Eutanasia e cannabis: non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo
Foto di EKATERINA BOLOVTSOVA da Pexels

«A seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili». Queste le parole con le quali l’Ufficio Stampa della Corte Costituzionale ha annunciato l’inammissibilità del quesito referendario sull’eutanasia. Le oltre un milione di firme non sono bastate, come non sono bastate le circa seicentomila firme riguardanti il Referendum sulla cannabis legale, contro cui i giudici della Corte Costituzionale hanno espresso parere sfavorevole poiché, come affermato dal Presidente della Consulta Giuliano Amato: «Il referendum non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti. Si faceva riferimento a sostanze che includono papavero, coca, le cosiddette droghe pesanti. E questo era sufficiente a farci violare obblighi internazionali». Motivazioni che non hanno convinto i Comitati promotori dei quesiti su eutanasia e cannabis, promossi dall’Associazione Luca Coscioni, dalla campagna Meglio Legale e da numerose altre realtà che da anni si battono a favore dei diritti civili in Italia.

Le esposizioni che motivano le scelte della Corte Costituzionale (che ha bocciato anche il quesito riguardante la responsabilità civile diretta dei magistrati) stanno smuovendo le acque mai chete di un’opinione pubblica che si dirige verso una direzione precisa in tema di diritti civili. Le numerosissime firme raccolte a favore dei due referendum popolari non ammessi raccontano di un’Italia che cambia, o meglio, che vorrebbe tanto cambiare, ma che al contempo è ostaggio di una politica che non sa decidere, o peggio, che non vuole decidere. I sondaggi su eutanasia e cannabis parlano chiaro: il 64% degli italiani è a favore di una legge sul fine vita. Percentuale che diminuisce leggermente, ma che rimane comunque sinonimo di maggioranza per il tema cannabis legale: secondo un rilevamento lanciato dalla rivista BeLeaf e dalla campagna Meglio Legale, il 58% dei cittadini italiani è favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere.

Dati che confermano una lenta ma profonda trasformazione della società italiana. Un cambiamento che però tarda ad arrivare in maniera effettiva. La volontà del popolo italiano, o almeno della maggior parte di esso, viene sistematicamente ignorata dai decisori politici. Lo dimostrano i progetti di legge di iniziativa popolare presentati anni fa (quello per l’eutanasia nel lontano 2013) e mai discussi seriamente. Lo dimostra l’atteggiamento da stadio con il quale i partiti di destra e, ancor peggio, quelli di sinistra si affrontano, discutono e poi bocciano tra risate, applausi e malcontenti pieni di ipocrisia quelle che dovrebbero essere semplicemente leggi di civiltà. La triste messinscena che per lungo tempo ha fatto da sfondo al Ddl Zan è la chiara rappresentazione del metodo con il quale la politica affronta e affronterà qualsiasi tematica riguardante i diritti civili.

D’altra parte l’Italia è quel Paese in cui la legge 194 sull’aborto, tema su cui nel 1981 si espresse più del 79% degli aventi diritto al voto, viene regolarmente boicottata (nonostante la stessa 194 lo vieti) da coloro che vengono definiti “obiettori di coscienza”. Nel 2018 il Ministero della Salute affermò che in Italia il 69% dei medici attivi si dichiarava eticamente contrario alla pratica dell’IVG (interruzione volontaria della gravidanza). Sorge spontanea la domanda: come garantire diritti civili ancora da conquistare (come quelli su eutanasia e cannabis) in una nazione in cui non si riescono a garantire nemmeno i diritti, come l’aborto, già da tempo conquistati?

Le proposte di referendum per la legalizzazione di eutanasia e cannabis sono state dichiarate inammissibili dalla Corte Costituzionale, ma occorre sottolineare che il referendum, certamente tra i più importanti strumenti democratici, è solo uno dei molteplici mezzi tramite il quale è possibile raggiungere uno scopo. A pensarci bene quando parliamo di diritti civili, essere costretti a raccogliere firme, per quanto nobile possa essere, delinea chiaramente il fallimento di una politica istituzionale incapace di comprendere l’evoluzione della società in cui è chiamata a operare.

Nelson Mandela affermava che: «Quando a un uomo è negato il diritto di vivere la vita in cui crede, questi non ha altra scelta che diventare un fuorilegge». La disobbedienza civile, l’amaro frutto dell’ignavia politica, come unico strumento di lotta grazie al quale cercare di raggiungere l’approvazione di una legge di civiltà, è sinonimo del fallimento totale di un sistema che si definisce democratico. Per Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni: «La strada è quella della disobbedienza civile, quindi processi, ricorsi, sostegno accanto alle persone che decidono di non subire una condizione di sofferenza insopportabile e irreversibile ma di battersi pubblicamente con gli strumenti del diritto e di scegliere. Questa strada ha portato enormi cambiamenti in questi anni». Violazione delle regole come unica soluzione anche per coloro che avrebbero diritto alla cannabis per uso medico e che invece sono ancora oggi costretti ad attendere tempi biblici causati da una quantità perennemente insufficiente di un prodotto che, con la legalizzazione dell’autoproduzione, potrebbe essere reperibile in qualsiasi momento a costi irrisori.

I referendum su eutanasia e cannabis sono chiaramente due occasioni mancate, due chances grazie alle quali il popolo italiano poteva sopperire alle mancanze di una politica che temporeggia, rimanda, commenta, dichiara ma puntualmente e consapevolmente sceglie di non agire. Scagliarsi contro il Presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato è legittimo ma per niente utile alle cause. Il problema contro cui combattere risiede in Parlamento e non nel Palazzo della Consulta. È il Parlamento a doversi assumere tutte le responsabilità della promozione e della bocciatura delle leggi sui diritti civili. È il Parlamento a dover giustificare i ritardi inerenti le discussioni di progetti di legge depositati da anni. Di certo non bastano più le buone intenzioni, come quelle del segretario del PD Enrico Letta che dopo e solo dopo la bocciatura del quesito sull’eutanasia ha dichiarato «La decisione della Corte deve spingere il Parlamento ad approvare la legge sul suicidio assistito, secondo le indicazioni della Corte stessa». Il segretario del Partito Democratico forse non si è ancora accorto di essere alla guida di un partito che a oggi fa parte di una (seppur relativa) maggioranza in Parlamento. E come lui, l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ora a capo del M5S. Tali atteggiamenti non fanno altro che rafforzare l’area conservatrice del nostro Paese, che gongola e festeggia quando i diritti civili vengono negati.

«Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento» cantava De Andrè. Esatta fotografia di quel che accade da anni in Italia attorno al tema dei diritti civili e di quel che è accaduto pochi giorni fa con eutanasia e cannabis. Ma la lotta continua nonostante tutto, nonostante l’incessante immobilismo politico, perché è impossibile fermare il vento, gli si fa solo perdere tempo. Intanto l’Italia resta desolatamente ferma.

Marco Pisano

Sono Marco, un quasi trentenne appassionato di musica, lettura e agricoltura. Da tre e più anni mi occupo di difesa ambientale e, grazie a Libero Pensiero, torno a parlarne nello spazio concessomi. Anch'io come Andy Warhol "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare". Pace interiore!

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