, è di fatto cambiato in modo a dir poco sorprendente il rapporto tra antispecismo e società. Il veganwashing ha permesso ai prodotti di origine vegetale di entrare nella grande distribuzione organizzata in modo tale da creare le premesse per la promozione di nuovi prodotti vegani adatti al consumo di massa. Sempre più spesso sentiamo parlare dell’utilizzo di carne sintetica per creare alimenti che rispettino il benessere degli animali. Il numero di start-up associate alla produzione di carne coltivata si sono di fatto moltiplicate. Da qui ad un prossimo futuro, la produzione di carne sintetica è così destinata a diventare un affare economico dall’entità sempre più consistente.

Tuttavia anche famose multinazionali appartenenti all’industria alimentare tradizionale stanno praticando veganwashing in modo da dare origine a nuove etichette e tenere il passo con la domanda di base. L’azienda francese Danone, per esempio, ha deciso di convertire uno dei suoi grandi stabilimenti francesi a bevande a base vegetale. Tra i nuovi prodotti a base vegetale ci sono anche i Bastoncini Findus, che hanno creato una loro versione composta da fiocchi di riso con l’intenzione di imitare l’originale di merluzzo, ma «senza pesce» , come scritto in evidenza sulla confezione. Anche il marchio americano McDonald’s ha lanciato il “McPlant”, panino costituito con prodotti di origine vegetale creato da Beyond Meat. In ultimo, il Gruppo Felsineo conosciuto a livello nazionale per la produzione di salami e prosciutti, ha investito sulla realizzazione di salumi vegani.

Addirittura la Guinness inizierà a produrre la sua birra in modo che sia compatibile con le esigenze vegane. Dopo due secoli e mezzo, la compagnia irlandese ha smesso di usare le vesciche di pesce per il processo di produzione, che prevede il filtraggio per rimuove le impurità dalla bevanda alcolica. Anche il mondo dell’alta moda ha iniziato il proprio percorso verso la creazione di prodotti più etici e sostenibili. Dopo il suo impegno all’abolizione dell’uso di pellicce animali da ogni suo prodotto, la maison Armani bandirà la lana d’angora, ricavata con metodi crudeli dai conigli d’Angora. Sostanzialmente, più la scelta vegana fa tendenza, più l’offerta adotta la strategia del veganwashing per diversificare i propri prodotti e così riuscire raggiungere le richieste di quanti più consumatori possibile.

In questo modo, l’antispecismo è diventato commerciale, poiché è riuscito a promuove i suoi principi, ma in una forma del tutto inoffensiva per il sistema dominante. Il veganwashing lascia infatti libera scelta all’individuo, ma allo stesso tempo indica come pericolosa e da condannare l’adesione ideologica e l’aggregazione politica. Questa strategia allontana praticamente l’antispecismo da una sua dimensione collettiva, poiché induce le persone a compiere scelte individuali per mettere fine alla sofferenza animale. Il veganwashing presenta quindi lo specismo come un pregiudizio mentale del singolo individuo, che può essere superato attraverso la scelta personale del consumatore, con il fine di omettere il sistema di potere su cui è ideata la società contemporanea.

Dunque, la strategia di comunicazione del sistema, formato da imprese, organizzazioni e istituzioni politiche, è finalizzata a costruire un’immagine ingannevolmente dell’antispecismo e della scelta del veganismo. Lo scopo è quello di neutralizzare la potenziale minaccia e distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dallo sfruttamento e dalla messa a morte dei non umani dovuta alle proprie attività e ai propri prodotti. Capire quindi la strategia di veganwashing significa comprendere gli ideali antispecisti, in modo tale da dissociarsi dai modelli di consumo di un preciso gruppo di attori sociali e dalle opportunità commerciali percepite come problematiche secondo la prospettiva dell’antispecismo.

Gabriele Caruso

Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, nutre un forte interesse verso l'antropologia culturale e la sociologia. I suoi principali temi di indagine sono l'antispecismo e le questioni inerenti all'Irlanda del Nord.

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