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Tra le tante situazioni di cui l’Italia deve occuparsi, una delle più gravi è quella relativa al problema abitativo. Sono sempre di più, infatti, i cittadini della penisola che si trovano spediti letteralmente in mezzo a una strada. Una condizione di disagio e di degrado, che talvolta costringe molti disperati a ricorrere anche a soluzioni estreme, come le occupazioni degli immobili. Tuttavia, proprio per risolvere questi ultimi casi, l’Italia si trova spesso a doversi appellare (per mancanza di alternative) al sistema degli sgomberi.

Ma è davvero così? Si tratta di un problema irrisolvibile o si può ancora sperare di cambiare le cose?

Com’è vissuto il problema abitativo: il caso degli sgomberi a Roma

Come spesso accade, la situazione della Capitale rispecchia perfettamente quella dell’Italia. Si può benissimo affermare, anzi, che alcune problematiche lì siano vissute con molta più difficoltà rispetto a quanto non si verifichi nel resto del territorio nazionale. Questo perché gestire Roma – si sa – è un compito tutt’altro che semplice. Non fa sconti, pertanto, neanche la drammatica situazione abitativa, che ormai caratterizza tutto il Paese e che a Roma, appunto, è sentita in modo particolare.

Non si contano, infatti, le persone nella Capitale che non hanno un tetto sotto cui ripararsi e che protestano affinché possano ottenerne uno. Molti di loro ricorrono alla già citata soluzione delle occupazioni, che in questa sede occorre dividere in due grandi tipi:

  • le Occupazioni Non Conformi (ONC), che prevedono l’appropriazione di immobili allo scopo di organizzare attività sportive, culturali, politiche e di solidarietà;
  • le Occupazioni a Scopo Abitativo (OSA), cui si aggiunge la funzione di abitazione per chi vi si insedia come occupante.

Il comune di Roma ha individuato, in quest’ultimo tipo, la modalità di occupazione più “urgente” da combattere. Motivo per cui è stata programmata, a partire da agosto, una serie di sgomberi: si parla di circa 22 immobili (su 88 individuati inizialmente) da liberare al più presto. La scelta prioritaria è ricaduta sugli stabili sui quali pendono provvedimenti dell’autorità giudiziaria.

I risvolti razzisti e xenofobi di una situazione complicata

Inutile dire come il problema abitativo divida l’opinione pubblica tra chi è accusato di essere “troppo tollerante” e chi, al contrario, si dimostra ben poco entusiasta di accogliere persone in difficoltà, men che meno se stranieri o rom. In merito alla questione abitativa, risulta facile (soprattutto in questo periodo) cavalcare la retorica del: “Se c’è una casa libera, questa deve andare prima a un italiano“. La dura realtà è che non si tratta di una situazione semplice per nessuno e, se davvero ci si trova a dover assegnare un’abitazione, il criterio non deve essere di certo quello della nazionalità.

Si vedano i casi di Torre Maura e Casal Bruciato, dove la paura del “diverso” è stata usata come capro espiatorio per nascondere la situazione già critica della periferia romana. Proprio per evitare il ripetersi di simili episodi, dunque, quella dell’assegnazione degli alloggi è una questione che non va sottovalutata.

C’è un’alternativa agli sgomberi?

Se l’Italia sembra non saper (o non voler) risolvere il problema abitativo – e quindi quello delle occupazioni – senza ricorrere agli sgomberi, gli altri Paesi europei paiono nettamente più avanti in fatto di “housing sociale”. La Germania, ad esempio, prevede che una parte delle case popolari di nuova costruzione sia destinata alla vendita privata, in modo da rientrare di una parte delle spese iniziali e garantire una certa diversificazione sociale all’interno dei condomìni.

Non che l’Italia non preveda misure di tutela per chi è senza casa, solo che le soluzioni adottate finora non hanno ottenuto particolare successo. Un’idea potrebbe essere quella di partire da un conteggio di tutti gli immobili sfitti (di proprietà pubblica o privata) e mettere a punto un piano di riassegnazione a chi, invece, è senza dimora.

Basterebbe, insomma, che le amministrazioni (di Roma, ma anche di tutte le altre città) fornissero delle alternative reali ai cittadini vittime del problema abitativo. Magari non si troverà una soluzione definitiva (non subito, almeno), ma si eviterà che la scelta sia tra l’occupazione di un immobile e una vita – che, a chiamarla così, ci vuole tanto – in strada.

Samuel Giuliani

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