Il sindaco di Rione Sanità di Eduardo per la regia di Martone

Napoli. Il sindaco di Rione Sanità di Eduardo De Filippo in scena dal 6 al 18 marzo 2018 al Teatro Bellini per la regia Mario Martone.

Il sindaco del Rione Sanità, lo spettacolo prodotto da Elledieffe con Francesco Di Leva, Giovanni Ludeno, Adriano Pantaleo, Giuseppe Gaudino, Daniela Ioia, Gianni Spezzano, Viviana Cangiano, Salvatore Presutto, Lucienne Perreca, Mimmo Esposito, Morena Di Leva, Ralph P, Armando De Giulio, Daniele Baselice, dopo il debutto dello scorso marzo torna a Napoli per un nuovo successo al Bellini.

È il regista Mario Martone a misurarsi per la prima volta con la drammaturgia eduardiana decostruita dall’interno. Il cast comprende anche attori del Nest “teatro di periferia e sfide” tra cui Francesco Di Leva nel personaggio del boss, già protagonista dell’adattamento teatrale di Gomorra, che bene si presta ad una rilettura contemporanea dell’antropologia criminale.

La clessidra del tempo scorre velocemente sino ai giorni nostri. Il protagonista Antonio Barracano, veste gli abiti di un guappo della sanità. Somiglia a quel prototipo di napoletano medio e verace, colorito e iper-griffato, conforme alle nuove mode mediatiche. Giubbotto di pelle e catena al collo in stile “Co-sang”, esibisce i nomi della prole numerosa tatuati sul corpo. Don Barracano è uno di loro, ne conserva la sistole paternalistica tesa alla conservazione della famiglia e la diastole criminale di chi ha imparato che davanti all’assenza dello Stato, bisogna cercare la giustizia da sé. Dai “quartieri” spuntano fuori personaggi ‘gomorriti’ e nulla sembrano avere a che fare, apparentemente, con la Napoli rappresentata da Eduardo nel Novecento. È la sua evoluzione etnica: le nuove mode, le sonorità rap di poeti urbani, portati in scena da Ralph P, convivono con la canzone neo-melodica.

Veste di modernità la Napoli di Martone, ma la sua reinterpretazione non tradisce lo sguardo vigile e acuto di Eduardo teso a sventrare la realtà.

Il boss trascorre le sue giornate in interminabili udienze nel (dis)crimine, tra il bene e male. Finché gli pare di riconoscersi in uno dei suoi “imputati”. Il giovane Rafiluccio, figlio del ricco panettiere, si presenta insieme alla sua compagna in stato avanzato di gravidanza per comunicare la decisione di compiere il parricidio e liberarsi di colui che lo ha ridotto in povertà. Antonio, nel tentativo di risolvere la controversia familiare, viene ferito mortalmente con un coltello da cucina davanti alla presenza di testimoni, che per timore di essere coinvolti si dileguano.

Il gergo della camorra: il dialetto come codice

Il contrasto tra il dialetto del boss e l’italiano del panettiere e del medico rappresenta la discrasia tra due prospettive antitetiche. La scelta del dialetto come lingua esclusiva da parte del sodalizio criminale ne convalida l’appartenenza identitaria, l’adesione ai valori e dis-valori del sistema. Nella riscrittura Martone mantiene e rafforza l’uso del gergo laddove esso rappresenta un codice di riferimento usato nell’ambito di comunità chiuse. Lo stesso medico ricorda ad Armida di come il marito fosse capace di abbandonare la sua errata idea di giustizia in tribunale e di come sapesse mutare linguaggio insieme al suo pensiero dinanzi all’autorità del giudice, rivolgendosi ad egli con l’epiteto di “illustrissimo”.

L’italiano del medico e del panettiere rompono l’atmosfera di “straniamento” in cui lo spettatore è sospeso demistificando l’apologia criminale di Barracano. È lo straniamento di un popolo che vive il grottesco come normalità. Una visione etnocentrica, di una micro-realtà fitta di paternalismi e autoinganni. L’a-razionalità della legge ad personam che si propone come l’unica possibile, sconfessa l’eroe degradato a mito della menzogna.

Nell’antica “Belisidora“, dove il bene si sovrappone al male, dove l’etica si somma al vizio, c’è chi lotta per salvarsi dall’inferno e se non ha santi in paradiso, si affida ad Antonio Barracano.

La prossemica della scena icastica si carica della simbologia dei cani neri che abbaiano al peccato. Ed anche  Armida, moglie del boss diviene vittima del più feroce dei due “Malavita”, così come è battezzato il fedele mastino. Come sfinge ai lati della scena vegliano sulla casa del camorrista. È la malavita che protegge, ma che non si sfida, la malavita che uccide e il suo morso non risparmia nessuno.

Nella città carnale, “lo spaesamento”, la gestualità parossistica osservata da Sartre nell’atto del padre di famiglia di mordere le natiche della figlioletta come gesto di affetto e protezione, viene replicato nella rilettura contemporanea, nel bacio rude del boss alla piccola erede.

La regia di Martone nonostante la totale trasformazione dell’opera sul piano dei registi formali appare nel contempo una trasposizione fedele sul piano dei contenuti, che lascia spazio a nuove interpretazioni. La drammaturgia di Eduardo è riadattata alla compagine socio-antropologica della Napoli odierna, in cui “tutto cambia perché nulla cambi”. Ne conserva le contraddizioni e il realismo di un eroe vinto, che si mostra in tutta la sua umanità. Nel disvelamento pirandelliano del suo autoinganno, smascherato si riconosce come assassino.

Barracano è sul punto di morte, giunge nella sua casa il testimone dell’aggressione, ma ha scelto di non parlare: “Mi hanno minacciato dice, tengo famiglia”. L’atto di accogliere la sua richiesta, elargire un ultimo saluto rifiutando la stretta di mano del traditore rappresenta nella rielaborazione contemporanea, l’asservimento alla consuetudine mafiosa di tacere e coprire le condotte delittuose, il riconoscimento del silenzio come norma sociale, ma come disvalore sul piano morale.

Nella città dove il bene e il male si confondono, dove i cattivi si travestono da buoni, chi si cela dietro la maschera di Pulcinella?

C’è una donna bruna seduta a terra in un fondo al vicolo. Bella e osannata, come una madonna. Sfruttata, come una prostituta. La gonorrea ne corrode la bellezza. Un’infezione attraversa le arterie della sua città, ne inquina le vene del mare. Il suo aguzzino oggi ha nuovi volti e nuove maschere, ma lo stesso nome. Omertà.

Rosa Auriemma

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui