hebron palestina

«Hebron la devi vedere, è importante farlo», mi dicevano. «Hebron è l’esempio perfetto di quello che sta succedendo qua in Palestina», mi ripetevano. E così ho deciso di andarci, di percorrere quei 40 km che la separano da Betlemme, e di vedere la città colonizzata e divisa. Volevo vedere coi miei occhi, sentire sul mio corpo il peso dell’aria che si respirava, perché i racconti non mi bastavano. Volevo soprattutto capire.

E così partiamo. Siamo io e altre tre volontarie internazionali impegnate da un po’ di giorni in Palestina. Non siamo preoccupate per ciò che vedremo ma l’adrenalina sotto la pelle fa il suo effetto. Tanto che, quando vediamo che ogni sherut taxi (taxi collettivi) diretto ad Hebron è pieno, decidiamo di fare l’autostop e fermare chiunque sia disposto a darci un passaggio. Dieci minuti dopo si ferma Nassim, un palestinese, e saltiamo subito su. Ci dice che il suo nome in arabo significa “brezza” e io penso che sia un buon segno mentre guardo il paesaggio aspro della Cisgiordania snodarsi sotto i miei occhi. Sono le tre del pomeriggio e quei colori così caldi mi fanno dimenticare per un momento dove siamo dirette.

Quando arriviamo ad Hebron, nella città nuova, siamo catturate da un vortice di suoni, clacson, persone che camminano in mezzo alla strada. Siamo un po’ confuse, e mentre penso già a paragoni con Napoli, ecco che arriva Ayman, la nostra guida.  Ayman è un ragazzo palestinese, nato e cresciuto lì dove l’occupazione è più dura e dove gestisce lo Hebron Peace Center, un centro che mira a rafforzare la comunità locale attraverso corsi e impegno nel sociale. Ayman è ben conosciuto dai coloni e dai militari israeliani: «Pensano che io sia un terrorista, soltanto perché sono un attivista da quando ho 19 anni, e per questo sono stato in carcere e più volte sono stato aggredito dai coloni, mentre i militari stavano a guardare» è una delle prime frasi che ci dice. Ayman ha esattamente la mia età, e cioè 26 anni, ma sul suo corpo ha i segni delle aggressioni e delle coltellate. Quanto fa la differenza nascere in una città o in un’altra in questo mondo? Ora Ayman non è libero di muoversi nella sua stessa città, ma ci sorride mentre ci spiega della situazione lì ad Hebron.

«La città è divisa in due aree: una sotto il controllo palestinese e l’altra sotto il controllo militare israeliano, che negli anni sta diventando sempre più pressante ed esteso», ci spiega mentre ci dirigiamo verso la città vecchia. «Al momento qui vivono circa 70.000 palestinesi, 400 coloni israeliani e 4.000 soldati. Il che significa che per ogni colono israeliano ci sono 10 soldati a sua difesa».

Apprendiamo un po’ della storia di Hebron, città sacra ai musulmani e agli ebrei per via delle Tombe dei Patriarchi (Abramo, Isacco e Giacobbe). La colonizzazione della città è iniziata nel 1968 e si è intensificata ogni anno di più, cacciando sempre più palestinesi dalle loro case nella città vecchia e rendendo la vita di chi rimaneva sempre più difficile. I coloni, qui, credono di compiere una missione divina e la riconquista della terra è giustificata in questo senso.

Già da queste parole possiamo percepire la tensione dell’occupazione militare. Un checkpoint all’interno della città stessa è il primo segno di barbarie che vediamo: è un enorme ammasso di metallo, con tornelli e gabbiotti, alto almeno 4 metri e sorvegliato da militari al suo interno. Mentre un padre e due figli vi passano attraverso, Ayman ce li indica:

«Quest’uomo è andato a fare la spesa con i propri figli per essere sicuro di non avere problemi e di poter passare. Ma io, ad esempio, lì non posso andare. Soltanto chi vi risiede può farlo e non sempre è detto che tutto vada bene».

Hebron

Proseguiamo il nostro giro e arriviamo nella città vecchia. Il paesaggio cambia sensibilmente e non si tratta solo di architettura: vediamo sempre meno persone per strada e sempre più silenzi mentre camminiamo. Tantissimi negozi in centro sono chiusi e noi siamo gli unici ‘turisti’.

Quando arriviamo nel suq, il mercato della città, notiamo che è come stare in una gabbia: sopra di noi c’è una sorta costruzione metallica oltre la quale vediamo torri di controllo militari e filo spinato. «Qui l’insediamento è sopra la città stessa. Vedete quelle case? Sono tutti appartamenti israeliani da cui, però, prima sono state cacciate intere famiglie di palestinesi. E sotto ci siamo noi, costantemente sorvegliati». Basta alzare un po’ lo sguardo per vedere le telecamere, che puntano dritte sulla strada del mercato. Svoltiamo a destra e ci infiliamo in un vicolo che ci accoglie con una bandiera palestinese dipinta sul muro. Accanto e sopra vi sono filo spinato, spazzatura, barriere.

«Qui dall’alto i coloni buttano la spazzatura perché noi viviamo qui. A volte hanno anche buttato pietre addosso alla gente nel mercato o addirittura prodotti chimici». Quando sento questa frase, mi torna subito in mente un bambino, visto poco prima per strada: aveva il volto come sfregiato dall’acido. Ora penso che potrebbe essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Lì, nel suq di Hebron, mentre i coloni mandati da Dio scacciavano gli infedeli. Odio che genera altro odio, odio a cui è difficile rispondere con il sorriso di Ayman.

La terza tappa del nostro viaggio è la casa di un signore palestinese che vive esattamente sotto le case dei coloni: qui lui vive e vende alcuni manufatti locali. «Mi hanno offerto ingenti somme di denaro per andarmene e lasciare questa casa», ci racconta, «Io non l’ho fatto e così mi hanno murato le finestre: non posso aprirle, perché altrimenti mi affaccerei nel “loro” quartiere». Appena fuori da casa sua, in effetti, basta guardare in alto per vedere bandiere israeliane ovunque, inframezzate da filo spinato.

Ingresso della moschea nella Tomba dei Patriarchi.

Compriamo un paio di kefieh e ce ne andiamo, dirette ad una delle nostre ultime tappe: la Tomba dei Patriarchi. Questo luogo è tristemente noto per il massacro di Hebron del 1994, quando Baruch Goldstein, americano-israeliano appartenente alla Lega di Difesa Ebraica, uccise 29 fedeli musulmani che pregavano nella moschea e ne ferì più di 100, sparando direttamente sulla folla. Da allora, la tomba è divisa in due parti – una musulmana e una ebraica – ed è costantemente sorvegliata dai militari. E sempre da quell’anno la città di Hebron fu ufficialmente divisa in due parti, una sotto il controllo militare israeliano e l’altra sotto il controllo militare palestinese.

Usciamo dalla moschea e ci avviciniamo sempre di più all’ingresso dell’insediamento. Ayman ci fa segno di andare: «Io lì non posso venire. Andate, ci vediamo qui fra un po’». Ci avventuriamo in quella che è una vera e propria città deserta, eccetto i soldati. Ne incontriamo almeno dieci nel giro di duecento metri e, anche se ridono e scherzano fra di loro, noi non osiamo guardarli in faccia, perché ci leggerebbero negli occhi da quale parte della barricata stiamo.

Hebron
All’interno dell’insediamento israeliano ad Hebron.

Resistiamo appena dieci minuti nell’insediamento: siamo le uniche a camminare per strada e tutti quei militari coi fucili al collo ci fanno sentire insicure. Torniamo da Ayman, che ci attende senza paura al varco e con lui percorriamo l’ultimo pezzo di strada. Siamo tutte pensierose e nella nostra testa c’è un’unica domanda, che ci ripeteremo ossessivamente nei giorni successivi: «Come possono, queste persone, desiderare una vita del genere?». Al di là dei militari e dei massacri, dei soprusi e delle aggressioni, qui la vita non è normale. Non è vita. Neanche per loro.

Abbandoniamo la strada che può essere percorsa solo da vetture israeliane, svoltiamo l’angolo. C’è tutta questa Hebron, quella dei coloni, davanti ai nostri occhi. Quella che abbiamo appena abbandonato, a cui abbiamo dato uno sguardo fugace. Le bandiere israeliane si ripetono numerose una accanto all’altra attaccate ad ogni lampione. Poi uno schiamazzo, rumore di passi: nella piazzola davanti a noi tre bambini palestinesi giocano con un aquilone. Finalmente respiriamo.

 

Elisabetta Elia

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Elisabetta Elia, classe 1992, in lei vivono tre mondi: quello della Calabria, dove è nata, quello di Roma, dove ha studiato Lettere Moderne e poi giornalismo, quello del Kurdistan, dove non è ancora stata ma è sicura che andrà. Appassionata del mondo del sociale, dei cambiamenti che vengono dal basso e delle lotte femminili e femministe: la sua ambizione è vederli e raccontarli. E con le parole, magari, trasformare il mondo.

2 COMMENTI

  1. Ho visitato Hebron nel 2005. Constato progressi tecnologici ma la situazione è la medesima.
    Evidentemente non è stato fatto nulla oltre l’incentivazione di misure produttrici di violenza.
    Augusta De Piero Udine

  2. Esattamente Augusta, anche altre persone che ci sono state in passato mi hanno detto la stessa cosa. La situazione è molto tesa e difficilmente potrà migliorare con tutte queste misure di sicurezza..

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