Il caso Lara Lugli e lo status professionistico per le sportive in Italia
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Il riconoscimento del professionismo sportivo in Italia è una questione piuttosto singolare e alquanto spinosa, poiché è regolato dalla sola legge 91/1981, che lascia libero arbitrio alle singole federazioni sportive sulla scelta di aderire o meno al settore professionistico. Tra le 44 federazioni del nostro paese solo in 4 hanno aderito al professionismo: la FIGC (fino alla Lega Pro), la FederGolf, la FIP (nella sola Serie A) e la FederCiclismo. In questo discorso non sono però in nessun caso incluse le atlete, che vivono da dilettanti a prescindere dalla categoria o dallo sport che praticano, e questo porta a casi assurdi e vergognosi come quello di Lara Lugli. Un pugno nello stomaco per qualunque categoria o sportivo che si rispetti, e di cui vale la pena parlare.

È il 2019, e la schiacciatrice originaria di Carpi riferisce alla sua società, il Volley Pordenone, di essere incinta; dopo pochi giorni la società rescinde il contratto della ragazza per “giusta causa” per comprovata gravidanza. Una pratica che, per quanto sembri barbarica, è tristemente riservata a tutte le atlete in Italia, abbandonate dalle società in caso di gravidanza e costrette talvolta a firmare contratti con clausole che esplicitano la rescissione per questo stesso motivo. Lara Lugli chiese poi alla sua ex società di saldare lo stipendio di febbraio, vedendosi però rifiutata non solo qualcosa che le spettava, ma ritrovandosi anche con una citazione per danni da parte del Pordenone, che dal canto suo reclama di essersi trovato in difficoltà a causa della maternità di Lara Lugli.

Lara Lugli ai tempi del Volley Pordenone
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C’è un problema di fondo nell’intera vicenda della schiacciatrice classe 1980 e, per quanto possa sembrare assurdo, la rescissione a causa della gravidanza e tutto ciò che ne è conseguito è solo una mera conseguenza di qualcosa di più profondo e strutturale. Non è solo una questione di leggi e contratti moralmente sbagliati che portano a risultati ingiusti, ma si tratta di un buco legislativo che scava molto più a fondo e colpisce tutti gli sportivi come Lara Lugli, che non godono di tutele in Italia. La mancanza del riconoscimento dello status professionistico è il vero problema alle radici di questa storia e favorisce disuguaglianze di ogni genere. Nonostante la Serie A Femminile di calcio si sia mossa nella direzione di tutelare la professionalità delle atlete, le altre federazioni fanno tutt’oggi finta di niente, mentre si continuano a firmare contratti senza alcun tipo di tutela.

Che siano pallavoliste, cestiste o sportive di qualunque altro genere, le donne non vengono considerate alla stregua dei professionisti perché giuridicamente non lo sono, e sono ben lontane dal vedersi riconosciuto quello status perché effettivamente pare non importare a nessuno tranne che a loro. Nessuna distinzione di categoria, nessuna differenza tra giocatrici in Nazionale o in B1: il buco legislativo che rimanda alle federazioni la scelta di associarsi o non al professionismo, permette così alla società di fare e disfare delle proprie giocatrici come fossero al comando di un videogioco. L’umiliazione a cui è stata sottoposta Lara Lugli non sarebbe stata possibile negli USA. Nulla di simile è avvenuto, ad esempio, ad Alex Morgan a cui gli Orlando Pride hanno garantito non solo il posto in squadra durante la gravidanza, ma anche l’intero stipendio che le sarebbe spettato durante questi 9 mesi. Purtroppo il caso Morgan non rappresenta la normalità, e le atlete sono continuamente costrette a sottoscrivere clausole che impediscono loro di diventare madri affinché non possano “danneggiare” le società (e che temiamo purtroppo siano anche legittime a norma di legge, nell’ottica del rapporto datore-impiegato).

Alex Morgan in azione con la maglia del Tottenham, dove si è recata per un “mini-prestito” per recuperare la forma subito dopo la gravidanza
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Lara Lugli (e tutte le altre donne del mondo dello sport) non è protetta da associazioni o regolamenti a tutela del suo status di atleta, perché di fatto non è tanto diversa da coloro che si danno al calcetto con gli amici il lunedì sera. Le atlete non hanno diritti, non sono professioniste e per questo sono alla mercé dei presidenti delle squadre, che sono liberi di inserire clausole e di rescindere contratti per qualsivoglia “giusta causa”. Assist, ovvero l’associazione a tutela dei diritti delle atlete, può fare ben poco con le sue sole forze poiché il regolamento non si fonda su null’altro che non sia la legge 91/1981 e, dal momento che federazioni come la FIPAV non sono legate al professionismo, è molto probabile che la storia di Lara Lugli si risolva con qualche stretta di mano o con qualche sentenza moralmente ingiusta. Casi del genere continueranno a susseguirsi, a meno che non si decida con forza di cambiare nel profondo un impianto legislativo vecchio di 40 anni, in un paese che fa fatica ad accettare le donne nello sport, e nel quale lo sport dilettantistico significa spesso ingiustizia e sfruttamento, per le donne e non solo.

Andrea Esposito

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