Figli dello stesso cielo Igiaba Scego
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Figli dello stesso cielo è il titolo del nuovo libro di Igiaba Scego, scrittrice italiana di origini somale: un racconto rivolto ai più giovani (l’età di lettura consigliata va dai 10 anni in su) che spiega come fosse vivere in Somalia durante il colonialismo italiano – periodo che la stessa Italia ha cercato di tenere nascosto nel corso degli anni – e delle sue conseguenze, che continuano ad influenzare l’Italia, le ex colonie e le vite dei cittadini afrodiscendenti.

Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974. Suo padre è Ali Omar Scego, ambasciatore e ministro delle finanze somalo, nonché primo governatore di Mogadiscio che ha lasciato il paese in seguito al colpo di stato del 1969. Igiaba, dopo essersi laureata in Lettere straniere presso la Sapienza di Roma e aver conseguito un dottorato in Pedagogia all’Università di Roma Tre, ha iniziato a lavorare come scrittrice e giornalista e a occuparsi di ricerca incentrata sul dialogo tra culture, la dimensione della transculturalità e della migrazione.
Igiaba ha pubblicato diverse opere, tra le quali “Oltre Babilonia” (2008), “La mia casa è dove sono” (2010), “Roma Negata” insieme a Rino Bianchi (2014) e “Adua” (2015). Inoltre, collabora con diverse riviste e quotidiani come “Il Manifesto”, “Confronti” e “Internazionale”.

Figli dello stesso cielo ci porta in un “viaggio lungo la storia”: nel libro Igiaba incontra il nonno Omar nei suoi sogni; i due non si sono mai conosciuti e lei lo ha sempre visto solo nelle fotografie. Omar racconta alla nipote degli anni della sua giovinezza in Somalia, sotto il colonialismo italiano e degli effetti del razzismo.

La Somalia è uno Stato situato nel Corno d’Africa, nella parte orientale del continente, affacciata sull’Oceano Indiano. Nel libro, Igiaba spiega di non essere più tornata a Mogadiscio (capitale della Somalia) dopo l’inizio della guerra civile scoppiata negli anni ’90, portata avanti per trent’anni e non ancora completamente finita. Il paese è pericoloso a causa dei continui attacchi terroristi, delle bombe e della presenza di armi, che provengono dalla “parte ricca del mondo”, che le vende in Somalia come ad altri paesi in queste condizioni.

Figli dello stesso cielo Igiaba Scego
La copertina del libro

Nei sogni di Igiaba, lei ha solo 11 anni e fa lunghe passeggiate insieme a nonno Omar durante le quali parlano tanto. Omar Scego è nato l’ultimo anno del XIX secolo ma, come spiega Igiaba, è un uomo del Novecento «in tutto e per tutto». Con uno sguardo intenso e limpido, un viso allungato e il mento rialzato – quasi come se fosse uno “snob” – nelle foto. Igiaba è colpita dalla carnagione molto chiara del nonno e questa è la prima domanda che gli pone all’inizio del loro viaggio.

Così, in Figli dello stesso cielo, ha inizio il racconto di nonno Omar, a Brava (Barawe in somalo), città portuale a sud di Mogadiscio. I territori sulle coste meridionali dell’Africa orientale, come spiega il nonno di Igiaba, sono sempre state luoghi di passaggio e di dialogo con gli altri Stati (dall’Asia al Vicino Oriente, fino alla Cina). «Essere una città di mare significava vivere in una casa con la porta sempre aperta»: tanti popoli sono passati per Brava (dagli antichi Egizi agli indiani, dai portoghesi agli abitanti della penisola arabica) dando vita ad un «frullato di storie, di genti, di lingue, di visioni».

Quando Omar era un bambino, la Somalia era già una colonia italiana. Nella lingua somala (e, in misura minore, anche nel bravano) è possibile trovare delle parole italiane, che sono frutto del colonialismo.
«Il colonialismo fa rima con egoismo» come afferma nonno Omar, spiegando alla nipote l’origine del fenomeno e di come le nazioni europee si siano cibate delle altre parti del mondo, appropriandosi delle loro terre e sfruttandone le risorse e la popolazione attraverso la violenza e la manipolazione.

Figli dello stesso cielo, attraverso le parole di Omar, racconta ai ragazzi e alle ragazze in modo conciso l’inizio del colonialismo, a partire dalle esplorazioni geografiche fatte dai paesi europei, con Cristoforo Colombo e la sua cosiddetta “scoperta dell’America”. Nonostante il colonialismo sia formalmente finito, le sue conseguenze continuano a persistere in molti paesi in Africa ma anche in Asia e in America Latina, a causa delle disuguaglianze che ha prodotto.

Igiaba Scego, inoltre, sfalda le finte credenze secondo la quali il colonialismo sia stato solo fascista: infatti, il colonialismo italiano esisteva già prima dell’ascesa di Mussolini. Anche l’Italia ha preso parte alla corsa per l’Africa (“Scramble for Africa”) insieme alle altre nazioni europee: gli italiani hanno colonizzato la Somalia in modo graduale – a partire dalla battaglia di Dogali del 1887 – e, in vent’anni, sono riusciti a controllare l’intero Stato. Come spiegato da Omar, gli italiani per le operazioni militari in Africa si servivano degli ascari, ovvero le truppe locali (dall’arabo askar, soldato). In questo modo venivano creati conflitti che vedevano popoli africani combattere contro altri africani, secondo la strategia “divide et impera”.

Nonno Omar, da ragazzo, ha lasciato la famiglia a Brava per trasferirsi a Mogadiscio. Lì ha iniziato a lavorare come “boy” (termine usato dagli italiani per indicare un tuttofare) per i signori Adalgisio e Rosamunda Sperandio, dei “vecchi coloniali” arrivati da Torino. In questo modo è venuto a conoscenza degli stereotipi che gli italiani si erano fatti sulla popolazione africana: selvaggi, senza cultura, pigri, ladri, arroganti, stupidi. Questi stereotipi venivano tenuti in piedi dalle teorie razziste, secondo le quali la “razza bianca” era quella superiore: nel libro viene citato Cesare Lombroso, medico e criminologo convinto che le differenze tra etnie corrispondessero a differenze morali e intellettuali. Il nonno di Igiaba, come il resto della popolazione, si è trovato intrappolato all’interno di una struttura di potere che non dava altre possibilità: «Quando c’è una forza brutale che ti sovrasta, non tutti riescono a fare gli eroi, a reagire, a liberarsi. A volte succede che accetti le cose come stanno».

Con l’arrivo di Mussolini e del fascismo, la situazione è cambiata: l’instaurazione della dittatura, oltre a sconvolgere l’Italia, ha colpito anche le colonie italiane in Eritrea, Somalia e Libia. Omar si è ritrovato a lavorare per i fascisti, diventando un interprete e traduttore. All’inizio sembrava che il fascismo avrebbe portato dei miglioramenti, ma presto lo stesso Omar è passato dall’essere un interprete che accompagnava i funzionari fascisti nelle diverse piantagioni di banane all’essere un interprete di guerra.
L’Italia ha conquistato completamente la Somalia nel 1928, rappresentando la guerra di conquista come una guerra di liberazione: il fascismo, infatti, era in grado di esercitare un’influenza sul pensiero degli italiani sfruttando i media (cinema, giornali), la scuola e anche le canzoni che elogiavano la guerra (come viene fatto, in alcuni casi, ancora oggi).

L’Italia, una volta caduto il fascismo, ha cercato di nascondere queste vicende atroci, la sottomissione e le violente operazioni militari, durante le quali sono stati usati anche i gas chimici (come accaduto nel corso della guerra in Etiopia).
La fine del fascismo, però, non ha segnato la fine del razzismo: le discriminazioni continuano a esserci, a coinvolgere un numero ancora troppo alto di persone.

Cindy Delfini

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