Antispecismo e sperimentazione alternativa: Napoli Animal Save risponde

Sabato 31 ottobre, Napoli Animal Save ha svolto un’azione all’interno della metropolitana di Napoli. Le attiviste e gli attivisti si sono dotati di cartelli di protesta e di computer portatili, per denunciare l’orrore che si cela dietro la vivisezione e la sperimentazione animale. Abbiamo intervistato l’attivista di Napoli Animal Save, Margareth Di Vaia, per saperne di più in merito.

Cosa è Napoli Animal Save e di cosa si occupa?

«Per comprendere meglio, partiamo dall’inizio. Animal Save Movement è un movimento antispecista che nasce nel 2010 a Toronto, grazie a un gruppo di persone che notarono dei maiali tristi e spaventati in viaggio verso un macello. Così, queste persone decisero di iniziare a tenere delle veglie fuori ai macelli, aspettando che arrivi il camion con gli animali per dare loro ultimo saluto e testimoniare la sofferenza che c’è dietro all’industria zootecnica. Le azioni del gruppo di Toronto si sono poi diffuse in tutto il mondo, creando così un movimento internazionale. A Napoli, Animal Save Movement arriva nel 2018 grazie all’attivista e portavoce Connie Dentice, che nel tempo è riuscita a costituire una sezione locale».

Cosa è l’antispecismo?

«L’idea che una persona non dovrebbe essere discriminata per la sua etnia è detta antirazzismo, mentre  l’idea che una persona non dovrebbe essere discriminata per il proprio sesso è detta antisessismo. Allo stesso modo, l’antispecismo è l’idea che qualsivoglia animale non venga discriminato in base alla specie (specismo). L’antispecismo, perciò, è un movimento filosofico, politico e culturale, che sostiene che l’appartenenza alla specie umana non giustifica moralmente il diritto di disporre della vita e della libertà di un essere senziente. Gli antispecisti lottano per la costruzione di una nuova società, in cui gli interessi degli animali non umani vengano considerati alla pari di quelli degli umani».

Quali sono i motivi che vi hanno spinti a realizzare tale azione?

«Le nostre sono motivazioni etiche. Al giorno d’oggi, il mercato ha frapposto tra il consumatore e la realtà produttiva un velo sul quale viene dipinto un utopico benessere di questi, celando lo sfruttamento a cui è sottoposto ogni individuo, umano o non umano, nel momento in cui è privo di potere di contrattazione. Così, noi di Animal Save Movement agiamo nell’interesse degli animali, poiché riteniamo che essi posseggono diritti, allo stesso modo degli esseri umani. Come noi non ci aspetteremmo che dei bambini si organizzino in un sindacato per rivendicare i propri diritti, ma siamo noi adulti ad attribuirgliene per ius naturale, lo stesso dovrebbe avvenire per gli animali non umani in quanto esseri senzienti in grado di provare sofferenza fisica e psicologica».

Perché tale iniziativa si è svolta in un posto alquanto insolito per un’azione politica, quale i vagoni di un treno metropolitano?

«Per la strada, è molto difficile ottenere l’attenzione e la concentrazione da parte delle persone, a causa del trambusto cittadino. Nella metropolitana, al contrario, le persone sono invogliate a focalizzare la loro attenzione su qualcosa, nell’attesa di arrivare alla propria fermata di destinazione».

Quale è lo scopo che spinge Napoli Animal Save a compiere tale azione?

«Nell’azione di sabato ci siamo soffermati sulla sperimentazione animale. Lo scopo di tale azione è di sensibilizzare le persone sulle condizioni degli animali nei laboratori di ricerca, in modo da indurle a chiedersi se queste pratiche siano etiche. Il dibattito pubblico, infatti, è viziato dalla convinzione che sul piatto della bilancia ci siano la salute dell’uomo, da una parte, ed i diritti degli animali, dall’altra. Le persone hanno fiducia nelle capacità di giudizio dei ricercatori e spesso non vogliono sentire parlare di questi temi. Essi credono che tali esperimenti siano necessari e si rifiutano di credere che individui con un titolo di studio, possano commettere crudeltà inconcepibili. Tuttavia, noi di Animal Save Movement, riteniamo che un altro tipo di sperimentazione sia possibile. Quindi, abbiamo deciso di compiere questa azione contro la sperimentazione animale».

Quando parliamo di tali pratiche, a cosa ci riferiamo?

«Per pratiche si intende tutte le tecniche, chirurgiche e non, utilizzate ai fini di ricerca scientifica. Ad oggi, una tra le più utilizzate è sicuramente la “Collison Cannula”, ovvero un dispositivo che viene impiantato, in modo permanente, nella cavità cranica di scimmie, gatti, conigli e ratti, per facilitare il ripetuto passaggio di siringhe, elettrodi, sensori e così via. Inutile spiegare quanto sia doloroso. In ambito farmacologico abbiamo i test di farmacocinetica, in cui si somministra una sostanza all’animale e poi si effettuano una serie di prelievi per ricercare tale sostanza e i metaboliti. Tuttavia, questa pratica risulta poco utile, dato che i tempi di metabolizzazione di una sostanza variano, in modo significativo, tra le specie e persino all’interno della stessa specie. In quest’ultimo caso, alcuni efficaci metodi alternativi sono i test in vitro e/o i modelli QSAR».

Sono necessari questi metodi di studio e queste pratiche di ricerca sugli animali, per la realizzazione di progressi scientifici?

«Innanzitutto, non si può parlare di progresso. È sulla base dell’approccio evoluzionistico, infatti, che l’Uomo è in grado di assumere la posizione di osservatore divino, completamente sganciato dal resto del mondo, e di trasformare l’Animale in cosa, in modo da poterne legittimare e normalizzare le condizioni materiali di sfruttamento e messa a morte. Pertanto, è più sensato parlare di un continuo processo di modifica che coinvolge le varie  tecniche scientifiche, con il fine di affrontare, nel migliore dei modi possibili, le diverse necessità  che si incontrano, in un dato contesto geografico e in un determinato periodo storico. Il termine “progresso” è quindi relativo, ma se vogliamo attenerci ad esso,  bisogna comunque dire che questi metodi di studio sono poco utili e spesso fallimentari. Per quanto simili agli umani, infatti, gli animali non costituiscono un ottimale modello predittivo. Dopo la sperimentazione animale, è necessario comunque porre dei test sull’uomo, prima di commercializzare un farmaco. Ragion per cui, sarebbe scientificamente più efficace utilizzare tecniche che non facciano uso di alcun tipo di animale, per i test preliminari alla sperimentazione umana».

Esistono delle reali alternative a questi metodi?

«Si, esiste una considerevole quantità di documenti e libri in merito. I metodi alternativi sono procedure che si sostituiscono agli animali e che simulano quanto più vicino possibile il corpo umano. Quelle che hanno avuto maggiore successo dal punto di vista sperimentale e che hanno prodotto anche risultati dal punto di vista medico, sono: “Organ-on-chip”, ovvero microchip che simulano l’attività e la meccanica di interi organi e sistemi di organi; il microdosing, consiste nella somministrazione di piccoli dosaggi di sostanza, ad umani che si offrono come volontari; infine, abbiamo le simulazioni elettroniche e modelli QSAR, che sono in grado di prevedere, attraverso modelli matematici e appostiti software, gli effetti biologici di alcuni composti chimici. Per esempio, in uno studio recente, pubblicato dall’ American Society for Clinical Pharmacology & Therapeutics, è stato realizzato un “vessel chip” rivestito di endotelio umano perfuso di sangue, per studiare i parametri chiave della trombosi. Esso si è dimostrato incredibilmente utile ai fini della ricerca».

Perché questi metodi di ricerca sostitutivi o alternativi, sono poco conosciuti ed ancor meno utilizzati?

«Molti ricercatori in Italia sono a conoscenza di questi metodi alternativi, ma purtroppo ci sono pochi investimenti su queste nuove metodologie. A livello accademico la sperimentazione animale risulta la strada più corta e più economica per la pubblicazione. Per la maggior parte della ricerche scientifiche, infatti, il lavoro dei ricercatori viene valutato in base al numero di pubblicazioni. Questo li induce ad utilizzare gli animali come cavie, in modo da ricavare dai loro esperimenti dei dati di utilità. Tuttavia, non è certo che tali dati saranno, un giorno, realmente utili alla medicina. Dunque, noi di Napoli Animal Save, riteniamo che a prescindere dai costi, lo Stato dovrebbe occuparsi di finanziare queste metodologie alternative, sia per sostenere la ricerca scientifica, che  per la salvaguardia degli animali non umani».

Per concludere, passiamo a un tema di stretta attualità: il vaccino contro la malattia respiratoria acuta da SARS-CoV-2, meglio conosciuta come COVID-19. Voi di Napoli Animal Save, siete favorevoli o contrari ad un vaccino?

«Nessuna delle due opzioni. Noi riteniamo, che ciascuna persona, in base ai dati scientifici, dovrebbe soppesare benefici e rischi, in modo da decidere di conseguenza se gli conviene fare un vaccino. Lo stesso discorso si estende ai farmaci che sono stati dapprima testati su animali. È una scelta che ricade nella sfera personale».

Dunque fate parte di quella categoria che in Italia è conosciuta come “No-Vax”?

«No, perché ci sono ragioni molto precise che ci dividono. Anzi, i No-Vax sono altro».

Che differenza c’è, quindi, tra Animal Save e i “No-Vax”?

«I No-Vax sono persone che hanno deciso di non vaccinarsi per ragioni che riguardano la sicurezza dei vaccini, la loro efficacia e le modalità di somministrazione. Essi considerano il vaccino un pessimo metodo di cura del paziente e sono critici verso l’attuale politica vaccinale. Noi antispecisti, invece, non siamo contrari al vaccino in sé, ma semplicemente ci opponiamo a qualsivoglia vaccino che venga sperimentato prima sugli animali. Dunque, vorremmo che progressivamente si facesse a meno degli animali e pretendiamo che si inizi ad investire in questa direzione, perché ne andrebbe a beneficio della ricerca stessa».

Gabriele Caruso

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