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Con molte probabilità, qualsiasi persona sarebbe pronta a sostenere di essere contraria all’incitamento all’odio e alla violenza verbale. Dopotutto, chi insulterebbe o schernirebbe un estraneo per strada, chi infervorato urlerebbe le proprie idee? Nessuno. Ma quando “nessuno” sguazza nella pozzanghera dei social peccare di hate speech diventa d’improvviso facile.

I mille volti della violenza verbale sui social

Non è un caso, infatti, se è nell’era digitale che abbiamo dovuto familiarizzare con l’espressione forestiera hate speech. Tra le trame virtuali della rete, dove ognuno di noi non è altro che un “profilo”, insultare e sbeffeggiare estranei è alla portata di chiunque, finanche di chi nella real life non ha neanche il coraggio di incrociare lo sguardo dei passanti.

Spesso, ma non sempre, i profili più aggressivi sono anche quelli falsi: un nome fittizio e un’immagine altrettanto bugiarda collaborano a nascondere il soggetto al di là dello schermo, che così protetto si sente libero di prodigarsi in una violenza verbale che talvolta è specchio di un vero e proprio incitamento all’odio contro un soggetto o un gruppo di soggetti.

Non di rado, difatti, le invettive a mezzo social non sono dirette semplicemente a una persona, ma al gruppo che quella persona rappresenta – un’etnia, una religione, un orientamento sessuale o politico, il sesso di appartenenza diventano “gruppi” da ledere anche attraverso la violenza verbale per iscritto.

Ad occuparsi di questa forma di violenza, nell’ambito della politica italiana, è stata ad esempio la Commissione “Jo Cox” sui fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo, presieduta dalla Boldrini e composta da esponenti di diverse realtà politiche e associazionistiche. La relazione finale, approvata nel luglio 2017, prende in esame sia le dinamiche offline che quelle online e premette:

«La relazione finale esamina le dimensioni, le cause e gli effetti del discorso di odio (hate speech) definito come: “l’istigazione, la promozione o l’incitamento alla denigrazione, all’odio o alla diffamazione nei confronti di una persona o di un gruppo di persone, o il fatto di sottoporre a soprusi, molestie, insulti, stereotipi negativi, stigmatizzazione o minacce tale persona o gruppo, e comprende la giustificazione di queste varie forme di espressione, fondata su una serie di motivi, quali la “razza”, il colore, la lingua, la religione o le convinzioni, la nazionalità o l’origine nazionale o etnica, nonché l’ascendenza, l’età, la disabilità, il sesso, l’identità di genere, l’orientamento sessuale e ogni altra caratteristica o situazione personale” (definizione ECRI-Consiglio d’Europa)».

La relazione si conclude con cinquantasei raccomandazioni utili a prevenire e contrastare l’incitamento all’odio. Tra queste non mancano i riferimenti alla rete e ai social network, invitati a monitorare il linguaggio utilizzato dai fruitori e a rimuovere i contenuti lesivi.

Ma l’incitamento all’odio e la stessa violenza verbale online sono praticati anche in via indiretta: non attraverso insulti, ma attraverso la glorificazione di personaggi che hanno segnato la Storia in negativo.

Inoltre, i social sono anche il terreno su cui è maturato il germe del cyberbullismo ai danni sia di adulti che di minori. E cos’è questo cyberbullismo se non violenza verbale in rete?
Lì, dove la società è trasparente e non si è obbligati a guardare in viso la persona offesa e derisa, il branco agisce – incattivito e involuto.

Di hate speech si muore e di codardia non si vive

Tuttavia, sarebbe fuorviante pensare che questo tipo di violenza sia circoscritta alle sole persone che accedono ai social, e alla rete in generale, con lo scopo di ledere il prossimo.
Internet è un non-luogo strano, dove ognuno è chiamato a essere ciò che non è, dove il più timido può diventare il profilo Twitter più cinguettato e il più insicuro può diventare il profilo Instagram con più cuori all’attivo.

È, in definitiva, il non-luogo dove, erroneamente, in troppi credono di essere autorizzati a eludere le regole della società civile e a osare ciò che non oserebbero nella vita reale: in questo contesto, dibattere con qualcuno – un estraneo, in genere – con toni accesi e offensivi non è considerato né incivile né problematico – dopotutto, c’è lo schermo a protezione: oltre a una segnalazione, non può accadere di ritrovarsi in una rissa né di essere vinti in uno scontro dialettico reale.

Peccato che questo atteggiamento si sia tradotto, negli anni, in dei social contaminati dall’aggressività e dallo scontro verbale, sminuendo quanto di buono esiste nei rapporti interpersonali.

L’incitamento all’odio che colpisce le donne

Tra i bersagli più colpiti dall’odio social risultano esserci le donne in quanto donne, verso le quali non mancano volgarità e ingiurie.
Un recente rapporto di Amnesty International ha ad esempio preso in esame Twitter e i suoi flussi di conversazione; il risultato ha denunciato l’esistenza di un “Toxic Twitter” dove proliferano “violenza e molestie online contro le donne”.

Amnesty ha lanciato anche una petizione, indirizzata al direttore generale di Twitter Jack Dorsey, dove si invita a prendere atto dell’assenza di una tutela reale contro la violenza verbale e ad agire di conseguenza:

«Le scrivo per chiedere a Twitter di adottare misure immediate per far rispettare le sue politiche in materia di comportamenti ostili e abusi e affinché spieghi al pubblico come risponde alle segnalazioni di abuso.
Twitter afferma di essere un faro della libertà di espressione, ma il suo fallimento nell’affrontare adeguatamente la violenza e gli abusi online contro le donne sta mettendo a tacere o costringe alcune donne ad abbandonare la piattaforma.»

Ciò su cui pone l’accento il rapporto è che questo hate speech indirizzato alle donne è «di natura sessista o misogina» e include spesso «riferimenti specifici al corpo delle donne», per tale ragione si parla di abuso e di molestia, sia pure nella variante online – che sebbene non colpisca materialmente il fisico, è in grado di colpire la mente e in particolare gli spettri che nutrono le insicurezze e le paure.

L’hate speech siamo noi

Malgrado la società 2.0 abbia ormai preso coscienza di quanto la vita online abbia ripercussioni su quella offline, l’interesse nei confronti delle tematiche afferenti alla violenza verbale da parte dei cittadini è poco più che nullo, quantomeno qui in Italia.

Se digitando su Google Trends parole come “hate speech” si ottiene un timido risultato, provando a indagare il tasso di ricerca di “discorso d’odio”, “linguaggio d’odio” e “molestie online” il risultato è il seguente:

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Dati di Google Trends

Una società che non si pone le giuste domande come può trovare le risposte adeguate?

Rosa Ciglio