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Fonte: Reuters

Nell’ultimo anno, l’universo della protesta in Francia si è enormemente variegato: per le sue riforme, attuate o solo proposte, il presidente Emmanuel Macron si è attratto le ire, in ordine cronologico, dei gilet gialli, degli agricoltori (in francese, paysans) e dell’intero sistema produttivo nazionale. In questo modo, dall’autunno del 2018 è stata di fatto censurata la maggior parte delle scelte di politica economica e in particolare l’aumento del prezzo dei carburanti, la gestione del settore agricolo e, proprio in questi giorni, della riforma delle pensioni.

Certo, da uno dei Paesi europei a più alto tasso di partecipazione democratica c’era da aspettarselo: la reazione delle piazze è stata necessaria perché, nonostante la preponderanza internazionale che, in particolare negli ultimi mesi, Macron si è impegnato a procurare a Parigi, in realtà la situazione socioeconomica interna non è per nulla solida. Anzi, come dimostrano proprio i gilet gialli, i paysans e gli scioperanti per le pensioni, il sistema-Francia appare in estrema difficoltà.

Gilet gialli, paysans e pensioni: alla ricerca di una matrice comune

Purtroppo, al di là delle apparenze non è semplice individuare una matrice comune delle gravi istanze emerse nell’ultimo anno. Non si può infatti comprendere la difficile situazione transalpina partendo dalla fine, vale a dire dalle proteste contro la riforma delle pensioni che hanno paralizzato la Francia per giorni: in effetti, ognuna delle rivendicazioni, da quelle dei gilet gialli (particolarmente onnicomprensive e complesse) a quelle degli agricoltori, fino a quelle dei manifestanti contro la riforma delle pensioni, parte da un presupposto diverso. Ognuno di questi gruppi, infatti, ha messo a nudo una certa e specifica criticità del sistema.

Si prenda ad esempio la questione delle pensioni: la stampa interna e internazionale ha provato a identificare nella categoria dei ferrotranvieri lo zoccolo duro della protesta contro la riforma di Macron, che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile e la maggiore centralizzazione dei trattamenti previdenziali. Tuttavia, questo inquadramento è risultato miope: se è vero che lo sciopero a oltranza è stato particolarmente avvertito proprio a causa dei blocchi di mezzi pubblici e metropolitane, le categorie che sono scese in piazza per difendere i propri privilegi, all’interno di uno dei sistemi pensionistici più vantaggiosi e remunerativi in Europa, sono state molte di più.

Si pensi ora che, tra i settori sociali interessati dalla protesta sulle pensioni, i paysans, che avevano invece paralizzato Parigi nella seconda metà di novembre, hanno avuto un ruolo molto più marginale. I trattori scesi al fianco delle lotte in tema previdenziale sono stati meno del previsto: può darsi che il motivo sia che gli agricoltori, in Francia, all’età della pensione spesso non ci arrivano proprio.

Il dramma dei paysans e le interazioni con le altre proteste

In effetti, secondo alcuni, agghiaccianti studi, in Francia i paysans tendono a suicidarsi spesso prima di arrivare all’età pensionabile. Diverse indagini hanno sottolineato come l’emarginazione sociale della categoria, sempre più isolata dalle grandi città, ormai unici centri di servizi e di movimento economico, nonché la perdurante difficoltà nel competere sui mercati mondiali e i risicati profitti per i coltivatori diretti che si rapportano con la grande distribuzione (soprattutto a causa della penetrazione sul mercato francese di prodotti agricoli extraeuropei a basso costo), hanno finito per strozzare il settore.

Il costo finanziario e umano della globalizzazione, in cui, secondo alcuni, ha avuto un peso decisivo anche la politica ultraliberista dell’Unione Europea (al cui interno, si ricorderà, la competizione con l’Italia è sempre stata molto forte nel settore) ha finito per riversarsi tutto proprio sulle spalle dei paysans: i livelli di indebitamento con le banche in molti casi sono diventati, per gli agricoltori, difficili da sostenere, portandone diversi al fallimento e all’indigenza.

Perciò, è evidente come la protesta dei trattori andata in scena sugli Champs-Élysées, per sollecitare il governo Macron ad adottare provvedimenti per il settore, nonché a ritirare alcune iniziative (come la messa al bando dell’uso di certi pesticidi in ottica ambientalista, un provvedimento che però metterebbe ulteriormente in crisi la produzione di un settore già provato) avesse poco a che fare con le pensioni e molto con problemi da risolvere nel breve periodo. A ulteriore riprova del fatto che le due rivendicazioni in realtà sono rimaste per lo più separate c’è stato anche il dato incerto sugli effettivi partecipanti, tra i paysans, alle manifestazioni di questi giorni contro la riforma del sistema previdenziale.

In alcune regioni, infatti, pare che il settore primario abbia preso parte alla protesta sulle pensioni, almeno attraverso alcune sigle rappresentative; secondo altre fonti, invece, tale partecipazione sarebbe stata minima. Ciò, nonostante alla vigilia del primo grande evento detonatore delle manifestazioni contro la riforma previdenziale, quello di giovedì 5 dicembre, esponenti della grande Confédération paysanne avessero messo in evidenza come, attualmente, le pensioni degli agricoltori siano tra le più basse in Francia: sarebbe stato dunque importante, secondo i sindacalisti, mettere da parte interessi corporativi allo scopo di unirsi alle rivendicazioni degli altri settori.

I gilet gialli e le manifestazioni sulle pensioni

Chi invece non è rimasto sicuramente a guardare, ma pare si sia unito con decisione agli scioperi per le pensioni sono gli ormai strutturati gilet gialli. In effetti, la presenza nelle strade delle città francesi degli esponenti del movimento nato un anno fa è stata ampiamente documentata. Il problema, con i gilet gialli, è però sempre lo stesso: il loro difficile inquadramento ideologico e la scarsa prevedibilità delle loro azioni.

Non si tratta, infatti, di una rappresentanza di una categoria professionale, come invece nel caso dei paysans: l’anima dei gilet gialli è decisamente trasversale. Proprio l’eccessiva commistione di apporti diversi, da destra a sinistra, oltre all’impiego più spregiudicato di tecniche di protesta tendenti allo scontro fisico con la polizia, che già alle urne per le elezioni europee di inizio anno sono costati al movimento un vero e proprio flop, è stata anche alla base della difficile interpretazione del ruolo degli stessi gilet gialli all’interno dei movimenti di protesta per le pensioni di dicembre.

La portata onnicomprensiva della rivendicazione pensionistica ha consentito a una parte dei gilet gialli di far sentire la sua presenza, senza però monopolizzare la scena. La partecipazione delle pettorine gialle, a causa anche delle degenerazioni violente che hanno imposto in alcuni casi, è stata temuta, più che attesa con curiosità. Del resto, qualche scontro, ormai di routine, tra i gilet gialli e le forze dell’ordine non è passato inosservato, non solo in Francia.

Anzi, sul piano diplomatico gli avversari di Macron hanno furbescamente usato le (poche) degenerazioni violente degli scioperi per metterne in crisi la credibilità personale e quella delle critiche che il Presidente francese aveva rivolto recentemente nei confronti dei leader di alcuni Paesi, in particolare la Turchia e la Russia.

La protesta sociale e Macron in difficoltà

Strappano un sorriso le domande provocatorie di Erdogan a Macron, sul perché non riesca a reprimere con efficacia i gilet gialli, che secondo il Presidente turco creano tanti problemi sul piano dell’ordine pubblico anche all’interno di eventi tutto sommato pacifici come gli scioperi per le pensioni. Allo stesso modo, Putin non si è lasciato scappare l’occasione di rimbrottare Macron sulle modalità repressive di alcune intemperanze nei cortei, giudicate troppo dure e colpevoli, secondo Mosca, di aver messo in pericolo anche alcuni giornalisti russi.

Le sfumature internazionali, per quanto ridanciane (da quali pulpiti vengono le prediche su modi e bersagli della repressione), hanno però messo a nudo l’estrema difficoltà in cui si trova Macron di fronte al suo Paese che, sotto più aspetti, rivela un’ansia per il futuro e un’incertezza sul presente difficili da rimuovere con estemporanee promesse e proposte di conciliazione, come quelle pur annunciate dai ministri francesi competenti.

Gilet gialli, paysans e manifestanti per le pensioni incarnano, ognuno per aspetti diversi e in modo soltanto marginalmente incrociato, i volti dell’insoddisfazione generalizzata, dell’emarginazione e dell’incapacità di fronteggiare le sfide della crisi economica, della globalizzazione e della riconversione ecologica, nonché l’inadeguatezza a comprendere che, in un mondo e un sistema del capitale globale che cambia (in peggio), non è possibile, a parità di condizioni rispetto al passato, godere degli stessi insostenibili privilegi in termini di welfare e assistenzialismo.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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