Giornata internazionale dei rom, ma le loro condizioni?

Generalizzare su fatti storici, questioni sociali e culturali è una pratica insita nei geni italiani, soprattutto in quelli di coloro che determinate “questioni” dovrebbero risolverle. Una cattiva abitudine, questa, abituata a emergere spesso quando si parla di rom, che lunedì 8 aprile festeggiano la Giornata internazionale dei rom, sinti e caminanti, in memoria del primo Congresso mondiale del popolo rom che si tenne a Londra nel 1971.

Tra i confini italiani, infatti, la popolazione rom non di raro è messa sotto accusa per i problemi più disparati e portata ai margini della società, rinchiusa tra limiti fisici e culturali, fino alla negazione della sua storia.

Ogni situazione, però, ha le sue sfaccettature, con caratteri e accezioni specifiche, e anche in questo caso è improprio parlare di “questione rom”, generalizzandone le peculiarità. Il problema viene reso, dal dibattito politico e mediatico, un caso di “allarme sociale”.

Vengono tralasciate le condizioni di instabilità legale, sociale ed economica in cui vivono migliaia di persone immigrate negli anni Novanta da quella che prima era la Yugoslavia. Senza contare la criticità principale: la mancanza di una legge penale che combatta i discorsi di incitamento all’odio e il crimine di odio, in generale, quando in realtà moltissimi rom italiani subiscono ancora una forma di discriminazione chiamata “antiziganismo”.

Un passo avanti e dieci indietro sulle condizioni dei rom

giornata internazionale rom
© Consiglio d’Europa, Sandro Weltin

Come nel 2008 (quando il ministro Maroni avevo proposto un censimento del popolo rom), anche nel 2018 la “questione rom” è stata oggetto del dibattito politico, strumentalizzandone le caratteristiche e le problematiche a seconda di quale partito o rappresentante politico ne parlasse. Il caso più emblematico è quello dell’allora neo Ministro degli Interni, Matteo Salvini, che ripropose di intervenire con un censimento, anticipato da un dossier, sulla situazione rom in Italia.

Nel 2012 il governo italiano aveva approvato, in rottura con il passato, la Strategia Nazionale per l’Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, cercando di abbandonare il concetto di nomadismo e concentrandosi su politiche di inclusione più ampie. In quasi sei anni, però, ancora non sono stati attuati programmi nazionali e, quindi, anche gli enti locali non hanno potuto raggiungere alcun risultato. Segno forse del fatto che sono le stesse istituzioni a far fatica a comprendere la “questione rom”.

La Strategia aveva istituito l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, con un ruolo di coordinamento, ma è stato lasciato nelle mani delle singole istituzioni locali. Infatti, solo undici Regioni su venti hanno istituito i tavoli di pianificazione e coordinamento previsti dalla Strategia, e tra queste solo l’Emilia Romagna ha promosso e approvato una legge regionale che prevede la chiusura dei campi nomadi e promuove azioni di inclusione dei loro residenti.

Quale cittadinanza? E i campi nomadi

In Italia, secondo le ultime statistiche dell’Unione Europea, risiedono tra le 110.000 e le 180.000 persone di origine rom, tra queste ci sono circa 15.000 minori rom apolidi o a rischio di apolidia, ossia i figli di persone che vivono nella nostra Penisola da decenni e che risultano prive di un titolo di soggiorno. Questi minori non risultano cittadini italiani, e spesso non possiedono la cittadinanza di alcuno Stato (contro quanto sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che prevede il diritto ad acquisire un’identità e una cittadinanza).

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© Comunità di Sant’Egidio

La causa di tutto ciò è da ricercare nell’attuale legge italiana sulla cittadinanza (la legge 91 del 1992). Quest’ultima prevede che i bambini nati in Italia da genitori entrambi privi della cittadinanza italiana non acquistano tale cittadinanza alla nascita e, una volta raggiunta la maggiore età, devono presentare una dichiarazione di volontà al Comune di residenza legale e dimostrare la loro residenza in Italia, senza interruzioni, dalla nascita fino al momento della richiesta. Ma come si fa a dimostrare questa residenza se l’unica cosa che si possiede, da un punto di vista legale, è il certificato di nascita? Questo cavillo legale ricade totalmente sulle spalle dei minori in questione che non hanno diritto al Servizio Regionale Sanitario, a un’adeguata istruzione, a un contratto lavorativo regolare e così via. Di fatto, si condiziona tutta la vita di queste persone, inficiando un sano sviluppo personale e sociale.

In tutto il Paese ci sono oltre 26 mila rom che vivono nei campi nomadi, “aree all’aperto” dove si vive una grande emergenza abitativa. I rom vivono all’interno di baracche e roulotte, le condizioni igieniche sono molto basse e gli incidenti, anche mortali, molto frequenti. I campi possono essere formali, se autorizzati dalle istituzioni, o spontanei. Secondo l’Associazione 21 luglio, 16.400 rom abitano in 148 campi formali, mentre meno di 10 mila in quelli informali.

Da una ricerca di Alessandro Petronio, emerge che “il vero problema pragmatico è come coniugare obiettivi e luoghi, cioè individuare prassi, metodi, strumenti; paradossalmente, coniugare politiche urbanistiche, abitative, sociali ed educative appare come una meta-prassi che porta alla costruzione di nuove identità”. Dallo studio, infatti, appare che la condizione abitativa nei campi nomadi influisce, insieme alle altre problematiche, sullo “status” in cui vengono racchiusi i Rom e, di conseguenza, tutta la loro esistenza.

Come ci ricorda anche la Costituzione italiana, con delle condizioni di partenza così svantaggiate, lo sviluppo di qualsiasi individuo risulterebbe complicato. Il problema è sociale ed è lo stesso di poveri, clochard, dei meridionali degli anni ‘60 e degli italiani emigrati in America. Smettiamola di usare l’argomento come pretesto per alimentare discriminazioni e odio, e cerchiamo di risolvere il problema reale, come più volte altri Paesi e istituzioni ci hanno chiesto di fare.

Federica Ruggiero

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