Crisi ambientale: un nuovo Dust Bowl potrebbe colpire gli Stati Uniti
Il Dust Bowl degli anni '30. Fonte: George E. Marsh Album, theb1365, Historic C&GS Collection / wikipedia.org

Il ricordo agghiacciante del Dust Bowl degli anni ’30 potrebbe essere tragicamente rievocato: un fenomeno di pari forza devastatrice potrebbe tornare a colpire gli Stati Uniti d’America. Nella regione delle Grandi Pianure i livelli di polvere nell’atmosfera aumentano costantemente ogni anno a causa della siccità dovuta alla crisi climatica. Ancora una volta, si sarebbe fuori tempo massimo per agire, eppure non ci si sta adoperando significativamente per porre anche solo parzialmente rimedio ad un fenomeno che qualora si intensificasse minaccerebbe di inghiottire persone, abitazioni ed ecosistemi dal Montana al Texas.

Il Dust Bowl degli anni ’30

Il Dust Bowl (“conca di polvere” in lingua inglese) descrive un fenomeno di alta incidenza di tempeste di sabbia e polvere a fortissima intensità, localizzato nell’area delle Grandi Pianure durante gli anni ’30 del Novecento. L’espressione è di conio giornalistico, la cui paternità si deve al cronista Robert E. Geiger. Egli si trovò a descrivere efficacemente una regione sconquassata da un evento meteorologico senza paragoni, in grado di restituirne la portata degli effetti di una crisi climatica ante-litteram.

L’incidenza della catastrofe ecologica si intensificò contestualmente agli anni della Grande Depressione, e contribuì ad aggravare drammaticamente un quadro socio-economico che era lungi dall’aver recuperato dal crollo finanziario di Wall Street. La stampa si riferisce alle due fattispecie in modo correlato, anche nel linguaggio delle cronache. Se il black tuesday del ’29 avviò la crisi finanziaria, il black sunday (14 Aprile 1935) è considerato l’apice distruttivo del Dust Bowl: in questa data, una bufera di proporzioni apocalittiche si abbatté soprattutto su Oklahoma e Texas orientale, documentata da scatti fotografici inediti per l’epoca, che ne sottolineano il carattere di eccezionalità.

Le Grandi Pianure. Fonte: lospiegone.com

Non si trattò certo di un evento isolato: nel 1932 erano già state rilevate ben 14 tempeste di sabbia nella regione delle pianure, che già nel 1933 erano praticamente raddoppiate. Nel 1935, precedentemente e successivamente al black sunday, si verificarono tempeste di polvere che duravano ininterrottamente per intere settimane e raggiungevano anche i 60 Km/h. Nelle regioni continentali delle Grandi Pianure, quelle più fredde, a queste tempeste di sabbia si univano bufere di neve che trasportavano le polveri e si traducevano in vortici di devastante “pioggia nera”. Trascorsa la tempesta, si veniva lasciati di fronte a ciò che essa lasciava dietro di sé: malattie respiratorie (la polmonite da polvere), inquinamento delle falde acquifere e distruzione totale.

Il danno economico ed umano fu immane: abitazioni e quartieri interi vennero cancellati, sommersi dai detriti e dalla sabbia, e con loro più di cento milioni di acri di terreni agricoli avevano visto spazzata via dai venti gran parte del della propria porzione superficiale, quella dei nutrienti essenziali per le coltivazioni. La siccità e l’aridità che anticiparono e seguirono al Dust Bowl, comportarono un’assenza delle piogge che si protrasse anche per quattro anni presso alcune aree. La goccia, che non ci fu, fece traboccare il vaso: in una regione che si caratterizzava per un tessuto sociale rurale e costituito per lo più da aziende agricole a conduzione familiare, la scarsità dei raccolti e la cancellazione dei pascoli per l’allevamento del bestiame comportò difficoltà economiche insostenibili per i residenti, che si videro costretti ad emigrare in massa in California e in altre aree del Midwest, innescando una tragedia umana che avrebbe ispirato “Furore”, il romanzo dello scrittore premio Nobel John Steinbeck. Floride comunità si tramutarono entro pochi anni in inospitali città fantasma. Si trattò probabilmente della prima migrazione di massa innescata da fattori antropici.

L’effetto “dust in the wind”, prodromi di una nuova catastrofe ecologica

Difficile credere che si fosse trattato di un evento causato dall’azione dell’uomo e avulso dal corso della natura, eppure era proprio così, almeno in parte. Il Dust Bowl si abbatté sugli Stati Uniti senza significative avvisaglie e in presenza di strumentazioni di monitoraggio e di analisi degli eventi climatici molto meno raffinati rispetto ad oggi, ma anche allora era possibile prevederne e soprattutto impedirne la gravosa incidenza. Già il rapporto del Comitato delle Grandi Pianure del 1936, istituito dal governo federale per identificare cause e soluzioni agli impatti del Dust Bowl, evidenziava che le responsabilità fossero da attribuire principalmente ai modelli di insediamento e alle pratiche di sovra-sfruttamento di pascoli e terreni da coltivazione, che avevano comportato una marcata erosione del suolo in un contesto climatico già segnato dalla siccità. Da ulteriori ricerche negli anni successivi, è emerso che in particolare gli agricoltori di mais e soia e i pastori avevano arato vasti tratti dei prati naturali che in precedenza avevano mantenuto intatto il suolo della regione, il quale, degradatosi, veniva esposto alla forza dei venti e si traduceva nelle ormai note tempeste di polvere.

La geografia, la pedologia e le caratteristiche della regione in questione spiegano l’incidenza di questo tipo di fenomeni: le Grandi Pianure, una vasta porzione di territorio degli Stati Uniti compresa tra la Valle del Mississippi a est e le Montagne Rocciose ad ovest, sono caratterizzate da inverni molto freddi e rigidi ed estati molto calde e umide, con una velocità dei venti molto elevata. Le praterie sono il paesaggio predominante, considerate tra i biomi meno protetti perché costantemente minacciati dall’antropizzazione. La crescita demografica, che era rallentata nella seconda metà del Novecento a causa del Dust Bowl, è ripresa per via di nuove opportunità economiche.

Dust Bowl crisi climatica
Un campo coltivato devastato dal Dust Bowl. Fonte: USDA Soil Conservation Service, civileats.com

I fenomeni geofisici endemici, il clima semi-arido e l’impronta ecologica dell’agricoltura combinati con l’attuale emergenza della crisi climatica, daranno verosimilmente risultati altrettanto disastrosi a quelli degli anni ’30. Il ruolo della siccità nella catastrofe fu rilevantissima in passato, e non è un caso che la fase più acuta del Dust Bowl aveva coinciso con le due estati più calde del XX secolo negli Stati uniti centrali (1934 e 1936), con oltre 40 giorni di ondate di calore e temperature massime che superavano i 44 ° C in alcune località. I livelli dei gas serra nell’atmosfera, odiernamente ben più significativi rispetto ad allora, accompagnato dal presentarsi delle stesse variabili metereologiche, costituisce l’elemento aggiuntivo che aggreverà un potenziale Dust Bowl 2.0: secondo uno studio dell’Università dello Utah e pubblicato su Geophysical Research Letters, i livelli di polvere trasportati dal vento, il cosiddetto effetto “Dust in the Wind”, sono costantemente aumentati di intensità negli ultimi vent’anni, fino addirittura a raddoppiare. Per lo scienziato Gannet Haller, responsabile dello studio con il meteorologo Andy Lambert, «si sta avvicinando un punto di svolta, in cui le condizioni degli anni ’30 potrebbero tornare».

Ogni tassello sta infatti tornando al suo posto: la rinnovata espansione dei terreni coltivati negli ultimi anni, avvenuta attraverso l’implementazione di nuove tecniche agricole che massimizzano la produzione, sta interessando i terreni più fragili e sottovento delle Grandi Pianure, proprio mentre il cambiamento climatico prosciuga la regione a causa delle ondate di calore dell’effetto dei gas serra. Ironia della sorte, le praterie vengono arate per coltivare ciò che verrà trasformano in biocarburante che fungerà da energia rinnovabile. I nutrienti vitali del suolo coltivato o degli ecosistemi circostanti, sottoposti a stress, soccombono alla siccità o vengono spazzati via dal vento, portando a perdite di raccolto e alla necessità di arare più terreno e di rafforzare esponenzialmente il futuro Dust Bowl, forse già irreversibile a causa dell’alterazione degli schemi climatici. Si innesca così un processo involutivo secondo il quale maggiore è il danno, più danni verranno causati per porvi rimedio.

La crisi climatica e l’istinto di sopravvivenza

Il Dust Bowl porta con sé un solo beneficio: si tratta di uno di quei fenomeni che spiega efficacemente l’assurdità delle contrapposizioni politiche e dei ritardi nell’elaborazione di risposte adeguate in relazione all’emergenza della crisi climatica. Il solo ricordo sfumato delle devastazioni tout-court provocate dalle tempeste di polvere del secolo scorso dovrebbe destare l’opinione pubblica e spronare le istituzioni ad agire con la massima decisione. Esse minacciano di diminuire la produttività agricola, di inquinare le falde acquifere e di stravolgere molteplici ecosistemi espandendo la siccità fino alle coste, e presentano anche importantissimi rischi per la salute: la polvere sollevata dalle tempeste contiene particelle ultra-leggere che possono penetrare nelle cellule e causare malattie polmonari e cardiache.

Si tratterebbe di semplice istinto di sopravvivenza, eppure la preparazione per fronteggiare i venti impetuosi della crisi climatica, quello del Dust Bowl, si trova ancora in una fase embrionale. Gli esperti in agricoltura Gabe Brown e Ron Nichols suggeriscono di implementare strutturalmente pratiche agricole rigenerative per migliorare il suolo e rallentare il cambiamento climatico nelle Grandi Pianure. Come spesso avviene nel contesto delle emergenze climatiche, sono dunque necessari progetti di riconversione profonda dei sistemi economici e produttivi che si traducono in pratiche ambientali di medio e lungo periodo, da avviare con irreprensibile urgenza. Gli esperti e gli scienziati saranno nuovamente inascoltati?

In un malinteso “carpe diem”, piuttosto che agire si preferisce compiacersi di quel momento di calma atmosferica nel quale la tempesta sembra ormai trascorsa. L’occhio del ciclone, appunto, che invece ci vede circondati da fenomeni temporaleschi che avanzano inesorabili. Forse avremo bisogno di attraversarli per avere consapevolezza della gravità della situazione.

Luigi Iannone

Greenpeace

VIAsd
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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