
Venezia, Roma, Milano. Tre città-simbolo del patrimonio, della storia e dell’identità italiana. Tre nomi che evocano immagini di splendore, di eccellenza culturale, di vitalità economica. Eppure, dietro le cartoline, le mostre e gli eventi internazionali, si nasconde una realtà meno luminosa: quella di un declino silenzioso, strutturale, e per molti versi già in fase avanzata. Un declino che si manifesta nell’ambiente urbano, nel tessuto infrastrutturale, nella difficoltà di adattamento alle sfide contemporanee.
Il problema non è nuovo, ma ciò che cambia è la sua intensità e la crescente incapacità del sistema politico e amministrativo di gestire il peso di città diventate troppo fragili per restare ferme, ma troppo ingessate per trasformarsi. Venezia affonda – letteralmente e simbolicamente – sotto il peso del turismo e dell’innalzamento dei mari. Roma fatica a reggere il proprio ruolo di capitale, sommersa da rifiuti, caos amministrativo e trasporti da terzo mondo. Milano corre, ma in maniera disordinata, consumando suolo e concentrando interessi finanziari in uno spazio che non riesce più a garantire vivibilità urbana.
Questo articolo esplora due dimensioni cruciali di questo declino: quella ambientale e quella infrastrutturale. Due facce della stessa crisi sistemica.
Ambienti fragili, scelte sbagliate
Venezia è il caso più emblematico. Un gioiello urbanistico e culturale circondato da una laguna sempre più minacciosa. I cambiamenti climatici, l’innalzamento del livello del mare e la subsidenza stanno erodendo la sua base fisica. Il sistema MOSE, tanto discusso quanto ritardato, ha finalmente iniziato a funzionare, ma resta un’opera costosa, parziale e soprattutto pensata più per l’emergenza che per una visione strategica di lungo termine. Nel frattempo, le grandi navi continuano a solcare le acque lagunari, e il numero di turisti ha raggiunto soglie insostenibili, alterando definitivamente l’equilibrio ecologico e sociale della città.
La crisi ambientale non riguarda solo l’acqua. Anche l’aria – e l’inquinamento che ne deriva – è un tema drammatico nelle città italiane. Milano, ad esempio, è tra le città più inquinate d’Europa. Le polveri sottili restano sopra i limiti per oltre 100 giorni all’anno, e il trasporto privato, nonostante i proclami sulla mobilità sostenibile, continua a dominare lo spazio urbano. I dati parlano chiaro: l’area metropolitana milanese è responsabile di una quota importante delle emissioni nocive del nord Italia, e le politiche ambientali appaiono più orientate al greenwashing che a un cambiamento radicale.
Roma, dal canto suo, è vittima di un paradosso. Dispone di vasti spazi verdi, ma non riesce a valorizzarli. La capitale soffre di una gestione ambientale caotica: parchi lasciati al degrado, rifiuti ovunque, una manutenzione del verde affidata spesso al volontariato. Il Tevere resta un fiume marginalizzato, anziché un asse di sviluppo sostenibile e di qualità urbana. La raccolta differenziata procede a macchia di leopardo, e l’impiantistica è cronicamente inadeguata.
Nel complesso, le grandi città italiane sembrano incapaci di affrontare la transizione ecologica con la determinazione necessaria. Le strategie sono frammentarie, la governance debole, e la partecipazione dei cittadini sporadica. Manca un disegno, un’idea di città sostenibile che non sia solo un capitolo nei programmi elettorali.
Infrastrutture vecchie, visioni deboli
Accanto al degrado ambientale, c’è quello delle infrastrutture: strade, trasporti, reti tecnologiche. Qui il divario tra le grandi città italiane e le metropoli europee si fa più evidente e più imbarazzante.
Roma è il simbolo dell’immobilità. I trasporti pubblici sono un disastro quotidiano: metropolitane obsolete, autobus vetusti, tram ridotti a una caricatura. I ritardi sono strutturali, le linee insufficienti, e il servizio poco affidabile. Ogni annuncio di ampliamento della metro si perde tra lungaggini burocratiche e blocchi amministrativi. A ciò si aggiunge la carenza di parcheggi, una viabilità congestionata e una scarsissima digitalizzazione dei servizi urbani. Per chi vive e lavora a Roma, l’inefficienza logistica è parte integrante della routine.
Milano si propone come capitale della modernità italiana, ma dietro la patina dei nuovi quartieri – CityLife, Porta Nuova, lo Scalo Farini in trasformazione – c’è un problema di disuguaglianza crescente e di consumo di suolo eccessivo. Le periferie restano scollegate, le piste ciclabili sono spesso solo segnaletiche, e la smart city tanto sbandierata è ancora lontana dalla realtà. Il rischio è che Milano diventi una città vetrina: lucida al centro, fragile ai margini.
E Venezia? Non è solo l’acqua a minacciare la sua sopravvivenza. L’infrastruttura urbana è fatiscente, i collegamenti ferroviari e aeroportuali sono insufficienti, e le isole minori vengono progressivamente abbandonate. Il centro storico, svuotato dai residenti, vive per il turismo e del turismo, ma non ha più un equilibrio tra funzione urbana e funzione spettacolare. Il declino delle infrastrutture non è solo fisico, ma anche sociale: scuole chiuse, servizi ridotti, abitazioni non più accessibili.
L’Italia soffre una cronica incapacità di pianificazione integrata. I fondi del PNRR, seppure ingenti, rischiano di essere dispersi in micro-progetti scollegati tra loro. Le grandi città non dialogano tra loro né costruiscono sinergie: manca un vero sistema urbano nazionale. La politica è lenta, la burocrazia paralizzante, e la manutenzione ordinaria è ormai una chimera.
Il declino delle grandi città italiane non è inevitabile, ma è diventato strutturale. Ambienti degradati e infrastrutture carenti sono il risultato di decenni di gestione inefficace, di politiche miopi, di mancanza di visione. Venezia, Roma e Milano non sono soltanto simboli, sono specchi. Riflettono il fallimento della politica urbana nazionale e la difficoltà dell’Italia a pensarsi come Paese moderno, sostenibile e competitivo.
La sfida non è tornare a com’era prima. Serve immaginare città nuove: più verdi, più connesse, più giuste. Serve una nuova governance urbana che sappia integrare piani ambientali e infrastrutturali, ascoltare i cittadini, attrarre competenze e progettare futuro. Serve, in altre parole, una politica urbana che sappia guardare oltre il prossimo titolo di giornale o la prossima emergenza.
Se le città italiane continueranno a declinare, non sarà per colpa dei turisti, delle auto o della pioggia. Ma per responsabilità tutta interna: quella di aver rinunciato a pensare in grande.
Donatello D’Andrea
















































