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Il Fronte Polisario di Brahim Ghali è un movimento politico costituitosi ai fini dell’autodeterminazione del Sahara Occidentale, territorio attualmente prigioniero dell’occupazione militare marocchina dove vive il popolo saharawi.

Sahara Occidentale, ovvero lo sgabuzzino del Marocco, con tanto di scheletri e fantasmi, da tenere docile e possibilmente senza voce o clamore mediatico, perché dar voce alle richieste di indipendenza significa rinunciare alla mole di risorse economiche che il Marocco sta sfruttando illegalmente. Petrolio, fosfati, pesca sono il baluardo dell’economia marocchina: l’80% del PIL marocchino deriva infatti dallo sfruttamento di risorse nel Sahara Occidentale sottratte al popolo saharawi.

Il Fronte Polisario è un movimento politico di ispirazione socialista, con una storia lunga e ardua. Nacque nel 1973, quando i fremiti colonialisti spagnoli erano già giunti fino in Marocco e in Sahara Occidentale, depredando e portando a casa tutto ciò che si poteva e non si poteva, compresi gli schiavi africani per il florido commercio. Nel mezzo, però, c’era il popolo saharawi, un popolo sostanzialmente nomade e arabo-tribale che si stanziò nel Sahara Occidentale, a nord della Mauritania e a Sud del Marocco.

Il popolo saharawi cercò di fronteggiare prima l’occupazione spagnola, poi quella marocchina alla quale è tutt’oggi annesso il 70% del suo territorio che cade sotto l’egemonia dell’occupazione militare.


Autonomia o non autonomia del Sahara Occidentale: è questo il problema.

Il problema del Marocco e delle potenze europee (in seguito vedremo il perché), ma non certo del popolo saharawi le cui intenzioni di formare uno Stato indipendente sono chiare dal 1966.

Vogliono l’indipendenza di un territorio che storicamente è casa loro e l’hanno palesato a gran voce nel 1975, nel 1976 (con l’istituzione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, nota come RASD), nel 1988, nel 1991 in cui si parlò di referendum per l’autodeterminazione previsto per il 1992 e invece siamo nel 2019 e ancora non si vede ombra di data per un referendum che lasci scegliere il popolo saharawi.

Un loro diritto, ma è da tempo che i diritti umani muoiono a causa della sordità. Malattia congenita o ereditaria di chi predilige gli interessi economici a discapito dei poveri di turno.

Nel frattempo il popolo saharawi non è rimasto a guardare la tragedia sugli spalti dell’auditorium, ma grazie anche e soprattutto alla tenacia delle donne si è strutturato in organizzazioni e comitati di lotta come il Fronte Polisario. Le donne sono le vere combattenti superstiti, perché tanti uomini sono morti sulle barricate o fatti prigionieri politici, tutt’oggi in attesa di sentenza.

Ricordiamo ad esempio Ahmed Sbaai, il quale si è macchiato della colpa di aderire al Fronte Polisario, organizzazione che la Corte di Rabat ritiene illegale e per questo è stato condannato all’ergastolo.

C’è anche Laaroussi Abdeljalil in prigione, 39 anni, saharawi, condannato ugualmente all’ergastolo per aver partecipato alla formazione del Comitato di Dialogo tra Marocco e Sahara Occidentale. Mentre aspettava la sentenza ha trascorso cinque giorni in carcere nudo, bendato, ammanettato e torturato con l’elettroshock. Molti militanti sono ancora privati della libertà personale nelle carceri di Rabat, sequestri che assomigliano più a rendition americane che a processi penali.

Il Marocco conosce bene il potenziale eversivo del Fronte Polisario, per questo ha fatto erigere il Berm. Il Berm, battezzato “ muro della vergogna”, è un muro che fa invidia a quello di Trump tra Messico e USA.

Il Berm si snoda al confine con il Sahara Occidentale per circa 2000 chilometri. Una fortezza fatta di calce, mattoni e 10 milioni di mine antiuomo sparse ovunque.

Dopo le mutilazioni subite da chiunque capitasse in questo territorio minato, è stato bonificato in parte, ma le mine continuano a far saltare arti di malcapitati in quanto non si sa dove siano esattamente e se ce ne siano altre. Volontari recatisi al berm hanno testimoniato che molte mine disinnescate hanno il marchio made in Italy.

Da una parte del muro le vedette marocchine super armate e dall’altra parte del filo spinato nel bel mezzo del deserto centosessantamila saharawi che vivono in case di mattone, tende e sopportano gli sbalzi climatici delle temperature gelide d’inverno ed eccessivamente calde d’estate.

Nelle sterminate distese di sabbia, vento e vita, il popolo saharawi ha l’unica colpa di essersi stanziato sul Wadi al-dhahab , ovvero il “fiume dell’oro”. Un territorio fertilissimo di miniere di fosfati, il Marocco ne esporta 3 mila tonnellate all’anno e così riesce a raggiungere un equilibrio economico e rientrare nei bilanci con il Prodotto Interno Lordo.

Inoltre le coste del Sahara Occidentale sono pescosissime, per questo il Marocco non trova difficoltà a stabilire contratti commerciali con partner europei.

Nel 2014 infatti Bruxelles stipulò con Rabat un protocollo di pesca che aprì alle navi europee non solo le coste marocchine, ma anche quelle del Sahara Occidentale promettendo favori finanziari al Marocco e violando la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 27 febbraio 2018.

Nel contratto si aprono le coste del popolo saharawi, senza (nemmeno a dirlo) sentire il parere degli abitanti.

Chi è il nemico del Fronte Polisario?

La questione non si riduce a semplice faida/capriccio tra Fronte Polisario e Marocco, perché a muovere i fili dietro le quinte ci sono anche le grandi potenze europee. Gli Stati europei a parole riconoscono le violazioni d’intrusioni marocchine subite dai saharawi partecipando alla tavolata del quanrantatreesimo Eucoco per dire no a persecuzioni e colonialismi, nei fatti ne traggono vantaggi immensi.

La Francia, ad esempio, non potrebbe gioire per il referendum sull’indipendenza, giacchè è una dei principali partner commerciali del Marocco. La Total  (azienda francese per la distribuzione di carburante) si rifornisce del petrolio sahariano,  intrattenendo ottimi rapporti con Afriquia altra azienda petrolifera il cui proprietario è Aziz Ak hannouch, ministro marocchino e uomo più ricco del Marocco.

Insomma la Francia è una grande amica del Marocco, tant’è che basta una lettera di re Mohammed VI per far rimuovere dal museo Kandisky di Parigi il libro Necessità dei volti, opera che tratta l’invasione marocchina dell’ex Sahara spagnolo. Una lettera in amicizia, s’intende.

Il Marocco ha concesso licenze di sfruttamento di risorse situate nel Sahara Occidentale anche all’Irlanda (in specie alla società San Leon Morocco Ltd), al Regno Unito (Longreach Oil and Gas Ventures). Inutile dire che questi contratti di collaborazione euro-marocchini violano numerose leggi internazionali.

I capitali delle aziende e i conti in banca degli imprenditori lievitano, ma i campi profughi e la disoccupazione dei saharawi restano.

Nel 2019 si prospetta uno spiraglio di accordo tra Fronte Polisario e Marocco.

Successivamente alla Conferenza di Ginevra è tornato sul tavolo il negoziato tra Fronte Polisario e Marocco. Secondo quanto riportato dal giornale arabo Al Jazeera, l’inviato delle Nazioni Unite Koehler ha affermato che un altro giro di negoziati si svolgerà nel primo trimestre del 2019: «Dalle nostre discussioni si evince che è nell’interesse di tutti risolvere questo conflitto» .

Nel frattempo, dietro il muro, il popolo saharawi continua a lottare contro lo status quo e contro l’analfabetismo. Durante la colonizzazione spagnola il 95% della popolazione era analfabeta, oggi il 90% sa leggere e scrivere. Altro che armi, i saharawi si preparano all’indipendenza con libri, studio e cultura.

Melissa Aleida

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Melissa Aleida
Attivista. Antifascista. Studentessa di giurisprudenza. Presidentessa dell'Associazione "Omnia". Credo che l'attivismo socio-politico, in specie l'interesse verso questioni collettive, sia l'unico modo per ricercare la giustizia laddove regnano soprusi, sia anche uno dei tanti modi per onorare la libertà: la lotta per ciò è continua e inarrestabile.