Elezioni in Spagna
Fonte immagine: valigiablu.it

«Siamo dove eravamo». Così si apre l’editoriale del quotidiano spagnolo La Vanguardia nella giornata seguente alle elezioni generali in Spagna del 10 novembre, le quarte in quattro anni, che, ancora una volta, hanno decretato la vittoria dei socialisti.

Il partito di Sánchez (PSOE) si conferma la prima forza in Parlamento, con 120 deputati. In crescita i popolari (PP) di Pablo Casado, che ottengono 89 seggi (23 in più rispetto alle elezioni dello scorso aprile). Anche se il vero trionfatore di questa nuova corsa elettorale sembra essere la destra di Santiago Abascal, che in sette mesi è stato in grado di portare il suo partito (Vox) da 0 a 52 deputati, diventando la terza forza della Spagna. E se la sinistra di Pablo Iglesias (Podemos) deve far fronte a un leggero, seppur considerevole, ridimensionamento, passando da 42 a 35 deputati, è la formazione arancione di Albert Rivera (Ciudadanos) ad essere in caduta libera, trovandosi con 47 seggi in meno rispetto ad aprile.

Un ennesimo ristagno politico, ma con nuovi equilibri

Nell’ottica dei blocchi sembra che la sinistra abbia dato una boccata d’aria alla destra, anche se forse inutilmente, visto il disastroso risultato di Ciudadanos, il partito di centro-destra che sarebbe potuto andare incontro a delle possibili negoziazioni con Sánchez, almeno a detta dei meno estremisti. Il banco politico della Spagna rimane così nettamente diviso, ma quel che è certo è che le elezioni del 10-N, pur conclusesi con una situazione incerta, hanno avuto delle conseguenze importanti su ciascun partito e sull’equilibrio delle forze del relativo blocco di appartenenza.

Sebbene sia arrivato primo, il PSOE ha ben poco da festeggiare: con il ritorno alle urne Sánchez sperava di giocare un ruolo decisivo, con un risultato migliore rispetto allo scorso aprile. Obiettivo fallito. Nonostante molti elettori gli abbiano rinnovato la fiducia, il PSOE perde la scommessa di ottenere la maggioranza assoluta e si trova costretto a patteggiare con altre forze politiche, anche giungendo a compromessi.

Dal canto suo, il PP ha approfittato della ripetizione delle elezioni per un moderato recupero. Pablo Casado non può certo dichiararsi vincitore, né rivendicare il proprio diritto di guidare il nuovo governo. Ma di fronte alla capitolazione di Ciudadanos e alla netta distanza con Vox, torna a essere il leader dell’opposizione, principale alternativa a Pedro Sánchez e, di conseguenza, figura decisiva per lo sblocco della situazione politica.

Podemos deve fare i conti con il peggior risultato elettorale dal 2014, anno della sua fondazione. La scissione della piattaforma Más País, fondata da Íñigo Errejón per colmare l’insoddisfazione degli elettori del centro-sinistra in seguito al fallimento di una possibile coalizione con tra Podemos e PSOE, ha senza dubbio contribuito all’esito amaro della formazione viola, costretta ad accettare il calo a quinta forza della Spagna

Gli effetti delle elezioni in Spagna: il crollo di Ciudadanos

In poco meno di sei mesi, Ciudadanos ha visto svanire il capitale politico che aveva conquistato ad aprile, quando era diventato il terzo partito della Spagna, sfiorando il sorpasso al Partido Popular. Nelle elezioni del 10-N, la formazione arancione è stata vittima di un naufragio, che ha avuto come conseguenza diretta la dimissione del suo leader Albert Rivera, dopo 13 anni di direzione. «La vita va molto più in là della politica» dichiarò Rivera, promettendo di impegnarsi ad essere «miglior padre, miglior figlio, miglior partner e miglior amico». Durante il suo discorso di congedo, riconobbe i propri errori e i propri successi, manifestando preoccupazione per le sorti del divenire del paese. «Se per vincere devi dividere un Paese, finirai con l’avere un Paese ingovernabile», concluse il dirigente, citando Barack Obama in una riflessione generale, senza rivolgersi a uno specifico destinatario.

Albert Rivera, ex leader di Ciudadanos
© RTVE

Al tracollo di Ciudadanos hanno concorso una serie di cause. In primo luogo, in un paese come la Spagna, storicamente dominato dal bipartitismo, con una destra e una sinistra di forte identità, è difficile essere un partito di centro. D’altra parte, l’eccessiva ambizione di Rivera ha condotto a una serie di errori di calcolo compromettenti, tra cui spicca un imperterrito rifiuto di fronte alla possibilità di giungere a un accordo con i socialisti.  L’elettorato che ad aprile aveva riposto la propria fiducia nelle mani di Ciudadanos si aspettava probabilmente di vedere un Rivera disposto a tutto pur di arrivare alla guida dell’esecutivo. Evidentemente la sua ambizione ha avuto la meglio, deludendo le aspirazioni degli elettori più moderati, che hanno optato per il cambio di bandiera.

Nel frattempo, il segretario del partito José Manuel Villegas ha dichiarato che il nuovo leader della formazione arancione sarà eletto intorno alla metà di marzo, in quanto lo statuto del partito stabilisce che le elezioni primarie devono celebrarsi almeno a quattro mesi di distanza dall’ultima convocazione elettorale. Di conseguenza, Ciudadanos proseguirà senza un dirigente definitivo fino alla prossima primavera. E per quanto riguarda il probabile successore, gli occhi sono puntati sulla deputata Inés Arrimadas.

L’ascesa di Vox

Con l’appoggio di oltre 3 milioni e mezzo di voti, superando sia Ciudadanos che Podemos, la nuova formazione verde di Santiago Abascal esce dalle ultime elezioni più vincente che mai. A favorire la crescita esponenziale di Vox è stato un elettorato prevalentemente giovane e di sesso maschile, preoccupato per la sicurezza alle frontiere, in particolare di Ceuta e Melilla, enclave spagnole in territorio marocchino: non è un caso che Vox sia la prima forza proprio a Ceuta. 

Oltre alla lotta all’immigrazione, un altro cavallo di battaglia dei verdi è l’opposizione al femminismo e, in generale, alle norme che sostengono i diritti delle donne: l’abolizione della legge regionale sulla violenza di genere era una delle condizioni poste da Abascal in Andalusia per un possibile accordo con Pablo Casado.

Un altro asso nella manica che Vox sfrutta a suo vantaggio per far leva sull’elettorato più sovranista della Spagna è una strenua difesa dell’unità nazionale spagnola di fronte al separatismo catalano, nei confronti del quale ribadisce la necessità di usare il pugno di ferro. La crisi catalana e l’instabilità politica hanno certamente giovato all’ascesa di Vox, configurandosi come una nuova scommessa per il futuro in seguito a una stagione politica di profonda incertezza. «Per molti spagnoli Vox è il partito che offre chiarezza e certezze in un momento di profonda inquietudine – ha dichiarato Abascal in un’intervista a El Mundo –  Prima il nostro messaggio veniva distorto dagli altri partiti e da gran parte dei mezzi di comunicazione, ora Vox arriva direttamente dal Congresso e dai social. Ciò ha contribuito alla sua normalizzazione agli occhi di molta gente».

Questo atteggiamento reazionario che si mescola a un’aberrante nostalgia del passato è un chiaro sintomo di una cattiva gestione delle questioni pubbliche di punta da parte della classe politica precedente.

E adesso cosa succede? I possibili scenari dopo le elezioni in Spagna

In Spagna i seggi richiesti per la maggioranza sono 176 e il PSOE ne ha solamente 120. Per sbloccare la situazione politica in seguito alle elezioni del 10-N, Sánchez è dunque costretto a convocare al tavolo delle trattative i leader degli altri partiti, senza però dimenticare quello che è accaduto da aprile, puntualizza. «Sonderemo le varie opinioni. Prenderemo nota delle esperienze vissute» ha dichiarato José Luis Ábalos, attuale Ministro dello Sviluppo.

Lo scenario più probabile prevede l’appoggio della sinistra attraverso un patto con Pablo Iglesias. Le negoziazioni sono ancora in corso, anche se pare che i due leader siano arrivati a un accordo per formare un “Governo di coalizione progressista”, con Iglesias al suo interno. Il leader di Podemos esige un patto senza veti e il ritorno alle urne sembra aver convinto Sánchez ad accettare le sue condizioni.

Elezioni, Spagna
A destra Pedro Sánchez (PSOE) e a sinistra Pablo Iglesias (Podemos)
© El País

La coalizione tra PSOE e Podemos, per un totale di 155 deputati, è però ancora lontana dalla maggioranza assoluta. Per garantire l’avvio dell’investitura, Sánchez sta cercando l’appoggio degli indipendentisti catalani, in concreto di Esquerra Republicana e Junts per Cataluña, che insieme sommano 21 deputati, appena sufficienti per arrivare alla maggioranza di 176. Condizione posta dagli indipendentisti è un comunicato per iscritto, firmato dallo stesso Sánchez, che metta nero su bianco i meccanismi necessari per intraprendere un dialogo politico sulla situazione catalana. Per attirarsi le simpatie degli indipendentisti, Sánchez continua a far leva sull’atteggiamento di apertura dimostrato dalla sinistra, insistendo sul fatto che sempre difenderà il dialogo nel rispetto della Costituzione.

In caso di mancato accordo tra la sinistra e gli indipendentisti, sorge un’altra opzione: l’astensione di Ciudadanos (10) e di altri partiti minori, come il Partito Nazionalista Vasco (6), Euskal Herria Bildu (5), Más País (3), il Partito Regionalista di Cantabria (1), Navarra Suma (2) il Blocco Nazionalista Galiziano (1), Teruel Existe (1).

Sembra improbabile invece l’astensione del Partido Popular, rivale storico dei socialisti, anche se di fronte all’imminente accordo tra Sánchez e Iglesias, alcuni dirigenti popolari stanno dibattendo sulla possibilità di offrire al PSOE l’appoggio all’investitura, a condizione che rompa l’accordo con Podemos.

La situazione attuale è la seguente: il PSOE e Podemos stanno chiudendo le trattative, per una somma di 155 deputati, a cui dovrebbero aggiungersi il Partido Nazionalista Vasco (6), Más País (3), ed Esquerra Republicana (13), per un totale di 177 deputati, più che sufficienti per dare l’avvio all’investitura. Ma tutto può ancora essere messo in discussione.

Matteo Allievi

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