I Wakasighau senza casa, orfani di un colonialismo spietato
Kasighau. Fonte: https://standfortrees.org/protect-a-forest/kasigau/

Nonostante il processo di decolonizzazione sia stato avviato in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, gli effetti del colonialismo continuano ad avere un forte impatto sulla vita di molte popolazioni nel continente africano.
La storia dei Wakasighau può costituire un esempio: popolazione originaria della regione Kasighau (situata nel Kenya), vive ancora in una situazione critica che affonda le sue radici nel periodo coloniale. La comunità ha subito l’espropriazione della terra seguita dall’esilio in territori ostili. A causa dell’eredità coloniale, le popolazioni in Kenya continuano ad affrontare i conflitti legati alla proprietà della terra.

La tragedia dei Wakasighau ha avuto inizio nell’agosto del 1915: era scoppiata la Prima Guerra Mondiale e questo voleva dire che anche le popolazioni colonizzate sarebbero state costrette a subire la violenza e le atrocità del conflitto. Il Kenya all’epoca era una colonia britannica e la collettività venne ingiustamente coinvolta nelle ostilità tra gli inglesi e i tedeschi. Infatti, il Paese è vicino alla Tanzania (che in passato si chiamava Tanganica), la quale era sotto al dominio coloniale tedesco. Dopo un’incursione notturna da parte dei soldati tedeschi in un accampamento britannico di Kasighau, gli inglesi decisero di punire i Wakasighau, convinti di essere stati traditi da questi ultimi.

L’esilio dei Wakasighau

Dopo l’incursione nella guarnigione inglese, i tedeschi riferirono tramite una lettera ai loro rivali che la popolazione locale li aveva traditi volontariamente. Per questo motivo gli inglesi decisero di vendicarsi sulla collettività. Jonathan Mwalimu Mshiri – insegnante in pensione residente nel villaggio di Rukanga a Kasighau e intervistato da l’Internazionale Progressista – ha raccontato quanto tramandato nel corso degli anni.

Due abitanti del posto, inconsapevolmente, avevano fornito delle informazioni ad alcuni tedeschi che erano in missione di spionaggio, spiegando loro dove fosse l’accampamento inglese. «Due persone stavano raccogliendo miele nella boscaglia e i soldati vennero a interrogarli» ha affermato. I soldati tedeschi volevano sapere dove si trovassero i “wazungu”. Il termine, di origine Bantu, può essere tradotto con “vagabondo”: inizialmente veniva utilizzato in riferimento agli spiriti ma, a partire dal XVIII secolo, ha cominciato ad essere usato per riferirsi agli occidentali. Questa parola viene usata in Kenya e in altri paesi di lingua prevalentemente swahili (come Tanzania, Malawi, Burundi, Uganda e Ruanda).

«Hanno utilizzato il termine ‘wazungu’ e non britannico, così Kinona e Mwashutu pensarono che questi bianchi fossero solo amici di compagni bianchi» ha proseguito Mwalimu Mshiri. In questo modo, i tedeschi raggiunsero la guarnigione britannica di Jora, nel Kasighau: l’accampamento venne distrutto con un massacro e 38 soldati britannici, tra cui il capitano, vennero imprigionati. Gli inglesi, per questo motivo, decisero di esiliare la popolazione di Kasighau a Malindi. I soldati rasero al suolo i cinque villaggi della regione (Jora, Kiteghe, Makwasinyi, Bungule e Rukanga) e, successivamente, riunirono la collettività in un unico luogo centrale.

Gli inglesi speravano in questo modo di ricevere delle informazioni da parte dei locali relative a dove si trovassero i tedeschi, nella vicina Tanganica. Con questo obiettivo, sottoposero i membri della comunità anche a diverse torture. I Wakasighau furono costretti a marciare per circa 35 chilometri fino a Maungu Township, dove vennero ammassati nei vagoni che li portarono a Malindi. Lì, la popolazione Giriama venne avvisata dagli inglesi, i quali riferirono che i Wakasighau erano cannibali. A causa di questa falsità, molti Wakasighau persero la vita, dopo che “i nuovi padroni” – come spiegato da Mwalimu Mshiri – misero del veleno nelle pozze d’acqua. L’esilio punitivo era una soluzione adottata dai Paesi colonialisti per poter sottomettere i locali, appropriandosi delle loro terre e confinandoli in territori avversi.

Gli inglesi consentirono ai Wakasighau di tornare nelle proprie terre solo nel 1936, dopo che l’esilio della comunità attirò l’attenzione pubblica, scatenando diverse critiche – in particolare dalle organizzazioni della chiesa. Una volta tornati a casa, i popoli di Kasighau scoprirono che era rimasto ben poco della loro terra: i coloni aveva trasformato l’area intorno alla collina Kasighau in un blocco dedicato alla caccia, chiamato “66A”. La comunità venne confinata in un blocco di 10 km2 intorno alla collina. Quest’ultimo era soprannominato “Trust Land”, mentre il territorio circostante era “Crown Land”.

Nel 1963 il Kenya ottenne finalmente l’indipendenza dai coloni inglesi: questo non segnò, però, la fine delle sofferenze della popolazione. La “Crown Land” venne annessa allo Stato ma una parte della terra restante andò in mano agli ex soldati britannici della Seconda Guerra Mondiale, che la divisero in allevamenti: al loro interno, si trovano depositi di minerali e pietre preziose, fonte di scontri tra i giovani locali e gli investitori.

La situazione attuale: la lotta delle nuove generazioni

Il Kenya è caratterizzato da una forte carenza di titoli di proprietà per la maggioranza della popolazione. Per questo motivo, le nuove generazioni hanno deciso di lottare per i propri diritti. Lo Stato e i leader politici, infatti, non hanno dimostrato di essere in grado di sostenere la comunità. Nel 2019, un gruppo di giovani di Kasighau si è recato in una miniera contesa nel Kasighau Ranch con l’intenzione di prendere ciò che, secondo loro, dovrebbe già essere di loro proprietà. I giovani si sono messi al lavoro pur senza avere l’attrezzatura adeguata per le operazioni minerarie: con zappe, picconi e valanghe hanno iniziato a scavare.

La questione della terra continua ad essere centrale nel Kenya: vista l’assenza di un intervento da parte del governo, i giovani che sentono di non avere abbastanza opportunità hanno deciso di organizzarsi per «riscattare le terre perdute, terre ricche di risorse minerarie» come affermato da Elija Mademu, uno dei leader all’interno del gruppo di giovani. La terra, come l’acqua, è fondamentale per la vita e le attività della collettività, che si domanda per quale motivo non le venga data la priorità nel processo di distribuzione dei titoli di proprietà.

Cindy Delfini

Classe '97, Milano. Studio scienze Politiche, Economiche e Sociali, con un forte interesse verso i diritti civili. Sono appassionata di arte nelle sue diverse forme di espressione: musica, danza, cinema, serie TV, letteratura.

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