boicottaggio Israele UE
boicottaggio Israele UE

Una decisione della Corte di Giustizia dell’UE, stabilendo che i prodotti provenienti dai territori occupati da Israele debbano recare un’indicazione di origine specifica, ha suscitato l’indignazione del governo di Gerusalemme, timoroso per i risvolti di una sentenza che, tra le pieghe del disposto, potrebbe prefigurare persino il pericolo di un boicottaggio di quei prodotti.

La pronuncia della Corte UE

La pronuncia della Corte nasce da una semplice constatazione: ai termini del diritto internazionale, indicare, come fatto finora, che un certo prodotto confezionato in uno dei territori occupati da Israele fosse “made in Israel” era tecnicamente scorretto. I territori in questione, infatti, sono soltanto “occupati”, appunto, con la forza da Israele, non facendo parte né del suo territorio né della sua struttura istituzionale o politico – amministrativa in senso stretto.

Stando a quanto ha stabilito la Corte UE applicando i più recenti regolamenti in materia di trasparenza e di protezione dei consumatori, l’obbligo di imporre ai prodotti provenienti dai territori occupati (con particolare riferimento alla Cisgiordania) un’etichetta che specifichi come quel determinato bene sia originario proprio di uno dei Territori servirebbe a correggere una stortura perpetuatasi finora a danno dei consumatori europei. Solo in questo modo, precisa la Corte, sarebbe possibile applicare i criteri di trasparenza imposti dalle normative comunitarie sull’importazione, tutelando l’affidamento del consumatore.

La reazione di Israele

Il governo israeliano ha immediatamente condannato la decisione, additandola come meramente politica e inopportuna. In sostanza, agli occhi di Israele la nuova etichetta da apporre sui prodotti dei Territori appare quasi offensiva e lederebbe la parità di trattamento con i prodotti di altre nazioni responsabili di occupazioni militari, come la Russia e la Turchia. La Corte europea, secondo una nota israeliana, starebbe così ledendo consapevolmente gli interessi dell'”unica democrazia del Medio Oriente“.

Questa prospettiva sembra però francamente insostenibile. Non è possibile bollare qualsiasi iniziativa anche solo indirettamente contrastante con gli interessi israeliani come un attentato antidemocratico, insinuando che un atteggiamento anti israeliano sia per di più contrario agli interessi europei per la stabilità mediorientale.

Non è accettabile che, come invece cerca di sottolineare il governo israeliano, si consideri la pace in Medio Oriente come assicurata solo ed esclusivamente nel caso in cui si favorisca in toto la democrazia di Gerusalemme. Insistere costantemente sulla necessità di proteggere Israele in quanto unico possibile alleato occidentale in Medio Oriente assume quasi le proporzioni di un “ricatto”, del quale l’Europa stenta a riconoscere benefici.

In realtà, la paura israeliana, mascherata attraverso il “ricatto democratico”, potrebbe essere un’altra: consentire di identificare specificamente i prodotti provenienti dai territori palestinesi occupati potrebbe incentivare una sorta di effetto – boicottaggio in un’area, come quella europea, in cui esiste uno zoccolo duro di opinione pubblica che vede di malocchio l’atteggiamento aggressivo di Israele nei confronti della Palestina.

Un effetto – boicottaggio?

In sostanza, potrebbe capitare che un consumatore consapevole e informato eviti deliberatamente i prodotti dei territori occupati, perché cosciente di poter colpire, in questo modo, le attività economiche degli illegittimi coloni israeliani lì stabilitisi. È plausibile che il governo israeliano, soprattutto dopo i cruenti fatti delle ultime settimane, tema un’ulteriore recrudescenza del giudizio negativo europeo nei suoi confronti e prefiguri l’eventualità del boicottaggio come una prospettiva concreta.

Non si dimentichi, del resto, che recentemente la Commissione UE, all’interno di una risoluzione ufficiale, aveva ribadito di considerare del tutto illegale ai termini del diritto internazionale l’occupazione dei Territori. Il governo israeliano non ha avuto dunque difficoltà a inserire anche la sentenza della Corte di Giustizia nel solco di un’ormai consolidata posizione europea critica nei suoi confronti, che ora rischia di ripercuotersi in via informale anche sul vasto mercato comunitario, attraverso il possibile boicottaggio.

La protesta politica attraverso una simile pratica, che ogni consumatore del continente potrebbe attuare senza difficoltà, sfruttando proprio le garanzie di trasparenza che gli mette a disposizione l’ordinamento dell’Unione, avrebbe l’obiettivo di scoraggiare finalmente l’inaugurazione di nuovi insediamenti nei territori palestinesi (se non di far retrocedere quelli esistenti), rendendo più difficile il loro sostentamento economico e mandando in parziale cortocircuito la bilancia commerciale israeliana.

Bisogna però riconoscere la difficile attuabilità di un boicottaggio continentale europeo, oltre al fatto che le concrete ripercussioni sull’equilibrio commerciale dell’aggressiva nazione mediorientale sarebbero forse poco rilevanti. Il motivo è semplice: il contemporaneo disinteresse, se non la contrarietà degli Stati Uniti nel contrastare Israele e la sua condotta in Medio Oriente.

In effetti, va considerato che, dietro la Cina, il primo partner commerciale di Israele sono proprio gli USA, che pochi giorni fa, dal canto loro, hanno di fatto ribadito il supporto alle nuove iniziative di insediamento nei territori occupati, definendoli appunto “non illegali”. Una posizione, quella dell’amministrazione Trump, diametralmente opposta a quella europea.

Sarebbe difficile dunque ipotizzare di poter colpire indirettamente e con buon esito, attraverso un boicottaggio europeo, un volume consistente di esportazioni israeliane (in cui finora sono stati compresi anche i prodotti dei Territori), pensando che Belgio, Germania e Lussemburgo, i Paesi membri della UE che ricevono gli export maggiori, mettono insieme un volume d’affari per scarsi 4 miliardi di dollari, contro i 18 abbondanti degli Stati Uniti.

Ludovico Maremonti

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