Poco più di ottant’anni fa veniva pubblicata la prima edizione italiana di Furore, capolavoro del premio Nobel John Steinbeck. Era il 1940 e il fascismo muoveva con decisione i suoi passi verso il baratro entrando in guerra al fianco dei nazisti. L’impatto del romanzo sulla società fu quello di una grande scossa di terremoto generata nel profondo, là dove da sempre è costretta ad agitarsi la massa umana dimenticata dal progresso e soppressa dalle violenze, silenziata da un mondo che pare non avere bisogno di lei. Un grido di disperazione che per qualcuno, però, non andava ancora ascoltato, o peggio, andava politicizzato: a pochi mesi dalla pubblicazione, il Ministero di Cultura Popolare fascista tagliò e rimaneggiò alcune parti del romanzo, considerate filo-comuniste, ma scelse comunque di pubblicarlo poiché restituiva l’immagine di un’America divisa e violenta, perfetta per la propaganda mussoliniana.
Nella sua terra d’origine Furore, uscito nel 1939 col titolo originale Grapes of Wrath, fece altrettanto scandalo e nemmeno lì riuscì a sfuggire alle etichette, da entrambe le parti. Su un fronte Steinbeck fu accusato di sostegno ai comunisti. Sul fronte opposto fu visto come il paladino della lotta dei lavoratori contro i padroni oppressori, e contattato da alcuni membri della Chiesa unitaria che videro in lui la figura intellettuale ideale per fronteggiare il nazismo in nome della democrazia.

Insomma un grande polverone, simile alla Dust Bowl che nel romanzo minaccia la famiglia Joad costringendola a partire, si alzò intorno a Steinbeck, che rimase atterrito da tanta strumentalizzazione. Da uomo timido e riservato quale era, per niente incline alle dottrine politiche e abituato a immergersi nelle cose fin sopra i capelli prima di scriverne, non poté che restare affranto dalla semplificazione che venne fatta di lui. In mezzo a quei contadini ci aveva vissuto, aveva imparato il loro gergo, le espressioni dei loro visi scavati dal sole. Come poteva tutto questo finire condensato in titoloni da giornale e slogan politici? A Steinbeck non rimase che far perdere le tracce di sé, almeno per un po’, verso l’Oceano Pacifico, per lui sinonimo di libertà.

Furore
John Steinbeck. Fonte: TheGuardian.com

A parlare al suo posto rimase uno dei romanzi più completi e profondi del Novecento, capace di ispirare registi del calibro di John Ford, che ne fece subito un film, e mostri sacri della canzone americana, come Woody Guthrie, così folgorato da Furore che finì addirittura per chiamare suo figlio Joad.
E poi lui, Bruce Springsteen, che al romanzo di Steinbeck deve forse la sua carriera, perlomeno la seconda metà. Negli anni ’90 “il boss” era ormai una rockstar affermata a livello mondiale, con alle spalle una carriera ventennale fatta di stadi pieni e successi totali: gli allori su cui accomodarsi ci sarebbero stati tutti. Eppure sentì che dentro qualcosa ardeva forte. Superati da poco i quarant’anni, stava ancora cercando un senso alla vita: non poteva essere tutto qui, nemmeno per una rockstar, nemmeno per lui.
É una sorta di intuizione del cuore, qualcosa che si vive nel profondo e che smette, almeno per un po’, di riguardare i propri cari, la propria band e persino il proprio pubblico. Improvvisamente si avverte il bisogno di capire, di abbandonarsi all’introspezione e rimescolare il mazzo. Dal 1992, per tre anni, Bruce non pubblicò nulla. Si chiuse in casa con una chitarra, una matita, qualche quadernino e poi lui, Furore, che lesse e rilesse fino a sentirlo scorrere nelle vene. Ciò che ne venne fuori fu un uomo trasformato, un po’ incupito ma ricolmo di compassione, con in mano sempre la solita chitarra e una scaletta di una dozzina di pezzi scolpiti nel dolore. Nel novembre del 1995 fu pubblicato così The ghost of Tom Joad, album fra i più belli e intensi di Springsteen: era la storia contemporanea degli ultimi arrivati, quei reietti della società che nei ’90 varcavano il confine fra Messico e Stati Uniti in cerca di fortuna e di una voce con cui potersi esprimere, tutti accomunati da un unico grande fantasma a cui sembravano ridare vita: quello di Tom Joad.

Bruce Springsteen canta The Ghost of Tom Joad come ospite a Sanremo 1996

Sì, ma chi è Tom Joad?
Tom Joad è il protagonista di Furore, l’anima ostinata della famiglia, quello che non si rassegna. É il secondo di tre fratelli, e all’inizio del romanzo è appena uscito di prigione: è stato un anno al fresco per rissa con omicidio di cui non si sa quanto sia colpevole. Avrebbe dovuto farsi quattro anni ma ne esce prima per buona condotta. É un tipo che non le manda a dire, irascibile il giusto e con un disprezzo innato verso le ingiustizie. C’è un passaggio, subito al secondo capitolo del romanzo, che riflette tutta l’essenza di Tom: è il suo primo giorno di libertà e sta rientrando verso casa, da solo e a piedi, con un caldo d’inferno a bruciargli le suole delle scarpe. Nel parcheggio fuori da una bettola incontra un camionista:

«”Mi dai un passaggio, amico?”
Il camionista si voltò e lanciò un’occhiata fulminea alla bettola. “Non l’hai visto l’adesivo ‘Niente passaggi’ sul vetro?”
“Certo che l’ho visto. Ma ogni tanto c’è anche chi è una brava persona pure se un ricco bastardo gli fa attaccare un adesivo”.»

Il camionista quel passaggio glielo dà, e Tom torna a casa. Lungo il tragitto si accorge però che qualcosa è cambiato: le terre sono esauste, consumate, secche. Settimane interminabili di vento hanno depositato sui campi di cotone dell’Oklahoma uno strato di polvere che non permette la coltivazione. In più sono gli anni appena successivi alla Grande Depressione del ’29, il Paese è in ginocchio. I Joad sono una famiglia di mezzadri, coltivano quelle terre da generazioni, portando a casa quello che serve per sfamarsi.

Furore
Dust Bowl, le tempeste di polvere che mettevano in ginocchio le coltivazioni negli anni ’30. Fonte: Sciencealert.com


Gli anni ’30 piovono su di loro come una tempesta: tutto d’un tratto i campi sono diventati impossibili da lavorare, e l’arrivo dei trattori sta per rendere superflua la loro forza lavoro. Bisogna andarsene.
Capita spesso di sentire parlare di chi migra, del viaggio, dell’arrivo, delle difficoltà d’inserimento. Dell’attimo prima della partenza, invece, si parla molto meno. Steinbeck lo fa, con una maestria che lascia atterriti:

«Nelle case i bambini si stringevano intorno alle donne. Ora che facciamo, Ma’? Dove andiamo?
Le donne dicevano: Non lo sappiamo ancora. Andate fuori a giocare. Ma non vi avvicinate a vostro padre. Potrebbe suonarvela se vi avvicinate. E le donne si rimettevano al lavoro, ma senza mai perdere di vista gli uomini accoccolati nella polvere – confusi e assorti»

Con l’arrivo a casa di Tom la famiglia si raduna e raccoglie tutto il necessario per affrontare il viaggio: ci sono il padre e la madre di Tom, i fratelli con le fidanzate e i loro marmocchi, uno zio, il nonno e la nonna anziani, un cagnolino e poi lui, Casy, un ex predicatore del posto che all’improvviso ha perso la fede e si è messo a vagare per strada. Insieme a Tom è il personaggio chiave di Furore, un concentrato di disillusa umanità a cui è impossibile non affezionarsi. Ogni volta che Casy interviene c’è da drizzare le antenne: dalla sua bocca escono parole trasportate da un’eco dell’anima, apparentemente rivolte al suo interlocutore, ma in realtà ululate al Vuoto che conoscono soltanto i risvegliati, quelli che hanno smesso con le certezze:

«”…Me ne sono andato da solo e ho cercato di capire. Lo spirito me lo sento ancora forte dentro, ma non è più uguale a prima. Non sono più sicuro di un sacco di roba…”»

Solo Dio sa quanto le parole di Casy abbiano rimbombato nella testa di Springsteen in quei tre anni…

Ad ogni modo, sul catorcio che trasporta i Joad verso la California, per fortuna, c’è posto anche per lui.
Oklahoma, Texas, New Mexico e Arizona. Duemila miglia di viaggio dentro la pancia dell’America, lungo la Route 66, tormentati dalla fame, quella vera, e sorretti soltanto dalla forza della speranza e dell’utopia. Una traversata dal sapore biblico, scandita dalle difficoltà condivise con le altre migliaia di famiglie che affollano le arterie del Paese e da scorci di un’umanità devastante. Lo stimolo per proseguire è quello che ogni migrante di ogni epoca conosce: raggiungere la terra promessa.

Furore
furore Fonte: corriere.it


Ma avvicinarsi alla California vuol dire lentamente aprire gli occhi sulla realtà, realizzare che per gli abitanti locali sei soltanto un “Okie”, un senzadio spiantato e affamato, pronto a dare qualunque cosa in cambio di un tozzo di pane. Di lavoro ce n’è poco, e di sicuro la concorrenza di salario al ribasso non sarà ben vista dai locali. Nuovi soprusi si scagliano sulla miseria di chi arriva, nuovi rifiuti, sguardi di disprezzo, odio che sgorga dagli occhi dei benestanti. Mentre i bambini hanno fame, gli anziani cedono e il furore dei migranti cresce, ogni giorno di più.

Proprio qui, a questo punto della storia, si ferma l’intelligenza di chi ha visto in Furore un manifesto politico.
La sofferenza è troppo grande per non allargare le vedute su tutta l’umanità e continuare a giocare a buoni contro cattivi. Tom Joad lo capisce fin troppo bene, e nonostante il dolore di dover abbandonare la famiglia, sceglie di andarsene via, richiamato dal canto dei deboli di tutta la Terra:

«”Be’, magari è come diceva Casy, che uno non ha un’anima tutta sua ma solo un pezzo di un’anima grande… e così…”
“E così che, Tom?”
“E così non importa. Perchè io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano”»

Sono le ultime parole che Tom rivolge a sua madre prima di sparire dal romanzo, a una quarantina di pagine dalla fine, come se Steinbeck volesse dare tempo all’eco di quelle frasi di risuonare per bene nella testa di chi legge. Da quel momento di Tom non rimane che lo spettro, ad aleggiare su ogni ingiustizia, sui dimenticati di ogni stagione, lasciati indietro dal treno del progresso. Un fantasma che nel 1995, grazie a Bruce Springsteen, si è persino fatto musica.

Daniele Benussi

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