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Captain Marvel è una figata pazzesca. Forse una delle migliori origin story mai raccontate dalla casa delle idee, al pari di Iron Man 1: equilibrato, lineare, leggero, pregno di trascorsi somministrati allo spettatore attraverso alcuni escamotage scenici mai pesanti.
Il fil rouge di comodo della trama è l’amnesia della protagonista. Lei è adulta cazzuta, potentissima, ma non ricorda chi è, non sa da dove viene, sa solo attraverso alcuni frammenti di ricordo di parteggiare per i guerrieri Kree, impostazione che verrà sconvolta in corso d’opera da diversi twist, telefonati ma mai fastidiosi.


La spalla di Captain Marvel è un poliedrico e sempre in parte Jude Law , che qui assume il ruolo a lui congeniale di maestro (dopo il debutto nel giovane Silente in Animali Fantatici). Un maestro che cerca di limitarla, controllarla, assoggettarla alla propria volontà e a quella di un codice morale prestabilito. Già qui osserviamo una traccia, un’allegoria: il maschio che tende a frenare e controllare la donna “stai composta; fa la brava; trattieniti!” materializzando con quelle parole la gabbia metaforica e sociale che verrà man mano erosa dalla protagonista.

Ma quindi Captain Marvel è un’ode al femminismo? No, o almeno non nel senso pieno del termine. C’è infatti un enorme, abissale, differenza tra Captain Marvel e il suo alter ego DC, Wonder Woman, sebbene entrambe soffrano dello stesso problema: nessuna può essere considerata un simbolo femminista nel senso composito del termine. Wonder Woman parla di una supereroina uterina, specchio del suo tempo, dipinta in modo specificamente femminile nel significato stereotipato e povero del termine (gira in gonnella, ha lineamenti sensuali e delicatissimi, un atteggiamento remissivo) tutti elementi considerati distintivamente femminili sublimati nel prototipo di corpo-modello che la donna dovrebbe avere seconda la pubblicità e la società. Wonder Woman è , insomma, un simbolo femminile ma non femminista.
Captain Marvel, al contrario, è tutt’altro che un simbolo di femminilità, anzi, come supereroe abbraccia un registro interamente maschile fatto di macismo, arroganza, spacconaggine e urli da Tarzan. È la Mulan dei cinecomics, e più che l’affermazione di un essere umano, qui, abbiamo l’affermazione di una donna che si fa uomo. È un film tendenzialmente femminista ma che, appunto, nel rincorrere gli attributi desiderabili maschili perde la sua specificità.

Inoltre, dato che ci piacciono i riferimenti, Captain Marvel è anche un po’ il One Punch Man americano. Lei è una supereroina per sottrazione, lo spettatore sa – e lei stessa sa di essere – la più forte degli eroi e dei cattivoni incontrati fino ad ora nel Marvel Cinematic Universe. La ragazza si trattiene per dare un senso alla trama e, più che vedere le sue qualità, si concentrerà sulla ricomposizione del suo passato.

La cosa che impressiona di Captain Marvel, comunque, è la sua credibilità. Lo scenario galattico introdotto in questa Fase 3 dai Marvel Studios, permette infatti di non far apparire come ridicoli certi cliché del genere supereoristico: l’uomo o la donna in tuta sgargiante, la retorica improbabile, ampollosa e disossata che si legano al classico humor Marvel ormai riconoscibile e mai fuori luogo (forse solo per Doctor Strange, va’). In questo modo è concesso allo spettatore di riprovare quel nostalgico sense of wonder infantile. Captain Marvel è, coerentemente al suo stile, un ritorno al sogno, alla favola moderna, che in quelle ore concede allo spettatore di fuggire dalla morsa della realtà.

Ma la vera domanda è: Com’è Brie Larson nel ruolo di Captain Marvel?

Bellissima, credibile, perfetta. La vera supereroina dei nostri tempi, ci sbilanciamo e, qualora dovessere proseguire una lunga e fruttuosa tradizione di film sul personaggio, probabilmente verrà ricordata iconicamente come il Superman di Cristopher Reeve.

È inoltre un film ideologicamente americano, fino al midollo. La storia Skrull-Kree pare una storia semplice di due razze aliene che si danno le mazzate, in realtà è una storia artisticamente stratificata, densa di significati e riferimenti: dalla Seconda guerra mondiale al conflitto arabo-israeliano, passando per la fondazione dello Stato ebraico. Un film che rappresenta più di ciò che dice a parole nonostante le parole siano tante, superficiali, ma sempre in linea col tono generale del film. Un film che come altri cinecomic di questo periodo (Venom su tutti) più va avanti più diventa leggero cercando a tutti i costi la risata nello spettatore, ma in Captain Marvel, rispetto al simbionte, lo si fa in maniera disimpegnata, serena, con Samuel L. Jackson imbrigliato nel ruolo inedito di comic relief e spalla di un buddy movie.

Captain Marvel non sarà un film perfetto, ma è iconicamente perfetto.
E quindi quando i titoli di coda appaiono l’unica domanda (e risposta) che pare legittimo farsi è:
È un uccello? Un aereo? No, è Captain Marvel.

Enrico Ciccarelli

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