Venezia, Roma, Milano: il lento declino delle grandi città italiane
FOTO Il Fatto Quotidiano

L’ondata di maltempo che si è riversata su tutto il territorio nazionale ha portato alla luce una miriade di riflessioni, non solo politiche, sull’inesorabile declino delle grandi città italiane, incapaci di resistere al progressivo deteriorarsi dello stato delle cose e di attirare nuovi finanziamenti. Roma, Venezia e Milano, le nostre “tre eccellenze”, ne sono l’esempio lampante.

Il crollo del viadotto Torino-Savona è l’ennesimo caso di incuria da parte di una politica, e di una classe dirigente, non in grado di garantire nemmeno il minimo sindacale ai propri cittadini (vie di comunicazione) e si va ad aggiungere a quella serie di casi simili che popolano le cronache dei giornali. Nei prossimi giorni prolifereranno le interviste a esperti geologi che, smentendo le dichiarazioni rilasciate dai responsabili del viadotto, sosterranno che si è trattato non solo di un triste casualità bensì di cattiva manutenzione. Prevenzione, investimenti e manutenzione, tre parole chiavi sconosciute, soprattutto in grandi città come Milano, Roma e Venezia.

Roma non più “caput mundi”

Roma, la prima metropoli dell’antichità e una delle città più importanti dell’intera storia dell’Occidente, è ad oggi ridotta a un cumulo di macerie tra debiti, rifiuti e disservizi che inchiodano la cattiva politica alle sue responsabilità.

Sul debito pubblico della capitale i pareri sarebbero discordanti. Alcuni sostengono sia attorno ai venti miliardi di euro, altri invece stimano una cifra minore, vicina ai tredici miliardi. A prescindere dai numeri e dalle statistiche è assodato che Roma sia una delle capitali più indebitate del mondo. Il passivo, maturato in più di cinquant’anni di storia repubblicana, ha raggiunto proporzioni spaventose tanto che si stima ogni cittadino romano porti sulle spalle circa quattromila euro di debito.

La scarsa lungimiranza della politica ha permesso di accumulare denaro su denaro preso in prestito senza pensare alle conseguenze.

A causa di questo passivo, qualsiasi servizio offerto dal Comune è diventato “a costo zero”, come dimostrano le foto che quasi quotidianamente il sindaco Virginia Raggi posta sui social. Dalle piste ciclabili alla rimozione dei “brutti ceppi”, l’ilarità del web in questi casi si spreca.

Altri problemi causati dalla cronica assenza di denaro riguardano ovviamente i servizi. Il caso dell’ATAC, il consorzio dei trasporti della capitale, è sicuramente il più emblematico. Non più in grado di sostenere l’ordinaria manutenzione, l’azienda si rende partecipe di disservizi che interessano le vie di comunicazione. Dal caso delle scale mobili, con la stazione Barberini chiusa da mesi, ai bus incendiari che circolano tra le strade del centro.

Senza sottovalutare l’emergenza rifiuti, che da diversi anni ha reso la capitale d’Italia la protagonista di una triste soap opera, vale a dire quella in cui la città più grande del Paese è alla perenne ricerca dell’ennesima discarica ove gettare le tonnellate di rifiuti. Sia il Comune che l’azienda AMA sono alla ricerca di un sito alternativo per risolvere temporaneamente il problema, in attesa di una soluzione ufficiale dopo che la precedente proposta di progettare degli impianti a basso impatto è finita nel dimenticatoio.

L’Italia è sempre stata restia nell’adottare piani urbani per rilanciare gli investimenti all’interno delle proprie città e ora, con negozi, ristoranti e attività storiche che stanno chiudendo i battenti, è arrivato il momento che il Governo prenda in mano la situazione. Nel giro di un decennio gli investimenti statali sulle grandi città sono diminuiti notevolmente, in controtendenza rispetto al resto dell’Europa, ampliando le disuguaglianze e l’esclusione sociale. Solo a Roma, rispetto al 2008 gli investimenti sono calati di un terzo.

Le grandi città europee hanno compreso le potenzialità nascoste degli interventi pubblici sulle città come biglietto da visita. La partecipazione dello Stato allo sviluppo del verde, delle comunicazioni e alle grandi opere è tesa a sottolineare l’immagine che lo Stato vuole offrire all’estero.

L’Italia, invece, è il Paese europeo con la più bassa partecipazione della rendita urbana alla realizzazione degli standard per servizi e per le dotazioni territoriali. Nell’epoca delle metropoli e delle macro-regioni, ove si amplia lo spettro della territorialità degli insediamenti, l’Italia si dimostra ancora una volta impreparata e alla perenne ricerca di un responsabile su cui fare scaricabarile, lasciando Roma al suo triste destino.

Venezia, il M.O.S.E e “altri eroi”

Il maltempo ha costretto Venezia a fare i conti con un recente passato fatto di corruzione, malaffare e di “cattive abitudini”. L’acqua alta che ha provocato un miliardo di euro di danni ha mostrato la fragilità dell’intero sistema, tra inganni e bugie.

Le parole in questi giorni si sprecano, tra i classici “se” e “ma” che popolano l’ambiente dibattimentale italiano sui giornali e in televisione, tuttavia le cose sembrano destinate a non cambiare mai. E se Matteo Salvini e Luca Zaia si interrogano (ingenuamente) su di chi sia la responsabilità dei danni a Venezia, il Mose, “l’unica salvezza”, è ancora lontano dal dirsi pronto ad agire. Un’opera già smontata della sua efficacia ancor prima di essere inaugurata, e tornata al centro della scena a causa di uno scandalo di tangenti all’italiana che ha coinvolto la politica a livello regionale con l’arresto di 35 persone, compreso l’ex governatore Giancarlo Galan.

Un’opera che è costata il triplo dell’Autostrada del Sole, senza seguire l’esempio delle altre città europee per uno sciocco sentimento patriottico che, unito alla negligenza politica, ha provocato danni immani a una delle più belle città del mondo, un simbolo dell’Italia all’estero.

Il maltempo è stata solo una concausa, la quale si è abbattuta su tutti i dubbi e le incertezze di una classe dirigente che nel corso degli anni ha permesso, ad esempio, a navi da crociera di attraversare i canali con conseguenze gravi e visibili come l’inquinamento. Una nave da crociera inquina come 820mila auto: perché la politica non è intervenuta?

Così, con una classe dirigente che cola a picco, anche Venezia si prepara a seguirla. Secondo uno studio sui cambiamenti climatici di Quaternary International, l’innalzamento delle acque dell’Adriatico porterà Venezia a scomparire entro il 2100.

Milano e il dilemma delle grandi città

Anche Milano, il principale centro finanziario del Mediterraneo, è finita al centro di una riflessione profonda. Il classico binomio tra “città e campagna”, rivisitato in chiave moderna e che si ripresenta sotto una nuova veste: la capacità di attirare investimenti.

Il Centre for European Reform ha pubblicato un rapporto secondo cui la crescita dei singoli Stati si concentra in poli sempre più piccoli. L’Italia non fa eccezione. Nonostante la crisi, l’economia di Milano è cresciuta del 17,7%. Un dato molto più alto rispetto al resto delle città italiane. Il problema del divario tra “centro e periferia”, però, non sembrerebbe essere un problema d’interesse nazionale, fortemente sottovalutato e a tratti negato. Solo di recente il ministro Giuseppe Provenzano ha sollevato la questione in risposta all’autonomia chiesta da alcune regioni del Nord Italia. Un’autonomia che toglierebbe ulteriori fondi per quei territori che patiscono la recessione.

Fino a non troppi anni fa l’idea più comune era che questi squilibri si sarebbero risolti da soli. L’effetto redistributivo della ricchezza sarebbe intervenuto e avrebbe risolto ogni problema. In principio le città erano invivibili: grandi centri industriali in cui le condizioni igieniche e la speranza di vita erano pessime. Col tempo, le cose sono cambiate. Ora le città sono “cool“: più una città è grande, e si espande, più aumenta la capacità di attrarre investimenti e “talenti”.

La progressiva espansione, però, ha creato delle disuguaglianze pericolose, per non parlare dell’inquinamento. Da un lato città di successo come New York e Milano, dall’altro città in declino come Palermo e Detroit e, all’interno delle prime, da un lato un centro, sede dei “talenti” e delle borse, e dall’altro le periferie, sempre più distanti da condizioni di vita dignitose, opportunità sociali e di educazione.

Il divario tra città e campagna si è evoluto, ha “percorso chilometri” e si è riversato in città, a Milano in questo caso. E quest’ultima, assieme a Roma e Venezia, rappresenta purtroppo il simbolo di un’Italia incapace di stare al passo con i tempi a causa della negligenza politica, incapace di riformare il “sistema Paese” e di una globalizzazione che, a fronte di numerosi vantaggi, comincia a mostrare le sue contraddizioni.

Donatello D’Andrea

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